«Cavolo, ci sono gli ambrogini d’oro e quindi sta arrivando Natale!». Sicuramente ci avrebbe scherzato su come faceva alla vigilia del 7 dicembre in redazione, dove ormai si era diffusa la leggenda che a lui non piacesse il periodo natalizio. Quest’anno però sarà uno dei protagonisti della premiazione da parte del comune di Milano, o meglio lo sarà la sua memoria.  Raffaele Masto era un giornalista, uno scrittore e tra i più acuti osservatori e lucidi narratori del continente africano. A dicembre dello scorso anno aveva subito un trapianto di cuore all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ma poi, quando stava per essere dimesso, è scoppiato il focolaio, il 6 marzo è risultato positivo al Coronavirus e il 28 dello stesso mese non ce l’ha fatta.

 

Nel suo passato era stato responsabile della biblioteca dell’Istituto dei tumori e per vent’anni aveva fatto la rassegna stampa per il professore Umberto Veronesi. Questo incarico lo aveva reso meticoloso e questa precisione l’aveva poi riversata nel suo lavoro da cronista, capace di descrivere con dettagli accurati la natura, la gente e l’Africa.   «Ne conosceva bene la geopolitica, ma soprattutto la storia. Raffaele era un divoratore di libri – racconta Chawki Senouci, reggente di Radio Popolare e suo compagno di banco in redazione – Ogni tanto arrivava, apriva la sua valigetta a scatti e diceva “Guarda che sto leggendo”. Io non ho mai visto un libro di Raffaele che avesse meno di 500 pagine».

Oggi la sua biblioteca personale è disponibile gratuitamente a studenti, ricercatori o semplici appassionati e curiosi che vogliono scoprire il continente africano anche attraverso i suoi racconti, i reportage e le corrispondenze. «Come gruppo “Amici di Raffa” abbiamo realizzato un centro di documentazione sull’Africa nella zona del quartiere Corvetto a Milano – spiega Marco Trovato, direttore editoriale di Rivista Africa, per la quale Masto scriveva curando il blog Buongiorno Africa Attraverso una campagna di crowdfunding abbiamo voluto indire anche un bando per il Premio Raffaele Masto, consacrato e dedicato all’attivismo civico in Africa. È un premio che verrà conseguito di anno in anno da un’attivista africano che si è messo in luce nel proprio paese per aver lottato per i diritti civili e per le libertà individuali, spesso in condizioni difficilissime».

 Eppure oltre ai tormenti, ha dato voce anche alle speranze, ai sogni e alla voglia di riscatto delle generazioni di giovani africani che guardano al futuro con rinnovato ottimismo

In molte occasioni Raffaele aveva cercato di aiutare le persone incontrate nei suoi viaggi, come nel caso di Safiya, una donna nigeriana scampata alla lapidazione, alla quale era stata condannata per aver partorito un figlio fuori dal matrimonio.  «Nei suoi viaggi e nei suoi racconti lo accompagnavano emozione e umanità, ma il suo non era esclusivamente un coinvolgimento emotivo, era anche pratico. Laddove poteva, l’aiuto lo lasciava davvero. In questo senso dico che era un amante disincantato» , dice Francesco Cavalli, con il quale aveva dato vita, insieme ad altri cinque giornalisti, al collettivo Hic sunt leones. Un nome evocativo utilizzato anticamente dai romani nelle carte geografiche per indicare l’Africa nera e poi ripreso anche da loro per raccontare, tra le tante, la storia di cinque ragazze africane, un progetto diventato libro, mostra fotografica e perfino un film dal titolo African Dreamers. «Raffaele voleva molto bene al continente africano e alla sua  gente, ma lo faceva con una grande capacità di osservazione e di analisi. Certamente era molto critico rispetto al mondo occidentale, allo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’Europa, degli Stati Uniti e della Cina, ma non era cieco nei confronti dell’Africa – continua Cavalli – Non si risparmiava e faceva un’analisi tagliente della società politica, economica e civile africana individuandone anche i limiti, le fatiche e le difficoltà».

Quando raggiungeva un paese africano lui viveva la loro vita, mangiava il loro cibo, guardava con loro le partite di calcio ed entrava talmente tanto in empatia che tifava anche la loro squadra

«Era un umanista indignato – lo descrive così Senouci – Come per Albert Camus, in Raffaele ho visto quella indignazione per le disuguaglianze e per le ingiustizie alle quali lui riusciva a ribellarsi con la scrittura nei suoi libri e con la voce in radio. Era anche un bravissimo fotografo e quando tornava dai suoi viaggi, mi chiamava alla scrivania e mi faceva vedere tutte le foto che aveva scattato. Non erano foto di paesaggi o della folla, erano foto delle persone che aveva incontrato e storie che aveva ascoltato e che poi mi raccontava. Io stavo al gioco perché sapevo che lui stava già pensando al suo prossimo libro e alle cronache per Radio Popolare».

Era solito programmare i viaggi a costo zero, andando a dormire dai preti o dalle cooperazioni, ma questa organizzazione andava a suo vantaggio perché «quando raggiungeva un paese africano lui viveva la loro vita, mangiava il loro cibo, guardava con loro le partite di calcio ed entrava talmente tanto in empatia che tifava anche la loro squadra».

«Nei suoi trent’anni di frequentazione dell’Africa ha seguito da vicino crisi umanitarie, rivoluzioni, svolte democratiche e conflitti dimenticati, squarciando il silenzio dei grandi media – racconta Trovato – Eppure oltre ai tormenti, ha dato voce anche alle speranze, ai sogni e alla voglia di riscatto delle generazioni di giovani africani che guardano al futuro con rinnovato ottimismo e che lottano per cercare di scardinare regimi che sembrano inamovibili». Quasi come degli «anticorpi», gli under 25 (circa il 70% degli africani) non rimangono inermi di fronte alle sopraffazioni, ma, spinti da una forza propulsiva e dalla voglia di liberazione, cercano di migliorare la loro condizione con «un’energia che può far soltanto bene al mondo e che sicuramente ha fatto bene a Raffaele».

Non aveva pensato di trasferirsi nel continente che amava, ma aveva il Mal d’Africa. «Da lì traeva una voglia di vivere, di partire, di scoprire e narrare storie – continua Trovato – Era il suo carburante, la sua benzina, era quello che lo spingeva ogni volta a scrollarsi di dosso la pigrizia, l’ozio, le paure, a staccarsi dalla sua scrivania e a viaggiare andandosi a cercare le notizie». «Quando l’Africa richiamava faceva di tutto per tornarci – racconta Chawki Senouci – Lui era innamorato della sua popolazione sempre sorridente e coloratissima». Ed era soprattutto innamorato di una donna nata in Costa D’Avorio, Gisele Kra, la moglie che lo ha accompagnato per tanti anni e che ritirerà l’ambrogino d’oro dato alla memoria di Raffaele.

La dimensione del rapporto con le persone era la chiave di Raffa sia nell’amicizia sia nel racconto della realtà

«Penso che oggi sarebbe contento di questo riconoscimento, l’amarezza rimane, però mi piace pensare che sia un segnale anche di incoraggiamento per tanti giovani che hanno visto in lui un esempio virtuoso» rivela Marco Trovato. Secondo Francesco Cavalli, «chi fa questo mestiere non deve rinunciare all’umanità; non è il cinismo che fa la dimensione e la grandezza di un giornalista. Non è la capacità di distacco. È la giusta capacità di fondere l’aspetto professionale con la dimensione umana e Ryszard Kapuściński è stato un grande maestro in questo. Credo che leggendo i libri di Raffaele si possa trovare tutto questo, perché ne era una straordinaria sintesi. La dimensione del rapporto con le persone era la chiave di Raffa sia nell’amicizia sia nel racconto della realtà». Non credeva nel mito del giornalismo anglosassone, asettico e distaccato, ma coniugava ragione e cuore, intelligenza e bontà d’animo, professionalità e passione civile.  «Aveva una grande capacità di ascoltare le persone e di mettersi nei loro panni. Per questo si fidavano di lui ed entravano subito in empatia. Quindi i racconti che ha fatto dalla periferia di Lagos o di Luanda, poteva tranquillamente farli dalla banlieue parigina o dai quartieri popolari di Milano, da cui lui veniva – afferma Senouci –  Anche per questo credo che oggi stia sorridendo perché è come se Milano stesse premiando un suo allievo, che ha portato avanti i valori dell’accoglienza e della tolleranza».

Di Raffaele Masto resteranno i racconti di un’Africa diversa da quella che conosciamo e ai suoi amici e colleghi resteranno i ricordi dei momenti passati insieme. A Francesco mancherà rispondere al cellulare quando Raffa voleva un consiglio su un’idea che gli era balenata in mente, come quella volta che decisero di andare in Tunisia per ripercorrere la storia di Mohamed Bouazizi a quattro anni dall’inizio delle primavere arabe. A Marco mancheranno le notti insonne nella foresta, passate a scherzare e fare progetti, e la sveglia che suonava presto al mattino. A Chawki, invece, mancherà il suo compagno di banco e il suo miglior “giocatore”. «Io formalmente ero il suo capo, perché sono caposervizio degli Esteri, ma era come l’allenatore che ammira un calciatore. Quando lui scriveva mi diceva “ascolta e dimmi se va bene”, ma io non ascoltavo mai, andavo in onda e il suo pezzo lo ascoltavo da ascoltatore. Adesso che non c’è più non si può sostituirlo, bisogna cambiare tattica.»