Nel 2008 il fumettista giapponese Masasumi Kakizaki pubblicò Kansen Rettou (letteralmente “isole infette”). Mai tradotta in Italia, l’opera ebbe un grande successo in molte parti del mondo e si guadagnò persino un adattamento cinematografico. A colpire il lettore era soprattutto la storia, incentrata su un’epidemia influenzale capace di aggravarsi velocemente e portare in molti casi persino alla morte. Nel fumetto, Kakizaki mostrava le possibili reazioni di società e istituzioni di fronte a una tanto inedita e pericolosa pandemia, ponendo l’accento soprattutto sulle storie umane di chi si trovava invischiato nella tragedia.

Sono passati poco più di dieci anni e lo scenario apocalittico prospettato in Kansen Rettou appare sinistramente familiare. La pandemia è arrivata davvero e probabilmente non eravamo pronti ad affrontarla. Anche il nostro Paese si è scoperto formato da tante “isole infette”, popolate però da un gran numero di eroi quotidiani che non ci saremmo mai aspettati.

Raccontare con le vignette questo presente diventa difficile: certe tragiche vicende non si possono spettacolarizzare come se si fosse in un manga giapponese, ma non si può neanche rinunciare a raccontare una pagina di storia, lasciando una testimonianza che servirà ai posteri.

Gianluca Costantini è un fumettista ravennate con una grande esperienza alle spalle: i suoi disegni hanno raccontato situazioni delicate, persino guerre, ma stavolta anche lui ha avuto dubbi prima di pensare a un progetto con cui descrivere l’Italia nella morsa nel Coronavirus: «Ci ho messo un po’ a partire, nonostante avessi cominciato la quarantena a inizio febbraio. Ero un po’ bloccato perché non sapevo come raccontare la situazione, essendo abituato a rappresentare contesti totalmente diversi, all’aperto e lontani da me, mentre questa vicenda chiaramente mi coinvolge in prima persona, nel quotidiano. Ero in parte pietrificato dal fatto di non voler apparire come un approfittatore della situazione per far parlare di me».

Alla fine Costantini ha trovato la chiave giusta per parlare di quello che vedeva e ha creato The Voyage of Italy: «Man mano ho aggiunto un paio di disegni al giorno pubblicandoli su Medium e creando un diario di ciò che io potevo vedere da casa mia, lavorando in smart working. Sono disegni tratti da foto per lo più amatoriali e scattate da medici e infermieri, che ritraggono momenti di lavoro in prima linea contro il virus».

The Voyage of Italy è un nome nato per fare il verso al Grand Tour ottocentesco, compiuto dai ricchi stranieri per scoprire le bellezze del nostro Paese. Il titolo tradisce l’idea originale di Costantini, che inizialmente pensava The Voyage come un progetto in grado di interessare principalmente un’audience non italiana. Il successo dei disegni nel nostro Paese ha sorpreso lui in primis: «L’ho concepito per un pubblico straniero che potesse vedere i disegni su Twitter, a partire dai miei contatti, per mostrare all’estero la situazione italiana che in molti Paesi non si era ancora sviluppata come lo è adesso. Poi ho avuto quasi più visualizzazioni dal pubblico italiano, soprattutto su Facebook; per Twitter forse queste immagini sono troppo misteriose, dato che è un social che ha bisogno di informazioni più precise. Questi disegni invece sono emotivi e forse è per questo che su Facebook hanno avuto maggior successo. Sono nati senza parole, con solo la città di riferimento a fare da didascalia».

Non c’è in fondo molto da spiegare: le storie raccontate nelle polaroid disegnate di Costantini arrivano in maniera abbastanza immediata. Sono la riproduzione fedele di foto già uscite sui social o sui giornali e sono state scelte dal fumettista anche perché in grado di colpire subito chi guarda: «La maggior parte delle foto – alcune più costruite, altre meno – ritraggono persone in azione e impiegate in cose tecniche: l’uso di macchinari, il lavoro in ospedali da campo, i militari a pattuglia… e poi mascherine, guanti e tute di plastica che disegnate fanno apparire le persone come strutture ghiacciate, quasi di neve».

Si tratta di piccoli affreschi che parlano da soli, non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Forse, più semplicemente, sono figli di un’emergenza sanitaria di per sé incomunicabile. Costantini questo non lo sa di preciso ma non esclude a priori la seconda ipotesi: «Può essere, vista la mia iniziale difficoltà a parlare dell’argomento. La scelta però è inconsapevole, deriva da come ho strutturato il primo disegno. All’inizio lavoro spesso anche in maniera casuale; questo poi non è un lavoro commissionato, ma artistico, spontaneo, che ho proseguito per più giorni, ma nessuno mi costringe a continuare a disegnare questa vicenda. È stato un momento di cui ho voluto raccontare; l’incomunicabilità c’è, ma la comunicazione non manca, soprattutto online».

Per restituire un’immagine fedele del nostro Paese al tempo del CoViD-19, non ci si può limitare a parlare del virus in sé: bisogna mettere in evidenza anche gli aspetti collaterali che stanno emergendo in questa situazione di emergenza. Tra le immagini che colpiscono di più c’è non a caso quella di un militare che blocca le auto sul confine. Il vero pericolo potrebbe essere non il virus in sé, ma la possibile perdita di libertà? «Certo. Il disegno è tratto da una foto che nella mia versione è incompleta, perché c’è solo il militare al confine e non l’auto che viene fermata. Essendo un disegno, può essere interpretato da chi lo guarda in tante maniere e questo effetto è voluto proprio perché il militare in strada non è un bel vedere, è difficilmente identificabile come un eroe come invece capita con i medici o gli infermieri degli altri disegni. Per molti lo è, per me per esempio no. È un disegno inquietante, come quello dedicato ai camion dell’esercito a Bergamo. La mattina in cui ho visto la foto su Internet non ho pensato alle bare che trasportavano, ma mi ha fatto impressione la forza che emanava questo ingombro di mezzi militari. È anche una critica, per altri invece no. La foto non avrebbe dato questa doppia lettura, mentre disegnare il solo militare è quasi una denuncia».

Le foto sono molto più deboli dei disegni, soprattutto se non sono opera di professionisti: gli scatti rischiano di scomparire, di venire dimenticati. Un progetto come The Voyage of Italy nasce anche per conservare la memoria di questi scatti, che rischierebbero di sbiadire col tempo: «È importante ricordare cosa è successo e il disegno può archiviare meglio, anche perché queste tavole faranno parte di un progetto di una sola persona che l’ha realizzato come testimonianza. Per me è molto importante creare delle memorie di questo tipo, è come lasciare un magazzino di disegni consultabili per sempre».

Nel progetto The Voyage of Italy, in foto e vignette, l’Italia in quarantena che resiste e spera nel quotidiano

Non è detto però che un lavoro del genere abbia valore solo domani. Il progetto può trasmettere qualcosa di importante anche adesso, mentre quello che si vede combacia con ciò che sta accadendo. Per veicolare questa opera e il suo messaggio in presa diretta è fondamentale poter contare sul supporto della tecnologia, in particolare dei social: «Questo lavoro può esistere solo in questa maniera. Anche se dovesse essere esposto in una mostra, non influirebbe sugli animi delle persone più di tanto perché rappresenterebbe solo un ricordo. Adesso invece poterlo veicolare nell’immediato è molto più importante e i social sono fondamentali in questo. Se i disegni venissero pubblicati semplicemente su un sito, non avrebbero alcun modo di essere diffusi e nessuno se ne accorgerebbe. I social sono la nostra realtà al momento e il progetto deve essere condiviso per forza lì, è pensato appositamente per questi mezzi di comunicazione. Sono solito lavorare attraverso i social, non ho cambiato le mie abitudini a causa della quarantena; il mio messaggio passa sempre attraverso Internet, è proprio il mio modo di comunicare con gli altri. Poi non manca anche l’incontro dal vivo, certo, ma lavoro soprattutto online».

Il disegnatore è in qualche modo fortunato: non ha bisogno di troppo tempo per adattarsi alla quarantena, visto che spesso una gran parte del lavoro si fa nel chiuso della stanza. Certo, manca il poter trovare spunti in prima persona nel mondo esterno, soprattutto se come Costantini si è un artista molto attento a ciò che accade intorno: «Personalmente negli anni ho fatto di tutto per uscire dal mio studio e stare in mezzo agli altri. Il lavoro online senza la realtà è abbastanza soffocato, perché ho bisogno che i miei disegni sfocino nella quotidianità delle persone portandole magari a delle manifestazioni o che li usino nella vita vera, non solo sul Web. Mi interessa anche incontrare queste persone dal vivo attraverso la presentazione di libri e mostre, dato che online si può fare solo una conoscenza poco approfondita. Il mio modo di lavorare quindi non è cambiato, ma il mio rapportarmi con gli altri è decisamente sofferente. Avrei bisogno di maggiori contatti anche per lavoro, non solo attraverso uno schermo».

La quarantena però può essere raccontata anche in chiave comica, proprio come ha proposto il romano ZeroCalcare con la sua serie animata, Rebibbia Quarantine. Se si vuole sdrammatizzare o fuggire parzialmente dalla realtà, il disegno diventa terapia? «Può essere – annuisce Costantini –. Essere sempre impegnati fa bene in momenti come questo e il mio lavoro me lo permette, mentre altre persone, costrette a stare ferme da un mese senza fare nulla in casa, di certo vivono con maggior sofferenza la quarantena. Per fortuna io ho questo impegno costante e continuerà ad essere così anche alla fine dell’isolamento. Non mi sento con le mani in mano, ma cerco di aiutare alla mia maniera: disegnando».

E com’è la sua quarantena? Come si potrebbe raccontare in una vignetta? Costantini ride: «Mi rappresenterei qui nel mio studio, a lavorare. Ho già fatto un disegno simile per uno speciale di Robinson: seduto alla scrivania e con alle spalle il virus che incombe».

Oltre ai fumettisti, anche gli street artists hanno affrontato il tema CoViD rivisitando le opere d’arte. «La dissacrazione serve come messaggio – spiega Costantini –. Si usa qualcosa che altri conoscono per parlare di ciò che succede ora. È il caso de Il Bacio di Hayez rivisitato da TvBoy. Si tratta di una dissacrazione utile, che lancia un messaggio preciso usando un simbolo di Milano. È così che si suscita l’interesse per una certa notizia, in questo caso il virus».

In tema di news, la pandemia viene spesso descritta con termini bellici. Per un fumettista che ha rappresentato la guerra in Libia ha senso tratteggiare in questo modo l’emergenza sanitaria? Costantini scuote la testa: «Per me no, perché sono due cose differenti. Questo non è un conflitto che nasce dallo scontro tra due popolazioni o fazioni, ma è ritratto così dai media perché è concepito come un attacco sferrato da un’entità invisibile che dobbiamo sconfiggere con le nostre tattiche di guerra: il controllo, la reclusione, la narrazione del nemico. Si usa questo linguaggio perché fa effetto. Poi ci sono i militari per le strade e allora diventa ancora più semplice ricorrere a questa retorica. Si parla di lavoro in prima linea, no? Anche questo è un riferimento a chi muore nei conflitti armati, solo che qui stiamo parlando di operatori sanitari che si sacrificano per il bene della comunità e che soffrono una situazione di stress costante. I giornali non dovrebbero ricorrere a questo tipo di linguaggio, ma lo usano per fare notizia».

Si parla infatti di infodemia, della corsa a informare a tutti i costi. Costantini riflette ad alta voce: «Spesso penso a come sarebbe stata la situazione se fossimo vissuti in un periodo senza Internet e senza notizie a ogni ora del giorno, ma solo con i giornali in edicola. Mi chiedo se questo sapere sempre tutto non ci stia pian piano anestetizzando. All’inizio facevano effetto tre morti, adesso 800 al giorno non ti dicono più nulla. Speri che diminuiscano, ma man mano che i numeri crescono diventi quasi indifferente. E poi riuscire ad avere 24 ore di programmazione televisiva – ma anche le prime pagine di quotidiani o di siti online – sempre sullo stesso argomento fa sì che diventi difficile avere qualcosa da dire. Adesso ho l’impressione che ci si stia arrampicando sugli specchi parlando di chi si fa i selfie o di ciò che fa la gente a casa, criticando quei paesi che non hanno adottato la quarantena… Sono cose che trovano il tempo che trovano». Si interrompe e aggiunge: «In un contesto simile è difficile parlare di tutto il resto, piuttosto. Per esempio io che mi interesso di diritti umani non riceverei lo stesso interesse di prima su un caso di violazione che può accadere in uno Stato come la Nigeria. Trova una rilevanza minore a livello di veicolazione di messaggio; è approvato da una piccola cerchia di persone più o meno direttamente coinvolte, ma il grande pubblico difficilmente si interessa a un argomento del genere, già considerato di nicchia a prescindere dal virus».

Non solo Africa: Costantini ha lavorato anche in Nord America, in particolare per la CNN, e ci racconta cosa prova di fronte all’espansione gigantesca dei contagi Oltreoceano: «Ciò che accade negli Stati Uniti è davvero grave. Colpisce direttamente il nostro immaginario, basta pensare a New York. Sono numeri che fanno paura, molto più di quelli cinesi, anche perché ci sentiamo decisamente più vicini al mondo americano che non a quello asiatico. Sono notizie che ci aspettavamo, ma appaiono più grandi di quello che pensavamo».

La situazione statunitense si aggrava, quella italiana pian piano sembra migliorare. Attraverso i disegni di The Voyage of Italy si nota l’andamento dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese. Costantini ci confida quali sono le sue tavole preferite: «Sono tre: quella con il gruppo che carica una bara su un’auto; la donna che cuce mascherine per un’industria di Besozzo; i due infermieri inginocchiati che cercano di consolarsi a vicenda. La foto è stata scattata da un medico in corsia. Credo che siano le immagini più rappresentative di ciò che stiamo vivendo».

Noi ne aggiungiamo un’altra: il neonato con il pannolino con su la scritta colorata Andrà tutto benePerché l’Italia saprà rinascere dalle ceneri dei propri morti come l’araba fenice.