Israele insieme all’emergenza Coronavirus affronta da ormai un anno un’impasse politica che potrebbe essere arrivata a una svolta. Infatti, dopo il mancato accordo tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu nel dar vita a un governo di emergenza e unità, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha affidato, lo scorso 15 aprile, l’incarico alla Knesset, il Parlamento monocamerale. Ora si prospettano due possibili scenari: la nascita di un’alleanza o il ritorno alle urne. Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato con Nello Del Gatto, corrispondente da Gerusalemme per l’AGI e autore per Radio 3 Rai.
«La decisione di Rivlin — commenta Del Gatto — serve infatti a dilatare i tempi affinché i due leader possano trovare una convergenza. Diversamente è già stata indicata come data possibile per le prossime elezioni il 4 di agosto». Se quest’ultima ipotesi fosse confermata, si tratterebbe del quarto voto consecutivo per gli israeliani. L’iter di formazione del governo prevede infatti che «l’incarico prima debba essere dato al parlamentare che porti 61 voti, cosa che ottenne Gantz grazie ad un’alleanza allargata dopo le elezioni dello scorso marzo. Terminato il periodo di incarico senza un nulla di fatto, il presidente può stabilire se estenderlo al primo designato o indicarne un secondo, scelta tuttavia non percorribile nei confronti del leader del Likud, dato che al momento si trova con 59 voti». La terza possibilità — seguita da Rivlin — è appunto rimettere tutto nelle mani della Knesset, che «avrà 21 giorni per indicare come premier qualsiasi membro del Parlamento in grado di ottenere il sostegno della maggioranza, il quale entro 14 giorni potrà presentare un governo. Se questo non accadrà, il Parlamento si scioglierà aprendo la strada a nuove consultazioni», afferma Del Gatto.
Sebbene Netanyahu e Gantz si siano finora trovati concordi sia nella gestione dell’emergenza Covid-19, che nella rotazione del premierato, al centro del loro dibattito resta l’indistricabile nodo sulla giustizia. Ieri sera, rispettando le distanze e muniti di mascherina, qualche migliaio di israeliani è sceso in piazza a Tel Aviv per manifestare contro un possibile governo di coalizione. Netanyahu infatti, imputato al momento in tre diversi procedimenti penali, sta cercando una soluzione per evitare il processo, rinviato causa Coronavirus a data da destinarsi. Come spiega Del Gatto, «la legge israeliana prevede che un ministro incriminato, non possa mantenere incarichi di governo, mentre nulla dice per il premier. Ora, poiché l’accordo con Gantz stabilisce che sarà Bibi il primo a ricoprire il ruolo di capo del governo, ci si domanda che cosa accadrà allo scadere dei 18 mesi, quando l’incarico passerà all’attuale presidente della Knesset e Netanyahu, presumibilmente ancora imputato, occuperà il ruolo di ministro. Per questo, il leader del Likud sta pensando ad una legge che lo tuteli e, nello stesso tempo, ha chiesto di poter avere il ministero della Giustizia, per contare sulle nomine dei giudici, in modo da non essere sollevato da alcuna carica». D’altra parte, il leader del Blu e Bianco non sembra disposto a cedere sul versante della giustizia e «negli ultimi giorni ha detto a Netanyahu che se non si troverà a breve un accordo, lui, in qualità di speaker della Knesset, riunirà il Parlamento avanzando una proposta legislativa che vieti anche al premier imputato di mantenere un incarico. Così formulata la proposta otterrebbe la maggioranza in Parlamento, ma i tempi paiono stretti per riuscire ad approvare la legge».
Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere.
In attesa di un governo stabile, Israele sta offrendo prova di grande capacità nell’affrontare il Covid-19, tanto che «secondo gli ultimi sondaggi il Likud sarebbe in testa, motivo per cui Bibi vuole andare alle elezioni, proprio perché a lui viene riconosciuta un’ottima gestione dell’emergenza. Stando poi ad alcuni algoritmi Israele sembra il miglior Paese ad aver gestito l’emergenza Coronavirus», aggiunge il corrispondente da Gerusalemme. Su 8 milioni di abitanti infatti risultano ad oggi 13.362 i casi positivi e 171 i decessi. Mettendo in atto con tempestività misure preventive, si classifica come uno dei primi Stati ad aver attuato graduali chiusure, già iniziate ai primi di febbraio. Ma com’è stato possibile tutto questo e perché proprio qui? «Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere; non a caso Tel Aviv è la città al mondo dove, in proporzione alla densità demografica, nasce il maggior numero di start up, in particolare tra commilitoni e militari o fra giovani studenti. Al momento le ricerche sperimentali sul Covid-19 stanno avendo buoni risultati e sono in mano all’università». Oltre ad aver investito nella scienza, l’esecutivo si è poi rivolto alle sue agenzie, per approvvigionarsi delle attrezzature sanitarie e monitorare la diffusione del contagio. Alcuni aiuti sono arrivati da Usa e Cina, altri rifornimenti sono invece stati effettuati in loco. «Israele ha preso la lezione da Taiwan e dalla Corea del Sud: Il ministero della Salute israeliano ha dapprima diffuso un’app nella quale gli iscritti, dopo aver dichiarato il proprio stato di salute, venivano avvisati, a seconda degli spostamenti, sulla presenza di persone infette. In un secondo momento è stato messo sul campo lo Shin Bet, per poter controllare le persone contagiate ed individuarne di possibili. La scelta si deve al fatto che l’agenzia interna risultava la più adatta e formata a gestire il compito», chiarisce Del Gatto.
Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare.
Le misure applicate per il contenimento del contagio, trovano un riscontro pratico nella vita delle comunità religiose. Il distanziamento sociale richiesto, è stato deciso nella misura appropriata per i fedeli. «Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare. La scelta non ha incontrato il favore degli ebrei ortodossi, che vivono in comunità isolate e non riconoscono il governo ufficiale, ma solo l’autorità religiosa. Non a caso proprio i quartieri e le città da loro abitate hanno riscontrato la maggior diffusione del virus». I dati: la città più colpita è Gerusalemme con 2.579 casi e 900.000 abitanti, seguita, a nord di Tel Aviv, dalla cittadina ortodossa di 200.000 abitanti Bnei Brak, che ne conta 2.307. «Il governo ha dunque disposto la chiusura di Bnei Brak, poi i quartieri di Gerusalemme dove vivono le comunità ortodosse, imponendo un coprifuoco durante la Pasqua ebraica. Un secondo focolaio è presente all’interno della comunità musulmana, tanto che le stesse autorità religiose hanno chiesto ai fedeli di restare a casa» spiega Del Gatto. Per il momento dunque i luoghi di culto restano chiusi. Il Gran Muftì ha annunciato che il 23 aprile dovrebbe cominciare il Ramadam e che per tutta la sua durata non si potrà andare a pregare in moschea. Per la Pasqua ortodossa le autorità israeliane si sono messe a disposizione perché il Patriarca ortodosso possa distribuire il fuoco sacro, ma sempre nel rispetto delle regole stabilite.
Si cerca un accordo di scambio di prigionieri tra Hamas e il governo israeliano. Da un lato Israele deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che hanno la necessità di avere un proprio Paese.
Diversi Paesi a causa del Coronavirus hanno dovuto affrontare il problema delle carceri. In Iran e in alcuni stati del Nord Africa si è arrivati anche al rilascio dei detenuti. «Il problema dei carcerati in Israele è primariamente politico, poiché l’accusa più frequente è di essere terroristi palestinesi. Ad oggi non sono noti casi di contagio nelle prigioni. Tuttavia si sta sfruttando questo momento di tranquillità tra le diverse fazioni per un accordo di scambio di prigionieri tra Hamas e il governo israeliano. L’organizzazione palestinese ha chiesto la liberazione di 250 prigionieri, in cambio di informazioni su quattro israeliani due morti e due vivi, ancora nelle loro mani. All’inizio sembrava che Israele fosse disposto a fornire in cambio alcuni ventilatori, materiale che poi ha dato, fuori dall’accordo», racconta del Gatto. La tregua che non senza difficoltà si va cercando in questi giorni è fragile. Per concludere: «Da un lato Israele vede la sua esistenza continuamente minacciata e deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che legittimamente hanno la necessità di avere un proprio Paese. Tutto questo ha portato ad una temporanea distensione. Israele ha aiutato Gaza creando un ospedale al confine e inviando test in Palestina. I medici palestinesi sono stati addestrati da quelli israeliani per la gestione del Covid-19».