Stati Uniti d’America, 1932. Mancano sette anni allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e Adolf Hitler non è ancora cancelliere del Reich. In Arkansas, nasce Charles Sonny Liston. Infanzia lacerata dalla frusta del padre e destino da campione della boxe. Un picchiatore devastante dalle mani enormi. Floyd Patterson si accorse della sua potenza disumana il 25 settembre 1962, quando quel colosso di 1.84 m lo stese in poco più di due minuti spodestandolo dal trono dei pesi massimi. Liston non era abituato ad affrontare nemici invisibili come questo virus. Li vedeva in carne ed ossa e li metteva al tappeto con pugni che suonavano come tuoni. Era il peso massimo vecchia scuola: gambe piantate a terra, guardia alta e jab sinistro sbattuto sul viso degli avversari, per tenerli lontani e abbatterli a cannonate. La tecnica per sconfiggere il Covid-19, mantenere la distanza, Liston la insegnava decenni fa tra le dodici corde del quadrato. Il suo allungo micidiale portato con un braccio di ben 84 centimetri è stato la chiave dei suoi successi.

Mike Tyson una volta ha dichiarato: “Nessuno faceva più paura di Sonny Liston, nemmeno io”

Il virus non è umano, ma usa i suoi subdoli nanometri per tenerci all’angolo del ring senza farci uscire. Ridurre la battaglia al coronavirus ad uno stiracchiato riferimento pugilistico è alquanto irrispettoso ma  Sonny Liston è molto altro. Rappresenta la solitudine che proviamo sulla nostra pelle. Un uomo forte e muscoloso dall’animo fragile.  Nelle sue notti di eccessi forse non ha mai avuto veri amici. Ecco perché non bisogna sottovalutare il valore di sorrisi e parole gentili anche se filtrati da uno schermo. Già, le parole.

La comunicazione non sensazionalistica pesa molto e Sonny Liston sarebbe stato un buon giornalista perché era schietto, sincero, e poco incline allo show e ai riflettori. Ascoltando le sue interviste si capisce come valga di più una sua frase rispetto alle mille pronunciate da Mohamed Alì. The Greatest, il ventiduenne che gli sfilò la cintura dei massimi nel 1964 alla Convention Hall di Miami. Uno degli incontri più chiacchierati della storia della boxe magistralmente descritto nel libro di Maurizio Ruggeri “Sonny Liston, il campione che doveva perdere contro Alì”. Sono passati quasi 50 anni dalla sua morte a Las Vegas nel dicembre del 1970. Liston è morto solo, in circostanze misteriose. Non è mai stata sicura nemmeno la data di nascita di quel gigante dagli occhi grandi e tristi. Un corpo enorme senza vita disteso sul letto. È stato ritrovato come quei cetacei che si perdono e muoiono soli sulla spiaggia. Tutti ne ammirano la grandezza ma fino a quando non giacciono esanimi sulla sabbia nessuno si ricorda della loro esistenza.  Sonny Liston era questo. L’uomo colosso dell’Arkansas con il fisico pachidermico, l’anima effimera di una falena e il jab sinistro formidabile. Per ricordarlo, in questa quarantena, basterà schiaffeggiare il pavimento con una funicella al ritmo di Night Train. Si riscaldava così in palestra Sonny Liston. Sulle note del blues.

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