Una speranza per il futuro

«Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la notte in cui il presidente della Siria Bashar al-Asad si è dato alla fuga davanti all’avanzata delle milizie jihadiste di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) verso Damasco. «Quando sono andato a dormire, il governo di Asad non era ancora caduto. Un’ora dopo è suonato il mio cellulare: era mio cugino dall’Olanda che mi urlava “Boutros, è caduto! Quel cane è caduto!”».

Boutros ha 27 anni, e viene da Latakia, anche se è originario di Qunaya, un villaggio situato nella regione di Idlib, nel Nord del Paese, la stessa regione sotto il controllo della milizia Hayat Tahir al-Sham dal 2017. Tre anni fa, si è trasferito a Milano per studiare regia e, da allora, non è mai riuscito a tornare. È sempre rimasto in contatto, però, con amici e familiari a casa: «Da un lato tutti sono contenti e festeggiano. In tutta la Siria hanno tirato giù le statue di Hafiz al-Asad (padre di Bashar ed ex presidente della Siria, ndr), e le hanno trascinate per strada. Dall’altro, però, c’è anche molta preoccupazione, perché la situazione è caotica e instabile. Scappando, Bashar al-Assad non ha lasciato il governo a nessuno, e anche l’esercito e le forze dell’ordine sono fuggiti lasciando incustodite le proprie sedi. Prima che entrassero nelle città gli eserciti ribelli, diverse persone sono entrate in questi posti, mettendoli a fuoco, oppure rubando pistole e armi. Per questo motivo la situazione è un po’ fuori controllo».

Nonostante l’attualità sia molto caotica per la Siria, l’inquietudine è solo per la situazione immediata. Se, invece, si cerca di immaginare il futuro del Paese, si delinea uno scenario di speranza: «Sotto il regime di Assad, c’erano tante persone condannate senza processo con l’accusa di aver parlato male del governo. Si è scoperto dell’esistenza di tante carceri di cui nessuno era a conoscenza e i cui prigionieri – provenienti da Siria, Libano, Iraq e Palestina – adesso sono in libertà e sono tornati dalle loro famiglie. […] Gli eserciti ribelli ci stanno dicendo che in futuro non sarà più così, che il Paese sarà libero. Dichiarano che rispetteranno il popolo siriano a prescindere dalla loro religione: non importa se cristiano, sunnita, sciita, alawita o druso, la Siria sarà dei siriani. Ovviamente non possiamo giudicare troppo velocemente né il governo provvisorio né il suo modo di operare. Il regime precedente ci ha però lasciato un Paese distrutto e casse vuote. È giusto dare a questi miliziani una possibilità per vedere cosa possono fare».

A proposito di religione, c’è da sottolineare l’approccio differente tra quello del leader di Hts al-Jolani e l’ormai ex presidente Assad. L’esercito ribelle, nonostante si origini da gruppi come l-Qaida e Isis, promette di governare il Paese laicamente, rispettando tutti i gruppi religiosi presenti sul territorio, ponendosi in discontinuità rispetto ad Assad: «Ci sono alcune comunità religiose in Siria che sostenevano Assad, come i cristiani e gli alawiti. Assad ha sfruttato questa diversità per generare il conflitto all’interno della popolazione siriana e per incutere timore. “Se io me ne vado, vi uccideranno”: questo era il suo ricatto. Ma quando è fuggito, tutti questi gruppi si sono sentiti traditi e delusi, perché il loro presidente li ha abbandonati senza pronunciare neanche una parola».

Tra equilibri fragili e nuovi scenari

Al tripudio di gran parte della popolazione per la caduta del regime si affiancano i dubbi degli attori regionali su quale sarà il destino del Paese, in particolare su quale forma assumerà il nuovo governo e come questo cambio di regime influenzerà i fragili equilibri regionali, già messi alla prova dal conflitto israelo-palestinese.

Fedele alleata dell’Iran, la Siria è stata un attore fondamentale della cosiddetta “mezzaluna sciita” e ha goduto dell’appoggio di Teheran durante la guerra civile. Il supporto era arrivato anche dal partito armato libanese Hezbollah, stretto alleato della Repubblica islamica. Storico è anche il legame che il regime siriano ha costruito con la Russia, risalente all’epoca sovietica e rappresentato concretamente dalla presenza in territorio siriano della base navale di Tartus, simbolo della presenza di Mosca in Medio Oriente.

La caduta del regime e la fuga di Assad a Mosca hanno rotto questi equilibri che già da tempo stavano scricchiolando sotto il peso degli eventi internazionali. Mentre le risorse del Cremlino erano sempre più concentrate sul conflitto in Ucraina, l’entrata delle forze israeliane in Libano ha messo a dura prova le capacità belliche di Hezbollah, che si ritrova ora privata di un regime alleato e il cui territorio garantiva un corridoio di rifornimenti provenienti dall’Iran e basi di appoggio: «Hezbollah ha un problema senza precedenti. – spiega Lorenzo Trombetta, giornalista e autore del libro Siria: dagli Ottomani agli Asad: e oltre -. Bisognerà capire come i recenti sviluppi influenzeranno il suo potere all’interno del Libano. Il 9 gennaio prossimo si terranno le elezioni presidenziali e bisognerà capire se l’organizzazione cercherà di mantenere un profilo dominante o se sarà costretta a venire a più miti consigli».

Nonostante la comune avversione verso Teheran, non sembra che i recenti sviluppi abbiano incoraggiato un riavvicinamento tra Israele e Damasco. Dal 1967 lo stato ebraico occupa le alture del Golan, tutt’ora considerate territorio siriano, da cui deriva il nome di battaglia scelto dal leader di Hts Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿa: Abu Mohammed al-Jolani, che letteralmente significa “proveniente dal Golan”. Una posizione strategica che Israele non intende lasciare, anzi. Dopo l’entrata dei ribelli nella capitale, le forze di Tel Aviv hanno occupato altre porzioni di territorio, “una mossa temporanea motivata da ragioni di sicurezza”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, ma che ha subito ricevuto una netta condanna da parte della comunità internazionale. Oltre a questo da non sottovalutare è l’impatto dei 480 raid effettuati dalle forze israeliane contro siti militari siriani, condotti, a detta dei vertici militari, “per evitare che finissero nelle mani di elementi terroristici”. Tra gli obiettivi ci sono 15 navi, diversi siti di produzione di armi e batterie antiaeree.

Se da un lato la situazione ha indebolito i vecchi alleati di Damasco, dall’altro potrebbe favorire la posizione di un altro attore: la Turchia. «L’influenza di Ankara non è nuova nella storia della Siria. Basti pensare ai secoli di dominio ottomano nella regione – spiega ancora Lorenzo Trombetta -. Bisogna capire come la Turchia negozierà le sue acquisizioni territoriali nel Nord-Ovest. Probabilmente verranno avviati dei negoziati con la Russia per permettere a Mosca di mantenere le sue basi nel Mediterraneo in cambio di una maggiore influenza geostrategica». L’influenza turca potrebbe giocare un ruolo cruciale nella sorte della popolazione curda che Ankara vorrebbe vedere confinata ad Est del fiume Eufrate: «Ora bisognerà vedere quali accordi verranno stretti tra Stati Uniti e Turchia sulla questione. Per ora ad Est dell’Eufrate i curdi sembrano poter mantenere le loro posizioni nel Nord-Est, dove costituiscono la maggior parte della popolazione. Nelle altre zone, a popolazione mista, quando i curdi non riusciranno più a cooptare le popolazioni arabe locali, queste potrebbero essere a loro volta cooptate da altre fazioni».