“Spesso ci sono cose più naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare”. È con questa frase di Victor Hugo che si apre la mostra fotografica #IOnonESISTO: un vero e proprio viaggio nel mondo dei disturbi alimentari, a Milano a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia, dal 23 febbraio al 4 marzo. Il progetto è finalizzato ad aumentare la consapevolezza verso una problematica sempre più diffusa all’interno della società, soprattutto nei giovani e che conta tre milioni di malati e circa tremila morti all’anno, secondo i dati forniti dalla Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA).

Sono 60 i soggetti intervistati, fotografati e poi esposti alla mostra: non solo persone ricoverate a Miralago, ma anche i loro familiari, amici e fidanzati; con la partecipazione speciale di cuochi, terapeuti, infermieri e addetti alle pulizie del centro.

“Raccontare con le immagini, ma senza spettacolarizzare” è l’obiettivo che si è posto Marco Rilli, l’intraprendente fotografo autore di tutti i ritratti della mostra. Un professionista sensibile, in grado di capire quanto lo “tsunami” della malattia devasti, insieme alle “vittime”, anche quelle persone che ogni giorno gravitano intorno a loro. Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza il fondamentale contributo dell’Associazione ANANKE e del Centro di cura Villa Miralago.

“Sono rimasto colpito dal desiderio dei ragazzi di esternare, di raccontare e raccontarsi” afferma Rilli. Sono ben 60 i soggetti intervistati, fotografati e poi esposti alla mostra: non sono solo le persone ricoverate a Miralago, ma anche i loro familiari, amici e fidanzati; con la partecipazione speciale di cuochi, terapeuti, infermieri e addetti alle pulizie del centro. Il lavoro è durato un anno intero.

Il fondale neutro, l’uso del bianco e nero, la coerenza stilistica in ogni ritratto sono i punti cardine su cui si è basato l’intero lavoro di Rilli. L’artista ha cercato di mettere in evidenza esclusivamente i soggetti, senza però mai scadere nella spettacolarizzazione. Così spiega: “Spesso si resta in superficie, focalizzando l’attenzione solo sugli effetti che la malattia ha sul corpo”. E aggiunge: “Noi abbiamo provato ad andare oltre”. Infatti, il progetto mette l’accento non tanto sull’estetica, quanto sul fermare nell’obiettivo momenti di vita vissuta reale e senza infingimenti.

“In ogni ritratto c’è sempre uno scambio di energia tra il fotografo e il soggetto da ritrarre: più è intenso questo scambio, più c’è la possibilità che avvenga la magia”, spiega Marco Rilli. E la magia è avvenuta proprio grazie all’ascolto e al dialogo con le ragazze e i ragazzi di Villa Miralago, vera fonte d’ispirazione. Gli oggetti a loro cari, le interviste, i racconti e le sensazioni da loro vissute sono stati gli spunti da cui Rilli è partito. Ogni ragazza ha portato con sé, sul set dello shooting, un oggetto per lei importante: una bilancia, una maschera, un costume, una semplice matita da disegno. La libera espressione di sé ha fatto da padrona in ogni fase del progetto.

Colpiscono soprattutto le fotografie scattate con la tecnica della doppia esposizione, ovvero quando “uno stesso soggetto compare nello scatto in due posizioni differenti”. Questa serie di ritratti è nata proprio grazie all’intenso dialogo con i pazienti del centro che hanno più volte espresso il loro sentirsi come “sdoppiati” nella personalità. “Arriva un momento in cui la malattia capisce che ti stai staccando da lei ed è proprio allora che diventi due persone e tutto si complica, perché tu combatti una guerra contro te stessa” dice Sabrina, giovane paziente di Villa Miralago.

Il lavoro di Marco Rilli invita alla comprensione di un problema ben più complesso della semplice percezione del cambiamento estetico del corpo: è il tentativo non convenzionale di far comprendere, attraverso il ritratto, quanto questa malattia sia radicata in profondità; non nei fianchi, ma nell’anima.