«Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, dai cinquanta in poi ho pubblicato molti disegni, ma si può dire che tra quello che ho raffigurato fino ai settanta non c’è nulla di considerevole» così Katsushika Hokusai, il celebre autore de La grande onda di Kanagawa, parla di sé stesso e della sua carriera artistica. «[…] a ottantasei migliorerò ancora, a novanta avrò approfondito il senso recondito delle cose, mentre a cento anni avrò forse veramente compreso la dimensione del divino […]».
Questa citazione si trova nella postfazione delle Cento vedute del monte Fuji, tre volumi stampati a partire dal 1835 in inchiostro nero, e sono considerate come il testamento artistico di Hokusai, che all’epoca aveva settant’anni e si firmava con lo pseudonimo Gakyo Rojin Manji, ovvero “Manji il vecchio pazzo per la pittura”. Con queste parole Hokusai auspicava di continuare a dipingere fino a cento anni per diventare, a detta sua, un vero pittore. Non raggiunse mai quell’età, spegnendosi a ottantanove anni, ma fino alla fine continuò tutti i giorni a disegnare e creare opere.
Con oltre duecento opere, tra cui alcuni lavori mai esposti in precedenza, la mostra dedicata al più famoso degli artisti giapponesi, aperta fino al 23 febbraio al Palazzo Blu di Pisa, ripercorre i suoi capolavori più importanti, spiegandone la fama e mostrandone le influenze sugli artisti immediatamente successivi e contemporanei.
La fortuna degli ukyioe
Il percorso parte dalle sue opere più conosciute, ovvero gli ukiyoe, le “immagini del mondo fluttuante”. Questo tipo di stampa artistica basata sulla silografia, la cui tecnica viene spiegata nel dettaglio da un video illustrativo durante la mostra, è quello che ha fatto la fortuna dell’artista in vita.
Il contesto storico è quello del Giappone nel periodo Edo (1603-1868), e in particolar modo parte dal 1720, quando l’ottavo shogun – ovvero la massima autorità politica, amministrativa e militare – allentò le politiche proibizioniste sulle importazioni di libri e immagini dall’estero. Questo provvedimento, che permise la circolazione di volumi in lingua straniera, fu il primo passo verso un avvicinamento culturale tra Oriente e Occidente che influenzò pesantemente la tradizione artistica. Le serie ukyioe più famose di Hokusai, pubblicate più di un secolo dopo, devono la loro fortuna commerciale proprio a questo tipo di apertura: l’applicazione del blu di Prussia, una novità importata in Giappone dalla Germania, insieme all’assimilazione della prospettiva occidentale, ne sono la testimonianza.
A queste serie, tra cui le Vedute insolite di famosi ponti giapponesi di tutte le province, Viaggio tra le cascate giapponesi e soprattutto Trentasei vedute del monte Fuji, è dedicata interamente la prima parte della mostra. Queste opere rientrano nella categoria dei meishoe, ovvero immagini e vedute di località celebri. Si tratta di luoghi già resi famosi dalla poesia e dalla letteratura classica, associati a specifiche caratteristiche come le cascate, la fioritura dei ciliegi o la presenza di architetture come ponti, templi o santuari. La rappresentazione dei ponti con forme surreali, la celebrazione della dinamicità e della bellezza della natura e la raffigurazione di scene della quotidianità dei giapponesi decretarono Hokusai come il massimo maestro dell’ukiyoe.
Così si può dire in particolare delle vedute del monte Fuji. Previste inizialmente in numero di trentasei, come suggerisce il titolo, diventarono presto quarantasei fogli, a dimostrazione del loro immediato successo riscontrato sul mercato. Nella cultura giapponese, il Fuji rappresenta il monte degli Dei e, allora come oggi, è luogo di pellegrinaggio. Nel periodo Edo divenne inoltre simbolo di unità nazionale proprio grazie alla popolarità delle vedute. Nella serie Hokusai raffigura l’azione umana nella sua quotidianità, con uomini e donne che lavorano o si divertono, immersi nel paesaggio e con il monte Fuji sempre presente sullo sfondo, in modo più o meno evidente. In alcuni casi, come in quello della La Grande Onda presso la costa di Kanagawa o Kajikazawa nella provincia di Kai, viene anche raccontata la potenza della natura messa in relazione con l’azione umana, creando tra i due una forte tensione.
Le influenze successive e il giapponismo
Edgar Degas: «Hokusai non è solo un artista tra gli altri nel Mondo Fluttuante. È un’isola, un continente, un mondo intero in sé».
Uno dei punti forti dell’esposizione è la volontà di mostrare quanto il lavoro di Hokusai abbia influenzato, nel corso dei secoli, non solo altri artisti giapponesi, ma del mondo intero. Esso ebbe un tale impatto su artisti e intellettuali europei dell’Ottocento che impressionisti e post-impressionisti diedero vita la movimento del giapponismo. Gli artisti usarono le sue opere non solo come oggetti esotici da collezionare ed esporre in privato, ma anche come fonte di spunti creativi per le loro opere artistiche, trovandoci un approccio innovativo alla linea, al colore e alla costruzione dell’immagine che stravolgeva i canoni pittorici del tempo.
Oltre alle sue celebri stampe, furono fonte d’ispirazione anche i suoi manga – letteralmente “schizzi sparsi” – ai quali è dedicata un’intera sala all’interno mostra. Al contrario del significato che attribuiamo al termine oggi, i quindici libri chiamati “Hokusai Manga. Denshin kaishu” (“Schizzi sparsi di Hokusai. Educazione dei principianti tramite lo spirito delle cose”) rappresentano l’emblema della sua enorme produzione di manuali, realizzata sotto il nome d’arte di Taito. Con l’obbiettivo di realizzare delle guide per chiunque volesse avvicinarsi al disegno e alla pittura, al loro interno veniva disegnata qualunque cosa: dai soggetti più classici come fiori e uccelli, a modelli e motivi decorativi per artigiani del settore tessile, della ceramica e del metallo delle Illustrazioni per mille mestieri.
Nel percorso viene dato ampio spazio anche ai cosidetti “nuovi” giapponismi, ovvero alle citazioni e alle rivisitazioni delle opere di Hokusai da parte degli artisti contemporanei del pop. Uno di questi è Manabu Ikeda con il suo Foretoken, che riprende il tema della grande onda in un’immagine apocalittica come forma di denuncia della società post-industriale e consumistica; da citare anche l’opera digitale Memory of waves di teamLab, un’installazione video che mostra il movimento dell’acqua e dà vita alle onde tridimensionali che interagiscono tra di loro.
L’altra faccia di Hokusai
La produzione di Hokusai presentata nel Palazzo Blu non si limita solo alle stampe silografiche dal grande successo commerciale, ma è composta anche da una vasta produzione di immagini e dipinti realizzati per una committenza legata al mondo dei circoli letterari e poetici. Se da un lato vi troviamo gli ukiyoe e gli shunga – letteralmente “immagini di primavera”, indica il genere delle immagini erotiche che garantivano entrate sicure agli artisti pur circolando clandestinamente a causa della censura –, dall’altro ci sono i ritratti spirituali dei poeti, i dipinti realizzati su seta e i cosiddetti surimono, una produzione ukyioe culturalmente elevata pensata per una committenza ristretta.
Quest’ultima categoria fa riferimento a biglietti augurali e commemorativi, calendari, annunci o inviti destinati a circoli poetici. Spesso alla stampa del disegno venivano affiancati i versi dei poeti più rinomati che arricchivano la composizione con i loro versi in prosa, spesso a completare il soggetto della stampa e il suo significato. Risulta di particolare interesse una delle ultime opere di Hokusai visibili nell’esposizion, ovvero La conchiglia del passero (suzumegai in giapponese): una stampa policroma arricchita con elementi in oro e argento che richiama un racconto popolare in cui un vecchio viene ricompensato con dei tesori da un passero dopo che la sua lingua è stata tagliata.
A dimostrazione dell’alto valore letterario e culturale di quest’opera, tra gli oggetti rappresentati vi sono alcuni richiami allegorici a elementi della cultura e del folklore giapponese, come per esempio il kakuregasa, un cappello che si ritiene renda invisibili e che protegge chi lo indossa dalla sfortuna e dai disastri. Una delle due poesie che accompagnano l’immagine, scritta da Kyokado, simboleggia l’abbondanza primaverile e recita: «Le preziose sette erbe della primavera sono disposte in un cesto intrecciato: invisibili, i passeri possono cercare la borsa del pastore».



