Una catastrofe nella catastrofe. A poco più di una settimana dal terremoto di magnitudo 7.7 sulla Scala Richter, uno dei più potenti che lo abbia mai colpito, il Myanmar continua a fare i conti con una complicata situazione umanitaria, che si sovrappone ad un contesto già funestato dalla povertà diffusa e da una continua guerra civile interna.
Raccontare i giorni successivi al terremoto è complesso, considerate le difficoltà per i giornalisti e in generale per gli stranieri di entrare all’interno del Paese. Suppliscono – ma solo in parte – i numeri, diffusi ed aggiornati dalla giunta militare che dal 2021 è tornata al potere: al 6 aprile, i morti sono oltre 3350, i feriti intorno ai 4000, i dispersi poco più di 200. Un bollettino che si modifica col passare dei giorni, durante i quali si continua a scavare sotto le macerie da cui qualcuno, per miracolo, è stato estratto vivo, anche a più di cento ore dalla scossa.
La macchina internazionale degli aiuti si è attivata, sebbene nelle ultime ore si susseguono gli appelli di varie organizzazioni mondiali a fare di più alla luce della gravità della situazione. Diversi Paesi – tra cui Cina, India, Thailandia – hanno inviato soccorritori, veicoli, aiuti materiali. Altri, come l’Italia, hanno stanziato fondi economici, nella fattispecie due milioni di euro destinati alla Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa. Non saranno gli unici, poiché è stato previsto un ulteriore e successivo contributo di 1,3 milioni di euro a supporto delle Organizzazioni di Società Civile italiane che operano in Myanmar.
«La situazione è drammatica», commenta Livio Maggi, cooperante della Ong New Humanity, che dal 1986 fornisce assistenza umanitaria in oltre 100 Paesi. Tra questi c’è il Myanmar, dove Livio si trova da 11 anni: «Abbiamo già mandato dei gruppi di intervento e dei camion con medicinali da destinare agli ospedali di Mandalay e Sagaing», spiega. Oltre ad affrontare l’emergenza immediata, Maggi e il suo gruppo di volontari si portano avanti, perché un’ulteriore difficoltà potrebbe arrivare dal cielo: «Ci preoccupiamo anche di costruire i primi ripari, in attesa dell’arrivo delle piogge», aggiunge.
L’insidia climatica è anche di segno opposto, considerando le temperature di oltre 40 gradi registrate nell’ex Birmania nei giorni scorsi. A dirlo è Angelo Conti, già giornalista e oggi responsabile della comunicazione e della raccolta fondi di MedAcross, altra Ong italiana presente in Myanmar da 7 anni, dove è impegnata – con dipendenti locali – nel garantire assistenza sanitaria anche a chi non può permettersela tramite cliniche mobili, talvolta allestiste su imbarcazioni per raggiungere gli abitanti dell’Arcipelago delle Andamane, nel Sud del Paese. «Da quando c’è stato il terremoto, abbiamo dirottato tutti i nostri sforzi e le nostre risorse su Mandalay», racconta Conti. Il ritratto che ci offre della seconda città del Myanmar per numero di abitanti – oltre 1.200.000 – e non distante dall’epicentro, è impietoso: «Qui c’è stata la maggior parte dei morti e ci sono circa 650.000 sfollati. Mancano beni primari, come cure, farmaci, scatolame e soprattutto l’accesso all’acqua potabile, dato l’inquinamento di pozzi e acquedotti, dovuto anche ai cadaveri». Accanto alle cose che servono, il volontario pone l’accento su questioni di natura logistica, dovute alla guerra civile che colpisce alcune aree del Paese: «Spesso è difficile far arrivare gli aiuti, soprattutto in termini di tempi: alcune strade sono bloccate per gli scontri armati tra militari del regime e truppe ribelli. A volte bisogna spiegare loro quello che stiamo facendo», prosegue Conti. MedAcross, come altre realtà, ha attivato da subito una raccolta fondi pubblica, cui si può partecipare tramite il sito dell’organizzazione.
Il terremoto dello scorso 28 marzo è stato così forte da essere avvertito anche in aree distanti oltre 1000 km dall’epicentro, come la regione cinese dello Yunnan e parte della Thailandia, entrambi ad est del Myanmar. A Bangkok sono almeno 18 gli operai rimasti vittime del crollo di un grattacielo in costruzione, simbolo tangibile degli effetti di questa scossa. «Qui il numero dei danni e dei morti è stato molto basso, in proporzione all’intensità del terremoto», dice Ambra Schillirò, giornalista che vive e lavora tra la capitale thailandese e Shangai.
I suoi occhi e la sua voce, seppur a distanza di giorni, restituiscono i momenti di panico e la paura che hanno segnato quei momenti concitati, da lei vissuti in prima persona: «Ero in casa e ho sentito il palazzo muoversi, come per effetto di un’onda», racconta. «Ho capito che si trattava di un terremoto quando sono uscita e ho visto l’intonaco cedere e le crepe sui muri. Ero con altre persone, le scale di emergenza erano bloccate e per scendere dal diciannovesimo piano abbiamo preso l’ascensore: una decisione folle ma era l’unica possibilità rimasta per tentare di raggiungere il piano terra», confessa la giornalista. Quindi, la fuga in strada, dove lei ed altri condomini hanno trascorso una decina di ore data la non agibilità dell’edificio: «Avevo con me solo il cellulare e i pagamenti tramite Qr non funzionavano. Nel corso del giorno è stato importante il supporto di miei conoscenti qui, soltanto a sera un custode è salito per recuperarmi il passaporto, il computer e pochi vestiti per potermi trasferire al sicuro, in un albergo lontano dal centro», conclude Ambra. La giornalista è poi volata in Cina: per quanto il peggio sembra passato – almeno in Thailandia – ci vorrà del tempo per tornare nel suo appartamento.