«La libertà di stampa non è scrivere ciò che vogliamo – e già questo non è sempre possibile – ma è scrivere quello che vogliamo senza avere ripercussioni». Così esordisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2003, parlando dell’Italia. «Questo è lo stato dell’Unione Europea che ha il maggior numero di giornalisti sotto scorta. Si tratta per l’80% di giovani freelance, per lo più di giovani donne che non hanno una tutela adeguata».
Nel 2024 in Italia sono stati segnalati sulla piattaforma Mapping Media Freedom oltre 130 casi di attacchi ai giornalisti. Sulla base delle segnalazioni, i responsabili di 17 dei 44 casi legali contro giornalisti sono funzionari pubblici. Inoltre secondo quanto riportato nell’ultimo Liberties Media Freedom Report 2025 di Civil Libertities Union for Europe, «l’Italia non ha intrapreso alcuna azione nel 2024 per introdurre la legislazione necessaria ad adeguare il Paese all’EMFA — la legge europea per la libertà dei media —. Non esiste infatti una legislazione a livello statale che regoli l’uso di spyware o vieti la sorveglianza dei giornalisti senza il controllo giudiziario».
Come Amnesty International interviene quando si tratta di proteggere i giornalisti che svolgono il loro lavoro? E come si mette in contatto con loro? «Vorrei riproporre un’espressione che è diventata famosa in Italia negli ultimi anni: la scorta mediatica. Oggi accade con più frequenza, infatti, che giornaliste e giornalisti si occupino dei loro colleghi facendo conoscere le loro storie, collaborando anche con le autorità, facendo manifestazioni davanti alle ambasciate o entrando direttamente in contatto con loro». Fare uscire dall’anonimato storie di soprusi e limitazioni alla libertà — e farle diventare internazionali per quanto possibile — è fondamentale perché questo permette di implementare una forma di protezione non armata ma efficace.
Una delle violazioni più gravi di cui è vittima il mondo dell’informazione — a prescindere dalle forme di governo — riguarda la sorveglianza occulta. Molte delle giornaliste e dei giornalisti che hanno contattato Amnesty per ricevere sostegno hanno infatti scoperto che i loro telefoni sono stati infettati da spyware. Amnesty — che ha sviluppato un dipartimento apposito — per contrastare questo fenomeno e offrire un adeguato supporto, collabora con un organizzazione canadese: la Citizens Lab che ha sede a Toronto. L’Amnesty Tech ha poi sviluppato al suo interno il Security Lab, un team multidisciplinare di ricercatori, hacker, programmatori, attivisti e sostenitori che lavorano per proteggere la società civile dalla sorveglianza digitale illegale, spyware e altre violazioni dei diritti umani abilitate dalla tecnologia. Tra i progetti implementati dal laboratorio, c’è il Digital Forensi Fellowship che mira a rafforzare la conoscenza tecnica degli attivisti in tutto il mondo.
Sulla base di quanto riportato nell’ultimo rapporto pubblicato proprio da Citizen Lab, in Italia sono stati identificati diversi casi di utilizzo dello spyware israeliano Graphite di Paragon sia contro giornalisti che contro difensori dei diritti umani. Un caso molto recente – e di cui si è discusso negli ultimi mesi – riguarda il giornalista Francesco Cancellato, caporedattore del quotidiano FanPage. L’azienda ha poi scoperto che Paragon ha preso di mira anche i suoi utenti già nel dicembre 2024 e da allora aveva bloccato l’attacco. Al momento non si hanno informazioni certe riguardo al periodo in cui Cancellato è stato spiato, ma, nel maggio del 2024 il giornalista ha pubblicato un’inchiesta che ha rivelato come membri dell’ala giovanile del partito di estrema destra legato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, si fossero dedicati a cori fascisti, saluti nazisti e invettive antisemite. Cancellato, ad oggi, non è il solo giornalista di FanPage spiato con Graphite.
Non c’è solo l’Italia tra i Paesi maglie nere del fenomeno: purtroppo sono moltissimi i Paesi dove la libertà di stampa è in pericolo. «Il punto da cui bisogna partire è che in tutto il mondo chi rifiuta di occuparsi di cronaca leggera, spettacolo, arte o gastronomia ma si addentra nei luoghi di potere e scopre violazioni di diritti umani, corruzione e commistioni tra la politica e la criminalità è sempre in pericolo e per questo bisogna pensare a dei meccanismi per proteggere questi professionisti». Nel report annuale dell’organizzazione The State of the World’s Human Rights pubblicato il 28 aprile si legge: «La repressione contro i giornalisti ha alimentato un clima di paura che porta all’autocensura». E ancora: «Molti giornalisti sono stati minacciati, aggrediti fisicamente e/o arrestati arbitrariamente in molti Paesi come l’Angola, il Ciad, la Guinea, il Kenya, la Nigeria, la Tanzania, il Togo. Al 10 dicembre 2024, otto giornalisti erano stati uccisi in Africa, cinque dei quali in Sudan, secondo la Federazione Internazionale dei Giornalisti».
C’è poi da dire che le pressioni esercitate sui giornalisti non avvengono strettamente in contesti bellici o dichiaratamente autoritari. Tutti quei giornalisti che decidono di sfidare il silenzio in subiscono arresti, processi, condanne se non peggio — sparizioni o uccisioni extra giudiziali —. «Noi abbiamo raccolto in questi anni testimonianze da luoghi come il Messico — che ha il numero più alto al mondo di giornalisti uccisi dell’ultimo anno — , il Burkina Faso, Paesi dell’Asia o dell’ex spazio sovietico». Il giornalismo visto come un nemico e il giornalista è un bersaglio nei contesti di guerra. Lo si vede con chiarezza in Palestina, dove in due anni centinaia di giornalisti sono diventati obiettivi di guerra per il solo fatto di essere testimoni diretti di ciò che sta accadendo. Per non parlare della Russia, dove il caso della ventisettenne Victoriia Roshchyna, reporter della testata Ukrainska Pravda arrestata a Zaporizhzhia, detenuta nelle carceri russe, e “restituita” cadavere ai familiari, senza organi e con evidenti segni di tortura, la dice lunga sullo stato dell’opera nel 2025. «Ad oggi — conclude il portavoce di Amnesty International Italia — tra i casi che stiamo seguendo in Russia, c’è quello di Maria Ponomarenko, una giornalista russa condannata a sei anni di carcere per aver scritto un post in cui denunciava la strage di civili compiuta dalle truppe russe nel teatro di Mariupol in Ucraina. La donna ha minacciato più volte il suicidio».