Nella giornata del Primo Maggio Fuoricampo ha selezionato quattro pellicole che omaggiano lucidamente altrettante storie di lavoratori. Dagli anni ’50 con Fronte del Porto, fino al recente Martin Eden, le narrazioni di operai, impiegati e sindacalisti restituiscono con l’epica visione del cinema storie di riscatto o sfruttamento. Buona visione!

Fronte del porto, Elia Kazan (1954)

“Il porto non fa parte dell’America padre. Qui non esiste il sindacato” si può riassumere così Fronte del Porto (1953) prezioso gioiello di Elia Kazan. Pellicola che consacrò Marlon Brando come uno dei più grandi attori di Hollywood. Nel film, il premio Oscar, interpreta Terry Malloy un ex pugile alle dipendenze del sindacato del porto, in realtà una banda organizzata che gestisce chi lavora ogni giorno tra le banchine. Una banda che picchia, uccide, ricatta. Una mafia che imprigiona i dipendenti ogni giorno decidendo chi lavora e chi no, chi muore di fame e chi invece, per quel giorno, potrà mangiare. Solo quando uccideranno il fratello Charlie, Terry aprirà completamente gli occhi essendo pronto a sacrificare quella precaria sicurezza per vendicarsi.

Nel 1955 il film farà incetta di premi Oscar segno che i tempi ad Hollywood stavano cambiando: non andavano più di moda i grandi colossal e l’epica teatralità della recitazione. Brando, brillante esempio dell’Actors Studio fondato proprio da Kazan, interpreta con pulizia ed efficacia un Terry Malloy redento, un pentito a cui la vita ha fatto aprire gli occhi. Fuori dal porto è il perfetto incastro tra film contro la mafia e resistenza operaia: c’è la disoccupazione, lo sfruttamento, la vendetta, la protesta. C’è solo una grande assente: la verità, inseguita durante tutta la trama e mai totalmente raggiunta.

Lorenzo Buonarosa

Crepa padrone, tutto va bene, Jean-Luc Godard (1972)

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Più che un film l’ultima allegoria politica del Gruppo Dziga Vertov ha il sapore di una pièce.

Le azioni si sviluppano in una scenografia ad alveare che intrappola lo spettatore in quello che Godard dipinge come un intreccio di microcosmi accomunati dal fallimento. Lo spirito che ha animato i movimenti del sessantotto si è spento sotto il peso di stanchezza e disillusione, perché i soprusi padronali perseverano con la complicità di un sindacato arrendevole e doppiogiochista, mentre nel partito gli ideali hanno ceduto il passo alla propaganda.

L’incipit dell’opera ha il rumore della carta strappata e lo spessore di un assegno che tutto rende possibile e al contempo divide nell’amore e per la politica, perché come sottolineò il regista francese Lui (Yves Montand) e Suzanne (Jane Fonda) si amano e si odiano come in tutte le commedie “ma ciò che li separa o li riunisce si chiama lotta di classe”. Entrambi si trascinano per inerzia nel grigiore della propria quotidianità, fino al giorno in cui il caso li porta ad essere travolti dalla protesa dei dipendenti di una salumeria che, stanchi per le dure condizioni di lavoro imposte dal loro direttore, decidono di occupare la fabbrica e di imporre allo stesso il trattamento che sono costretti a subire oggi giorno.

È questo il pretesto per dare inizio a una serie di dialoghi vis à vis con la cinepresa e, dunque, con lo spettatore che vede riversare su di sé tutte le frustrazioni e le angosce dei personaggi che con la prolissità delle argomentazioni cercano di dare spazio al proprio punto di vista.

Dopo il cinema d’avanguardia per il loro ultimo prodotto collettivo Godard e Gorin tornano al sistema, ma non rinunciano a combatterlo, perché talvolta anche il compromesso può diventare rivoluzionario se si è in grado di dimostrarsi più forti di lui.

Selena Frasson

Io, Daniel Blake, Ken Loach (2016)

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Una scritta nera sul muro del Job Center con una bomboletta a spray nera. Questa è l’estrema protesta di Daniel Blake, un vedovo di 59 anni che a seguito di un infarto, su ordine dei medici, non può continuare a lavorare. La sua richiesta di indennità di malattia totalizza 12 punti su 15 e per questo deve fare ricorso. Nell’attesa infinita dell’appello, per racimolare qualche soldo, si vede costretto a fare la richiesta per l’indennizzo di disoccupazione: per ottenere il denaro dovrà dimostrare di cercare un lavoro che non potrebbe in alcun caso comunque svolgere. Joseph Heller lo definirebbe come un comma 22 in salsa inglese quello che tiene incastrato il protagonista tra un ufficio e l’altro di Newcastle.

Ken Loach con la sua tipica regia asciutta realizza un film che fa oscillare in maniera costante l’animo dello spettatore, per tutti i cento minuti. Frustrazione e speranza ritornano in tutte le vicende che ruotano attorno al protagonista. La frustrazione di chi in tutti i modi non si arrende al sistema burocratico della previdenza britannica, “digitale di default”, dove è obbligatorio frequentare un workshop su come compilare un curriculum vitae e invece è assente un supporto per aiutare chi non è in grado di utilizzare un computer. La speranza di Daisy, rinnovata dallo stesso protagonista, sola, senza lavoro e con due figli da mantenere. Tutti i personaggi cercano una strada alternativa da percorrere: chi nel mondo illegale, chi in quello legale che funziona molto meno.

È facile empatizzare con i protagonisti, in ognuno di essi è semplice ritrovare una propria esperienza o una lotta personale. Merito soprattutto della scrittura: arguta nei dialoghi e attenta, ma non troppo sentimentale, nel tracciare l’evoluzione dei personaggi. È infatti l’ironia a mascherare il più delle volte la gravità delle vicende, alleggerendone il peso. Paul Laverty continua il sodalizio con il regista inglese e anche questa volta firma una sceneggiatura che anche dal punto di vista del ritmo, non dà mai un attimo di tregua allo spettatore. Io, Daniel Blake è un film amaro che, al di là del proprio significato “letterale”, è anche una riflessione sull’importanza del rapporto umano in un mondo sempre più digitale di default.

Samuele Valori

Martin Eden, Pietro Marcello (2019)

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“Sa cosa penso io? Il pane è l’istruzione e il sugo è la povertà, se uno usa l’istruzione intingendola nel sugo, la povertà sparisce”. Il riscatto sociale attraverso il lavoro e l’educazione sono il cuore del Martin Eden di Pietro Marcello. Con strenuo attaccamento alla vita il marinaio uscito dalla penna dello scrittore statunitense Jack London cerca di scalare i gradini della società napoletana, tra stratificazioni sociali e vivace esplosione di contrasti, tra miseria e nobiltà, tra persone che vivono di espedienti e bellezze architettoniche, palcoscenico dell’alta borghesia.

Proprio l’incontro tra questi opposti delinea la parabola di Martin Eden, interpretato da Luca Marinelli, vincitore per questo ruolo della Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. L’incontro con lo sguardo di ghiaccio di Jessica Cressy, nel ruolo della borghese Elena Orsini, provoca un terremoto nel giovane e lo spinge ad abbandonare la vita da marinaio e migliorare la propria condizione attraverso l’istruzione, il pane da intingere nel sugo della miseria. Il sogno di fare lo scrittore e l’amore per Elena sono la molla del film, danno ritmo ad una trama che procede spedita, tra i traguardi di Martin, che riesce a realizzare i suoi sogni, e gli eccessi, fino alla degenerazione finale. È il racconto di un uomo e di una città, popolosa e caotica, elegante e chiassosa, trama di destini così diverse.

La storia di Martin, secondo il New York Times tra i migliori film dell’anno, è la storia di un riscatto, di uno slancio dalla propria condizione e di un approdo nuovo, con la consapevolezza del punto di partenza e con il racconto di chi vive di stenti, dei lavoratori che sono costretti a sacrificare la propria felicità, a lasciare la famiglia pur di portare a casa quel poco di guadagno. Sullo sfondo di una storia di riscatto è pregnante il tema della denuncia delle condizioni di lavoro che diventa il fil rouge tra la storia fittizia di Martin e le sequenze reali di archivio, color ruggine, in cui sfila il lavoro usurante, quello delle miniere, dei bambini, dei porti, e la protesta dei lavoratori con un pregnante “W il 1 maggio”. Martin guarda proprio a chi è pronto al sacrificio, a chi è costretto a ritmi e lavori usuranti e li rende protagonisti e interlocutori delle proprie storie. Anche se si professa un individualista che crede alla legge spenceriana del più forte, e vede nel socialismo una degenerazione di natura, Martin diventa la voce e gli occhi del popolo, quello più colorato, vitale, che affronta con mille espedienti diversi le difficoltà della vita. Nonostante tutto, la dignità brilla tra queste persone che resistono sulle pendici impervie e aride della vita, pronte sempre e comunque a sollevare il capo come la ginestra, fiore del deserto.

Eleonora Bufoli