Il governo tedesco ha pubblicato un disegno di legge che prevede pesantissime sanzioni (fino a 50 milioni di euro) per i social network che non rimuovano prontamente contenuti incitanti all’odio, fake news e simili.
I social media saranno tenuti a informare chiaramente i propri utenti delle modalità di denuncia, nonché a seguire ogni caso con attenzione. I contenuti platealmente illegali dovranno essere rimossi entro 24 ore, mentre per i casi più controversi il limite massimo di tempo è di sette giorni.
Un simile provvedimento sorge dalla convinzione di alcuni legislatori che le grandi compagnie della rete non stiano assumendosi le proprie responsabilità; ma, come era facile prevedere, attivisti politici e difensori della libertà di parola si sono fatti sentire immediatamente .
Il professor John Naughton scrive sul Guardian che stiamo vivendo l’apice dello scontro tra democrazia e tecnologia digitale – o meglio, tra democrazie e società le cui piattaforme sempre più spesso determinano ciò che le persone leggono, vedono e ascoltano.
Colossi come Facebook e Google, scrive Naughton, hanno finora prosperato grazie a una clausola del diritto statunitense che li autorizza a fingere di essere soltanto dei meri conduttori di notizie, nei quali il flusso di informazione scorre da un punto all’altro, posizione che di fatto li esenterebbe da qualsiasi responsabilità per il contenuto veicolato.
Ma tale legislazione risale ormai al 1996, un’epoca che nel mondo del web è ormai preistoria. I social media e la rete in generale sono ormai diventati alcune delle fonti di notizie più utilizzate dalle persone e un tale potere implica alcune responsabilità, che le grandi compagnie non vogliono assumersi per ovvie ragioni: prima fra tutte, il controllo dei contenuti minerebbe i business models sui quali si fondano, che dipendono dal continuo incentivo per utenti a muoversi sul web lasciando preziose tracce da rivendere agli inserzionisti.
Ma i social media non possono nemmeno essere considerati editori come tutti gli altri anche per ragioni di pubblico interesse: prime fra tutte, la libertà di parola e i pericoli connessi all’affidare a un giudice esterno la definizione di ciò che è accettabile e ciò che non lo è.