«Il piano ReArm Europe è benvenuto da tutti i leader e sono fiduciosa che sarà usato». Così annuncia trionfante la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nella conclusione del Consiglio europeo straordinario che si è tenuto giovedì 6 marzo al palazzo Europa di Bruxelles. I 27 Paesi dell’Unione europea hanno quindi dato il via libera all’unanimità al piano da 800 miliardi di euro per rafforzare la Difesa comune per «affrontare autonomamente minacce immediate e future». Essendo questo un Consiglio informale, Il piano verrà nuovamente discusso alla prossima riunione ordinaria, in programma il 20 e 21 marzo, e ci si aspetta venga approvato formalmente.

Il Consiglio, chiamato dal presidente Antonio Costa, oltre ai leader dei 27 Paesi europei che già vi fanno parte, ha visto la partecipazione anche del presidente ucraino Volodimir Zelensky in veste di invitato speciale, con l’obbiettivo di discutere, oltre al piano di riarmo, il rinnovo del sostegno dei Paesi europei all’Ucraina. Ciò accade dopo le forti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha sospeso gli aiuti militari e ha fatto capire che intende disimpegnarsi il più possibile dal conflitto russo-ucraino.

Un piano economico e finanziario in cinque punti

Il progetto di ReArm Europe che era stato preparato e presentato da von der Leyen pochi giorni prima dell’inizio dei colloqui, prevede che i Paesi membri dell’Unione Europea possano aumentare le spese militari e il proprio debito oltre i limiti consentiti, senza violare il Patto di stabilità, fino a un massimo di 650 miliardi di euro. Prevede inoltre un fondo da 150 miliardi di euro messi a disposizione dalla Commissione, da cui i Paesi membri potranno ottenere prestiti per finanziare le proprie spese militari.

Ad oggi, secondo l’International Institute for Strategic Studies, l’Unione europea spende 457 miliardi di euro per la Difesa. Il nuovo piano porterebbe quasi a un raddoppio della spesa militare dei Paesi dell’Unione. Una cifra forse meno impressionante rispetto a un primo impatto, che però parte dalla necessità di correre ai ripari dopo che gli Stati Uniti, uno dei principali attori nel sostegno all’Ucraina finora, ha voltato le spalle, optando per un approccio più diplomatico nei confronti della Russia di Putin.

Oltre ai primi due punti sopracitati, «il terzo punto è utilizzare il potere del bilancio dell’Ue, e c’è molto che possiamo fare in questo ambito nel breve termine per indirizzare più fondi verso investimenti legati alla difesa». Gli ultimi due punti, infine, utilizzano due strumenti europei, l’Unione del risparmio e degli investimenti e attraverso la Banca europea per gli investimenti, e puntano a mobilitare anche il capitale privato verso questa nuova politica di militarizzazione: «L’aumento degli investimenti pubblici è indispensabile. Ma non sarà sufficiente da solo».

Interessi economici e posizioni diplomatiche

Oltre ai progetti economici di riarmo, nella riunione si è discusso anche la continuazione dell’appoggio, almeno da un punto di vista formale, nei confronti dell’Ucraina nell’attuale conflitto contro le mire espansionistiche della Russia. In questo caso, l’unanimità non è stata raggiunta: a tirarsi indietro è stato Viktor Orbán, troppo vicino a Putin per allinearsi alle posizioni dei suoi vicini. Il premier ungherese ha di fatto posto il veto sui cinque principi discussi per “arrivare alla pace giusta in Ucraina”.

Sul fronte russo-ucraino, il cambio di rotta degli Stati Uniti, che si oppongono al principio europeo di “pace attraverso la forza, è rivolto verso l’incontro a Riad, in Arabia Saudita. Sul tavolo è presente un possibile accordo di pace, ma non solo: se le aspettative di Zelensky, atterrato oggi nella capitale saudita, sono l’avvicinamento di un accordo di pace, Trump − che nell’incontro dello studio ovale aveva dichiarato di “rivolere indietro i soldi spesi per la guerra in Ucraina” − è fiducioso sulla firma di un accordo sulle terre rare da parte del presidente ucraino. La firma dell’accordo, il cui quadro era già stato concordato, è stata vanificata dall’acceso confronto tra Trump e Zelensky a Washington; secondo le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, verificate poi dai fact-checker che hanno ridimensionato la cifra, questo accordo potrebbe riportare nelle casse americane “tutti i 350 miliardi spesi per l’Ucraina”.

Le reazioni in Italia e le critiche sul welfare

In Italia, mentre la coalizione di governo è frammentata, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni rimane cauta, forse nel tentativo di mediare tra le parti. Da un lato il vicepremier e Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini è critico sull’iniziativa emersa dal consiglio europeo: sulla questione, che ha riportato sotto i riflettori il tema dell’esercito europeo, tuona: «Se oggi avessimo l’esercito comune europeo, Francia e Germania ci avrebbero portati in guerra contro qualcuno che non vuole essere in guerra contro di noi», per poi definire il presidente francese Macron come un “matto”. Sono più moderate, invece, le posizioni dell’altro vicepremier Antonio Tajani, che replica al collega: «Ognuno ha le sue opinioni. […] Io sono favorevole alla difesa europea. Sono europeista, convintamente europeista, e se fossi convinto che questo fosse un governo anti-europeo non farei parte di questo governo».

Questa frammentazione riflette la divisione che c’è internamente tra partiti, sindacati e tutta la società. Si tratta della piazza “per l’Europa” del prossimo 15 marzo, nata dall’appello di Michele Serra sulle pagine di Repubblica e a cui già partecipano partiti dell’opposizione che, pur avendo posizioni critiche rispetto al piano di riarmo europeo, condividono la chiave di lettura favorevole a una difesa comune. Allo stesso tempo, aumentano le posizioni critiche nei confronti della direzione politica militarista dell’Unione europea. Non è un argomento unicamente legato al governo Meloni, ma prescinde dal colore politico: basti pensare a quando Mario Draghi, il cui governo era sostenuto da partiti come Pd, M5S, Lega, Fi, Italia Viva e +Europa, aumentò la spesa militare al 2% del Pil, come richiesto dagli accordi con la Nato. Di fronte, però, a una costante diminuzione degli investimenti e dei fondi nei settori del welfare, quali la scuola e la sanità, in molti si chiedono se sia necessario aumentare le spese militari e il rischio di un’escalation bellica che può portare l’Italia e i Paesi europei direttamente in guerra.