«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie». Con questa didascalia Cecilia Sala pubblica su Instagram uno scatto che la ritrae abbracciata al suo compagno, il giornalista Daniele Raineri, che per primo l’ha accolta al suo atterraggio a Ciampino. A parte queste parole, nessun’altra dichiarazione ufficiale, se non l’audio “Ciao, sono tornata” a Chora Media, poi inserito nella puntata del giorno del suo podcast quotidiano, Stories, che nell’attesa del ritorno della reporter è stato preso in mano dal direttore Mario Calabresi,Francesca Milano e Simone Pieranni con il sottotitolo Aspettando Cecilia. In serata, è poi uscita la sua prima intervista, concessa al suo direttore, Mario Calabresi.
È un ritorno a sorpresa quello della giornalista italiana, arrestata in Iran il 19 dicembre e detenuta per tre settimane nel carcere di Evin, a Teheran, la prigione iraniana nota per essere luogo di detenzione di oppositori politici, giornalisti e cittadini stranieri, nonché per le condizioni disumane a cui sono sottoposti i reclusi.
Ad attendere il suo arrivo, oltre al compagno e ai genitori, Elisabetta Vernoni e Roberto Sala, che sono stati destinatari del secondo abbraccio della reporter, c’erano i direttori delle testate per cui lavora, Mario Calabresi di Chora Media e Claudio Cerasa de Il Foglio, e varie rappresentanze politiche: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con cui Sala scambia qualche battuta, che nelle ore successive vengono rimpallate su tutti i media. Proprio Meloni da ieri è diventata la seconda protagonista della vicenda: quando la notizia arriva in parlamento, la standing ovation è unanime, e nel corso delle ore successive sono molte le voci delle opposizioni a congratularsi con la premier per il risultato raggiunto. In serata, arrivano anche i complimenti del Capo di Stato Sergio Mattarella. Dopo un inizio che aveva lasciato presagire un’evoluzione più lunga e intricata, la liberazione di Sala viene percepita come una vittoria dell’attività diplomatica del governo italiano in una vicenda dove erano e continuano a essere intrecciati diversi e delicati interessi internazionali.
È il 27 dicembre quando la Farnesina rende nota la notizia dell’incarcerazione dalla reporter, avvenuta ormai più di una settimana prima. All’inizio le motivazioni sono nebulose, considerato il possesso di visto e il prossimo rientro della giornalista, ma del resto lo rimangono anche con il passare dei giorni, quando il 30 dicembre viene formulato il capo di imputazione di “violazione della legge della Repubblica islamica”. Già dal giorno successivo, la vicenda appare sempre più intrecciata a quella di Mohammad Abedini Najafabadi, cittadino iraniano residente in Svizzera, arrestato il 16 dicembre a Malpensa con l’accusa di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni poi utilizzati in attacchi terroristici, compreso quello avvenuto il 28 gennaio 2024 in Giordania, dove sono rimasti uccisi tre militari americani. Al momento Abedini, dopo una breve permanenza nel carcere di Busto Arsizio e qualche giorno speso in quello di massima sicurezza di Rossano Calabro, si trova nella struttura milanese di Opera. Un trasferimento dettato da ragioni di opportunità: oltre ad essere scomodo da raggiungere per l’avvocato e la famiglia, residente in Svizzera, è preferibile che l’ingegnere di un Paese sciita non sia detenuto in una prigione come quella calabrese, dove sono rinchiuse decine di persone accusate di terrorismo islamico di matrice sunnita e soggetti mafiosi.
Subito dopo la diffusione della notizia, sale la preoccupazione per le condizioni di Sala. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani rassicura: «Cecilia è in buone condizioni di salute e si trova in una cella singola». Ma già il 1° gennaio arriva la smentita, con una telefonata della giornalista al compagno e alla famiglia che descrive una situazione che può essere definita di “tortura bianca”: è in una cella di isolamento completamente priva di qualsiasi arredamento, con un faro puntato addosso tutto il giorno, costretta a dormire sul pavimento con soltanto due coperte a disposizione.
Il terreno appare sempre più scivoloso: il giorno successivo la Procura Generale di Milano nega i domiciliari ad Abedini e, nelle stesse ore, il governo convoca un vertice, a cui partecipano anche i Ministri di Esteri e Giustizia, nonché il Sottosegretario Alfredo Mantovano, autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, e i servizi segreti per l’estero, l’Aise. Dopo la riunione, la presidente del Consiglio chiama i genitori della giornalista, che dal giorno successivo iniziano a chiedere discrezione e che sul caso cali il silenzio stampa, per non incrinare una situazione delicata.
Il momento della vera svolta avviene il 4 gennaio, con la visita di Meloni nella residenza di Trump a Mar-a-Lago, in Florida, dove è presente anche Elon Musk. Una partecipazione, quella del milionario, di cui si è discusso molto nei giorni successivi per l’ipotesi di un presunto accordo tra la sua società Starlink e il governo italiano per la fornitura di servizi di sicurezza per le telecomunicazioni per un miliardo e mezzo di euro. Tuttavia, proprio Musk ora sembra aver avuto un ruolo decisivo nella liberazione del giornalista, secondo quanto ricostruito dal giornale online Il Post. Al punto che Musk avrebbe ricevuto la gratitudine della madre dalla reporter tramite il , suo portavoce in Italia Andrea Stroppa.
Il 6 gennaio inizia una prima apparente distensione: il ministro degli Esteri iraniano, dopo aver chiesto nei giorni precedenti la liberazione del cittadino iraniano, smentisce qualsiasi collegamento tra le due vicende. Intanto, a Palazzo San Macuto il sottosegretario Mantovano riferisce per due ore sul caso al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: una riunione serratissima, da cui emergono pochissime indiscrezioni.
L’indomani le condizioni di detenzione migliorano: Sala viene spostata in una stanza più ampia, con una compagna, e dai carcerieri le viene consegnato il libro Kafka sulla spiaggia dello scrittore giapponese. Haruki Murakami. In una telefonata, lo racconta al compagno, e lo invita a procurarselo anche lui: «Così lo leggiamo insieme, a distanza».
Passa un’altra giornata e l’8 gennaio viene diffusa la notizia della liberazione, mentre Cecilia è già stata imbarcata su un volo diretto a Ciampino.
Si corona così con un successo la lunga attività di negoziazione tra incudine e martello portata avanti dall’esecutivo italiano. Ci si inizia a chiedere quale sia il prezzo del suo rilascio. Ad alimentare l’idea che si tratti di uno scambio di prigionieri, soltanto differito per non farlo apparire come tale, c’è una notizia battuta dall’Ansa di un vertice con il ministro della Giustizia Nordio, che dà per certa la liberazione dell’iraniano, smentita poco dopo. Sull’ipotesi di un baratto di detenuti interviene anche Meloni, durante la Conferenza stampa del 9 gennaio: «Per quello che riguarda Abedini il caso è al vaglio del ministero della Giustizia, bisogna continuare a discutere con gli amici americani. Avrei voluto parlarne con Biden, che ha dovuto annullare il viaggio. Le interlocuzioni ci sono e ci saranno, il lavoro ancora complesso non è terminato ieri».
Quale sia la reale contropartita è quindi una questione aperta. In ogni caso, è sicuro che a gestione dei rapporti con gli Stati Uniti si è articolata su due fronti, coinvolgendo sia Trump sia Biden. Da un lato, è probabile che l’Italia abbia garantito al Capo dello Stato uscente di non procedere alla liberazione prima della sua visita in Italia e al Vaticano, che sarebbe dovuta avvenire oggi ma è stata annullata a causa della drammatica condizione degli incendi a Los Angeles. Dall’altro lato, Meloni ha sicuramente preavvertito Trump dell’intenzione dell’esecutivo di Roma di non procedere all’estradizione. In cambio, è possibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di accontentarsi dei tre dispositivi informatici sequestrati all’ingegnere, fonti di dati preziose.
Il prossimo passaggio sarà il 15 gennaio, con la pronuncia della Corte d’appello sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari avanzata dal legale di Abedini, dopo il parere negativo espresso dalla procura generale. In caso di diniego, la parola passerà proprio al Ministro della Giustizia Nordio, che potrà decidere se acconsentire all’estradizione oppure revocare l’arresto e procedere alla scarcerazione.
Intanto, da Teheran non è arrivato nessun commento sulla liberazione di Sala, che secondo fonti locali era stata incarcerata con una mossa dell’intelligence neppure concordata con l’esecutivo. Non è escluso che la decisione sia stata dettata dalla volontà di mantenere dei buoni rapporti con l’Italia, percepita come un potenziale mediatore nei rapporti con il futuro presidente statunitense Trump, dichiaratamente ostile all’Iran e che continua a invocare una “soluzione definitiva sul tema del nucleare”.