Il 14 gennaio a Partanna, comune della provincia di Trapani, ha ricordato, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i 50 anni dal terremoto del 1968, che colpì duramente tutta la valle del Belice. Dopo il terremoto, alcuni paesi come Poggioreale e Gibellina sono stati abbandonati, rinascendo ex novo a pochi chilometri di distanza. Se Gibellina vecchia si è trasformata in un’opera d’arte a cielo aperto, grazie al lavoro dell’artista Alberto Burri che lo ha trasformato nel famoso cretto, Poggioreale vecchio è rimasto un “paese che non c’è”, con le macerie a testimonianza di quanto è accaduto.  Vito Falco, scrittore del libro Intervalli di terza maggiore e vincitore del premio letterario “Parole nel vento” 2014, è nato a Poggioreale e quel giorno terribile era ancora bambino.

Cosa ricorda?

Quando ci fu il terremoto io avevo solo sei anni. Ricordo che quel giorno, dopo pranzo, mio padre portò me e mio fratello gemello a casa di uno zio che abitava lì vicino per vedere la macchina nuova che aveva comprato. Arrivati lì, io non ero molto interessato alla macchina e così mi inventai un gioco per non annoiarmi: saltavo da un mattone all’altro cercando di finire a piedi uniti e senza perdere l’equilibrio esattamente al centro di ognuno di essi. Avevo fatto tre o quattro salti quando sentii sotto i miei piedi un mattone oscillare. Lo trovai molto divertente, quindi tornai indietro e provai di nuovo, ma stavolta non accadde nulla. Capii che stava succedendo qualcosa di strano quando mi accorsi di mio padre e mio fratello fuori per strada. Tutte le persone erano allarmate e continuavano a ripetere una parola che io sentivo per la prima volta: “il terremoto”.

Dopo cosa successe?

Mio padre ci riportò a casa. Ricordo che attraversammo la piazza del paese e lì vidi un uomo con il volto ancora insaponato che usciva dal negozio del barbiere, probabilmente spaventato per quanto fosse successo. La visione di quell’uomo con la schiuma in viso sembrò comica a noi bambini e mio padre ci disse qualcosa di divertente che ci fece ridere, probabilmente per allontanare quel sentimento di paura che stava avvolgendo il paese. Alle 16.45 ci fu un’altra scossa e a quel punto i miei genitori decisero che la cosa migliore era allontanarsi. Andammo nella strada che portava verso Salaparuta. Era piena di gente. I più fortunati come noi erano in macchina, molti altri erano per strada. Quando arrivò il buio entrammo tutti insieme in una casa lì vicino che era di proprietà della farmacista del paese. Ricordo la stanza principale, che ai miei occhi di bambino sembrava immensa, piena di gente. C’era una piccola radio accesa che ogni tanto trasmetteva le notizie sul Belice. Trascorremmo lì la notte. Qualcuno voleva anche ritornare a casa, ma c’era stata un’ordinanza del sindaco che proibiva di rientrare in paese. Questa è stata la nostra fortuna. A Montevago e Gibellina gli abitanti sono rientrati probabilmente anche a causa del freddo che rendeva insopportabile stare per strada, ma proprio durante la notte ci sono state le scosse di terremoto più forti, nono grado della scala Mercalli, alle 2.30 e alle 3.00 di notte. Durante quelle scosse ci sono state i crolli e molte persone hanno perso la vita. A Poggioreale, soprattutto nella zona centrale, non ci sono stati molti crolli e il numero delle vittime non è stato elevato come negli altri paesi.

Ricorda l’intensità delle scosse nella notte?

No, non la ricordo. Ricordo il giorno seguente. Nella periferia erano crollate alcune case e l’orfanotrofio che si trovava all’uscita del paese. In giro c’erano soldati e vigili del fuoco e, anche in quel caso, essendo un bambino, non vivevo l’apprensione che vivevano gli adulti, anzi, ero emozionato nel vedere tutti questi militari. Ricordo che mentre ero in macchina un soldato si avvicinò e mi chiese di abbassare il finestrino per darmi del pane ed io ne fui felicissimo proprio perché come ogni bambino ero affascinato da tutte queste persone in divisa.

Dopo il terremoto era impossibile stare nel paese. Dove siete andati?

Ci trasferimmo a Caltanissetta per sette mesi, prima da una zia e poi in un istituto per i terremotati, e infine a Castelvetrano. Durante le vacanze, invece, tornavamo a Poggioreale, prima nella baracca che c’era stata assegnata e poi nella casa costruita nel nuovo paese. Se Castelvetrano era diventato il luogo della scuola, Poggioreale continuava ad essere per me il luogo dei giochi, dove ritrovavo gli amici che avevo lasciato e insieme ai quali andavo spesso a giocare nel vecchio paese. Per noi era una scoperta, ci divertivamo a girovagare nel paese abbandonato. Molte persone continuarono a frequentare la loro vecchia casa fino a quando il paese non fu chiuso per motivi di sicurezza nel 1985 circa. C’era chi teneva ancora nelle vecchie abitazioni la botte con il vino e le damigiane con l’olio. Anche noi ci tenevamo ancora le nostre cose. Qualche anno fa mio fratello è ritornato nella nostra vecchia abitazione e ha trovato le nostre vecchie cartelle di scuola. Forse tutti continuavamo a lasciare lì qualcosa di nostro perché c’era il sogno di ritornarci a vivere, un giorno.

La distruzione di Poggioreale ha rappresentato per lei una perdita di identità?

Io questa sensazione non l’ho avuta perché ero troppo piccolo, però così si sentivano i miei genitori. Mia madre sognava sempre la sua vecchia casa e di poter ritornare un giorno a stare lì. I miei genitori sentirono questa perdita, questo lutto identitario. Un giorno mia madre espresse il desiderio di andare a fare il pane e lu cudduruni (la pizza) nel forno a legna che si trovava nella vecchia casa. Fu un giorno bellissimo, un giorno dove il tempo si era fermato a prima del terremoto, nel quale per un istante ritrovammo tutto quello che avevamo perduto.

Poggioreale o Gibellina: quale scelta di ricostruzione condivide di più?

Considero il cretto di Burri una bella opera d’arte. Gibellina fu completamente distrutta dal terremoto quindi la scelta del cretto mi sembra assolutamente quella più giusta. Poggioreale non ha subìto la stessa distruzione e quindi è bello che sia rimasto il paese vecchio, come testimonianza di quello che c’era una volta e di quello che è successo. La sensazione che si vive attraversando il paese è quasi quella di un’atmosfera post bellica. Forse è proprio per questo che il regista Giuseppe Tornatore ha scelto, per alcune scene dei suoi film, il paese vecchio. E’ stata una scelta funzionale.

Nel suo libro, quanto c’è di Poggioreale e della storia che ha vissuto ?

Il senso di amicizia che lega i quattro protagonisti. Quello c’è sicuramente perché rimanda alla mia infanzia a Poggioreale. Ma nel libro ho inventato un mondo immaginario nel quale il terremoto non c’è stato.