Sono ormai accertati sei casi di contagio da vaiolo delle scimmie: i pazienti sono stati presi in carico dall’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma, mentre due casi positivi – e isolati nella loro abitazione – sono stati registrati a Milano, in carico agli ospedali San Raffaele e Sacco. Il virus è cugino del vaiolo umano, la cui vaccinazione, in Italia, è stata sospesa a partire dal 1977 e ufficialmente abrogata nel 1981. Il vaiolo tradizionale è conosciuto fin dalla fine degli anni Cinquanta e causa malattie anche in alcuni animali. Questo vaiolo è detto “della scimmia” perché la scimmia è stata il primo mammifero in cui si è riscontrato, ma in realtà i vettori della malattia per l’uomo sono i ratti, i canidi e gli scoiattoli.
«Sono abbastanza ottimista: saremo capaci di gestire anche questa situazione». Esordisce così Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano. «Nel passato qualche epidemia di vaiolo delle scimmie c’è stata, in Israele e in Inghilterra, ma si è risolta. La situazione attuale, quindi, credo debba essere vista con preoccupazione ma senza creare allarmismo. È importante offrire una comunicazione utile e bilanciata alla comunità dei cittadini».
Com’è arrivato in Italia il vaiolo delle scimmie?
«I casi attuali, anche se non tutti, sono collegati aun passaggio numericamente cospicuo di persone nelle isole Canarie dove, presumibilmente, qualche paziente, in quel contesto, è arrivato dall’area endemica e ha fatto poi da diffusore».
Come si contrae il vaiolo?
«La via di trasmissione di questo virus è costituita dai droplets, già conosciuti con il Covid. Per infettarsi bisogna stare vicini per lungo tempo, mala via principale di contagio sono le vescicole e il liquido in esse contenuto. Inoltre, anche l’attività sessuale genera una possibilità di contaminazione sia per la vicinanza del contatto che per il rischio di sfregamento».
Quali sono i sintomi? Come si cura?
«La malattia è ben caratterizzabile confebbre, mal di testa, mal di schiena, linfonodi ingrossati e visibili ad occhio nudo. In particolare si presentano sulla cute bolle a grappolo sul viso, sul tronco, sui genitali e anche sul palmo delle mani e sotto la pianta dei piedi. Nell’attesa della perdita delle vescicole e delle croste, in passato sono stati utilizzati e possono tuttora essere usati dei farmaci antivirali sperimentali che sono già disponibili perché efficaci anche su altri tipi di virus simili».
In Italia, contro il vaiolo umano, non ci si vaccina più dal 1977. C’è il rischio che il vaccino sia quindi “vecchio”?
«Il vaccino utilizzato in quegli anni effettivamente ha una serie di eventi collaterali che oggi non sarebbero gestibili e accettabili, ma adesso siamo arrivati alla terza generazione di un vaccino, lo stipite Ankara, che ha sicuramente caratteristiche migliori. Ci sono anche altri vaccini sperimentali e linee di ricerca di vaccini RNA con la stessa operatività e lo stesso meccanismo di vaccinazione contro il Covid».
Quanto dobbiamo preoccuparci?
«Abbiamo già visto che la natura ci riserva sempre delle sorprese, ma ad oggi possiamo dire che conosciamo già questo virus. Non è nuovo, è endemico in Africa con alcune migliaia di casi ogni anno e, nel recente passato, ci sono già state delle situazioni con piccoli focolai in alcuni Stati, focolai che si è riusciti a contenere. Inoltre, con la pandemia da Covid abbiamo imparato l’importanza della connessione fra istituzioni e la capacità di tracciamento del contagio. Continuare a monitorare la situazione può aiutarci ad evitare problemi di sanità pubblica rilevanti».