“Senza il 416-bis – diceva Falcone – combattere la mafia con la pretesa di sconfiggerla, è come pretendere di fermare un carro armato con una cerbottana”. Nel 2010 i giudici della Cassazione riconoscono ai cosiddetti “secret cults” nigeriani i tratti distintivi della “mafiosità”: organizzazione gerarchica, struttura paramilitare, riti di affiliazione, codici di comportamento. Si chiamano Supreme Eye ConfraternityBlack AxeMaphite e Viking e, secondo la magistratura, queste strutture sono a tutti gli effetti “mafie da perseguire attraverso il 416-bis”.

Si chiamano cults perché proprio il misticismo e i riti vodoo sono parte integrante dell’agire di questi sodalizi criminali, permeati da uno spiccato associazionismo con connotazioni magico-religiose che consentono ad esse una forte tenuta al proprio interno e, di conseguenza, una forte capacità intimidatoria. Prima di diventare braccio armato e acquisire i tratti tipici della criminalità organizzata, i cults nascono in funzione anti-coloniale e si strutturano all’interno delle università. Anche per questo, si legge nell’ultima relazione semestrale della DIA, tra le varie consorterie che oggi operano in modo capillare sul territorio, “c’è una stretta collaborazione con una ben precisa suddivisione dei compiti e dei ruoli”.

Traffico di stupefacenti, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, truffe informatiche e riciclaggio attraverso l’utilizzo di criptovalute, sono alcuni dei principali reati ascrivibili a queste organizzazioni criminali. E, nonostante la mafia italiana e quella nigeriana occupino piani differenti del mercato della distribuzione di stupefacenti o della gestione della prostituzione, non è da escludere che possano verificarsi invasioni di campo, perché il fenomeno dei cults è in espansione.

Lo testimoniano le recenti operazioni di polizia come Disconnection Zone del luglio 2019, che ha colpito una cellula della confraternita Vikings, la “Family Light House of Sicily” conclusa tra il luglio e l’agosto 2020 a Catania con l’arresto di 26 soggetti, in prevalenza nigeriani, appartenenti alla confraternita dei Maphite, o la Sister White” del dicembre 2020 che ha disarticolato una consorteria attiva nel narcotraffico sull’asse Napoli-Palermo.

Stando alle osservazioni degli inquirenti, queste attività potrebbero “segnalare un mutamento degli equilibri in atto con le mafie locali, alla stessa stregua di quanto già avvenuto in Campania”. Il riferimento è alla strage di Castelvolturno quando, nel settembre del 2008, un commando camorristico del clan dei Casalesi uccise sei immigrati di origine africana. Le vittime non erano in alcun modo legate a organizzazioni criminali straniere ma, secondo l’allora direzione distrettuale antimafia di Napoli, il messaggio che si voleva dare era chiaro; per svolgere attività sul territorio, legali o illegali che fossero, bisognava pagare una tassa ai clan. Quello fu un atto di sangue causato da odio razziale e volontà di dominio territoriale e, anche in quel caso, si parlò di vittime innocenti delle mafie.

Ma, a prescindere dalle interpolazioni e dalle rivalità, oggi “la criminalità nigeriana è, tra le mafie straniere, quella più forte, perché – diceva in un’audizione parlamentare del novembre 2019 l’allora procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho – riesce ad avere articolazioni presenti quasi in tutte le regioni italiane e in tutti i Paesi dell’Europa; ha una proiezione nazionale e internazionale nel nostro Paese, con una base molto forte nel Paese di origine”. A farne le spese per primi, però, sono gli appartenenti alla stessa comunità nigeriana, soprattutto le donne.

Prima le false promesse, poi i debiti, le madame e le connection house: sono tantissime le donne nigeriane arrivate in Italia negli ultimi decenni. Rischiano la vita attraversando deserti e mari: la maggior parte delle volte passano attraverso la Libia ma, prima di intraprendere la traversata, vengono sottoposte al cosiddetto “juju”, il rito sciamanico che attraverso la coercizione spirituale le vincola a ripagare il debito contratto durante il viaggio. Se non accettano di prostituirsi o di spacciare per restituire i soldi alle madame, che nel contesto della tratta sono coloro che sfruttano le ragazze costringendole a vendere prestazioni sessuali, le organizzazioni minacciano di colpire le loro famiglie di origine, e così le ragazze si trovano intrappolate, impotenti, vittime della mafia, ancora una volta.