Un anno fa di questi tempi iniziavano a divampare le prime polemiche. L’Academy stava prendendo una decisione tanto storica, quanto impopolare, in vista della 94esima edizione: lasciare sette categorie fuori dalla diretta e consegnare loro la statuetta prima della trasmissione. Tra queste c’erano perlopiù quelli che di solito vengono a torto definiti premi “tecnici”, quindi scenografia, sonoro, trucco e montaggio. Una decisione che aveva causato una valanga di lettere di protesta e che è stato  e probabilmente rimarrà un unicum nella storia degli Oscar. Quest’anno torna tutto alla normalità e, sembra quasi una casualità, ma i due lungometraggi favoriti per il premio più ambito di miglior film parlano in qualche modo di montaggio.

Everything Everywhere All at Once dei Daniels è un’opera divisiva, sebbene non si direbbe visti i premi raccolti in giro nei vari Festival e il numero di nominations. Un film che sfrutta lo stratagemma narrativo del multiverso per parlare di male di vivere, senso della vita e di buchi neri dell’anima. In Italia molti critici non ne hanno apprezzato lo stile e la durata – forse un po’ eccessiva – ma hanno decisamente torto quando parlano di accozzaglia di citazioni e temi. È la cifra stilistica dei due registi – vedere Swiss Army Man per credere –  che in questa seconda prova mette in primo piano proprio il montaggio: un lavoro certosino che in alcuni casi pone in secondo piano persino la regia. Dall’altro lato c’è invece la classicità intramontabile, la perfezione formale che si traduce in emozione. Si sta parlando di The Fabelmans di Steven Spielberg, il film autobiografico che il regista aveva sempre avuto paura di scrivere e riprendere. Il montaggio è naturale e privo di particolari scossoni, eppure è protagonista della storia. Il giovane Sammy passa l’adolescenza con la camera in mano e alle prese con la pellicola da tagliare e incollare. Il montaggio come si faceva una volta, prima dell’avvento del digitale.

Kevin Tent, montatore hollywoodiano candidato agli Oscar nel 2012 con Paradiso amaro di Alexander Payne, ha vissuto questa trasformazione: «Ho iniziato con la pellicola e oggi, anche se tutto è cambiato radicalmente, il pensiero del taglio è lo stesso. Sono diversi gli strumenti che ti consentono di fare molte più cose e in molto meno tempo. Come quando scrivi, che sia la penna o la tastiera, il procedimento mentale è il medesimo».

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ACE

Kevin Tent non è solo un montatore, ma dal 2020 è il presidente dell’American Cinema Editors, l’associazione dei montatori statunitensi. «Molte volte la gente ci scambia per un sindacato, dato che svolgiamo qualche funzione simile, ma non lo siamo. Potremmo definirci come una società onoraria ha l’obiettivo di promuovere l’arte del montaggio. Molta gente non ha idea di ciò che avviene dietro le quinte e crede che il film sia girato così come lo vede sullo schermo».

Kevin Tent: “Molta gente crede che il film sia girato così come lo vede sullo schermo. Tuttavia, le giovani generazioni, grazie a Instagram e TikTok iniziano a tagliare e modificare video fin da bambini. Questo è magnifico e rende il montaggio accessibile a tutti al punto che i ragazzi ne comprendono il carattere artistico”.

Nata nel 1950, l’ACE ha sempre avuto un rapporto stretto con l’Academy: i montatori nominati agli Oscar erano i protagonisti di una cena annuale. Nel 1962 tutto ciò si è trasformato negli Eddie Awards, una cerimonia che premia i migliori montatori dell’anno e che non comprende solo i film, ma anche le serie tv e i programmi televisivi. Quest’anno gli Eddie si sono tenuti una settimana prima degli Oscar e i vincitori per i lungometraggi sono stati Eddie Hamilton (Top Gun Maverick) e Paul Rogers (Everything Everywhere All at Once). Due film che sono candidati per lo stesso premio anche dall’Academy: «È stato complicato votare quest’anno, i montatori candidati hanno tutti alzato il livello. Non solo quelli più estrosi, ma anche chi come Monika Willi (Tár) ha adottato uno stile più sottile e quasi invisibile. Sembra una cosa semplice e invece è difficilissimo. Sono molto contento anche per i premi alla carriera a Don Zimmerman (Tornando a casa, Rocky III e IV, Patch Adams) e a Lynne Willingham (Breaking Bad, Better Call Saul, Ray Donovan)» spiega Kevin.

Tent è stato soddisfatto della cerimonia di domenica, emozionante e soprattutto molto sentita dopo quanto accaduto nel 2022 a Los Angeles: «L’esclusione dalla diretta degli Oscar dell’anno scorso ha ridato ancora più valore alla nostra cerimonia. Quella decisione aveva messo in difficoltà molti membri dell’ACE che facevano parte anche dell’Academy. Capisco che fossero sottoposti a molte pressioni finanziarie e che l’abbiano fatto per rendere lo show più divertente e veloce, ma non era una buona soluzione e penso che l’abbiano capito subito. Hanno ricevuto così tanta cattiva pubblicità a riguardo che sono certo che non succederà più una cosa del genere».

Kevin Tent: “Ho iniziato con la pellicola e oggi, anche se tutto è cambiato radicalmente, il pensiero del taglio è lo stesso. Sono diversi gli strumenti che ti consentono di fare molte più cose e in molto meno tempo. Come quando scrivi, che sia la penna o la tastiera, il procedimento mentale è il medesimo”.

Organizzazioni come l’American Cinema Editors in Italia non esistono, ma ne stanno nascendo diverse che racchiudono anche gli stati europei: «C’è una federazione che si chiama Tempo, nata da poco e alla quale ci siamo uniti anche noi dell’ACE. Comprende i montatori di molti stati europei. È una cosa bellissima e credo che sia un grande primo passo verso una consapevolezza maggiore nei confronti del mestiere». La stessa consapevolezza che gli addetti ai lavori e i critici, per ovvi motivi, possiedono, si sta allargando negli ultimi tempi anche al pubblico, soprattutto quello di età più bassa. Il motivo risiede proprio in quel cambiamento tecnologico cui si faceva riferimento sopra, Tent ne è convinto: «Se nell’Academy tutti riconoscono il valore artistico del montaggio da sempre, tra le persone comuni penso che stia cambiando la percezione da un po’ di anni. Le nuove generazioni, persino i bambini, non appena aprono un loro profilo Instagram o TikTok, iniziano a modificare e montare i loro post. Questo è magnifico, un tempo era impensabile. Il fatto che gli strumenti ora siano alla portata di tutti rende il montaggio molto più comprensibile e tutti iniziano a considerarlo una vera e propria forma d’arte».

È proprio il termine “arte” quello di cui spesso ci si dimentica. I film sono il prodotto di un lavoro collettivo che non comprende solo regista e sceneggiatore, ma un’innumerevole schiera di altre persone che no, non svolgono lavori “tecnici”. Sono artisti con una loro visione, un loro linguaggio e una loro poetica.