«Né gli americani né gli iraniani dovrebbero stare nel nostro Paese. Non ne possiamo più della guerra». Raggiunto telefonicamente da Magzine, Hunar Hameed Majeed, giornalista proveniente dal distretto di Garmyan – nel Kurdistan iracheno, vicino al confine con l’Iran – riassume i sentimenti e i pensieri sull’attuale momento che i giovani iracheni stanno attraversando.
La recente escalation nei rapporti tra Stati Uniti e Iran preoccupa, infatti, non poco chi come Hunar crede in un possibile coinvolgimento del suo Paese in caso di guerra tra il regime iraniano e il “grande Satana”, espressione con la quale gli ayatollah definiscono gli Stati Uniti d’America. «In caso di guerra su larga scala tra Usa ed Iran – spiega Hunar – l’Iraq sarebbe coinvolto non soltanto da un punto di vista militare, ma anche sotto il profilo sociale: molti profughi iraniani verrebbero qui come già successo con i rifugiati siriani. La verità è che fino a pochi anni fa il nostro Paese è stato in guerra contro l’Isis e solo ora stiamo vivendo un periodo relativamente pacifico. Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente». «Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente».
«Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente», dice Humar Hameed Majeed, giornalista.
Hunar conosce bene le conseguenze di un conflitto. Lavora in una radio locale a Kalar, nel governatorato di Sulaymaniyah, ma è anche infermiere volontario presso l’ospedale della città gestito da Emergency. Qui si offre assistenza a più di diecimila sfollati, la maggior parte dei quali sono bambini. Per lui questo clima di guerra deve finire. Come ha spiegato la giornalista Sara Manisera, infatti, i giovani iracheni sono cresciuti in un contesto in cui armi, morte e distruzione hanno fatto parte della loro vita quotidiana. Ed è anche per questo motivo che studenti e giovani lavoratori nei mesi scorsi hanno manifestato contro l’establishment politico iracheno. «Finché la nostra classe politica corrotta continuerà ad essere influenzata sia dagli Stati Uniti che dall’Iran, che con le loro truppe sono presenti nel nostro territorio, noi iracheni potremo essere nel mezzo di un futuro conflitto», rincara la dose Hunar, dove per truppe iraniane fa evidentemente riferimento alle milizie sciite pro-Iran che hanno contribuito negli ultimi mesi del 2019 a reprimere le proteste contro il governo di Baghdad. Le manifestazioni degli ultimi tre mesi in diverse città dell’Iraq chiedevano la fine della corruzione, il superamento delle logiche settarie presenti all’interno della costituzione e l’indipendenza politica dall’influenza americana e iraniana.
Ciò che però emerge dal discorso di Hunar è la presenza di una forte componente anti-iraniana tra i giovani manifestanti. Nonostante ci sia una diffidenza generale verso tutte le truppe straniere – ad eccezione dei soldati italiani, il cui ruolo in Iraq sembra essere più che apprezzato – gli iracheni, infatti, dimostrano di essere sempre più insofferenti nei confronti dell’influenza di Teheran sul loro governo. È anche per questo che Hunar, non senza qualche contraddizione, non se la sente di esprimere una condanna netta per la morte del generale iraniano Qasem Suleimani. Anzi, la sua reazione alla notizia potrebbe essere stata condizionata dal risentimento verso chi, come Soleimani, muoveva le sue pedine in Iraq per stanare ogni manifestazione organizzata di dissenso.
Il giornalista-infermiere del campo di Kalar, però, desidera una cosa più delle altre: la pace. Come migliaia di suoi connazionali vorrebbe un Paese libero da ingerenze straniere, che possa essere in grado di abbandonare quei vecchi schemi basati su concetti settari che, inevitabilmente, costituiscono elementi di divisione all’interno della società irachena. Schiacciato dalle ambizioni egemoniche regionali iraniane e dalla presenza trentennale – più o meno costante – statunitense in Medio Oriente, l’Iraq è sempre più sotto pressione anche internamente, con un’opinione pubblica giovane in fermento. Sempre sull’orlo di una crisi che avrebbe un impatto gigantesco nelle dinamiche mediorientali.
