Naim, trentaseienne nato a Torino e recentemente approdato a Milano, è un figlio dell’immigrazione iraniana avvenuta a seguito della rivoluzione khomeinista. È un musicista eclettico che non disdegna il jazz tanto quanto la musica persiana. La sua storia, almeno all’apparenza, non sembra discostarsi molto da quella di migliaia di giovani italiani che approdano a Milano a caccia di opportunità e soddisfazioni. Ma Naim non è  solo il frutto di quella stagione precedente e immediatamente successiva alla rivoluzione islamica del 1979, ma anche la prova di come il legame alla terra persiana resti saldo di generazione in generazione. Nonostante tutto.

«Mi sono trasferito a Milano perché credo sia la città più vivace che vi sia in Italia», tiene a precisare Naim, raccontando il suo percorso migratorio da Torino a Milano. L’intensa attività musicale svolta nel capoluogo lombardo, però, è stata perturbata nei primi giorni di gennaio dalle allarmanti notizie in arrivo dal Medio Oriente: «Ho appreso dei recenti avvenimenti grazie al messaggio di un’amica. Ero in studio di registrazione da qualche giorno e mi ero volontariamente estraniato da tutto per potermi concentrare sul lavoro di produzione musicale. Quando mi sono documentato ho chiamato subito mia madre per saperne di più ed avere un riscontro da parte degli zii in Iran.»

L’importanza di amicizie e relazioni costruite in una vita intera in Italia si possono ben intuire ascoltando le parole di Naim, eppure il legame con la terra dei suoi genitori è altrettanto evidente, e rappresenta l’altra faccia della duplice identità di chi nasce in un Paese ma conserva affetti antichi ed irrinunciabili nel proprio luogo d’origine. «Se in Iran scoppiassero gravi dissidi interni o avvenisse un attacco dall’esterno sarei molto molto preoccupato, in quanto i miei parenti vivono proprio a Teheran, ed hanno già passato la guerra degli anni Ottanta con l’Iraq. Per quella che è stata la mia esperienza, esiste una grande distanza fra Paese legale e Paese reale, le tensioni sono all’ordine del giorno ed ogni due-tre anni scoppia qualche importante manifestazione da parte di donne e studenti».

Nelle parole di Naim  si può leggere estenuazione e sconforto nel sapere che i propri cari vivono in una polveriera pronta ad esplodere, uno Stato che in pochi decenni ha affrontato una rivoluzione, una guerra sanguinaria con il Paese limitrofo, disordini di ogni tipo ed ora si ritrova ad un passo da un nuovo devastante conflitto.