C’è un popolo, quello iracheno, che da oltre tre mesi ha occupato le piazze per rivendicare il diritto ad avere un futuro migliore: servizi pubblici efficienti, acqua potabile, abolizione di una corruzione ormai dilagante. Sono pronti a dare la vita per un “nuovo Iraq” e non è affatto un modo di dire: oltre 500 ragazzi sono stati uccisi in questi mesi e 20mila sono stati feriti negli scontri. Il tutto nel totale disinteresse di buona parte dell’opinione pubblica che ha dato voce alla situazione irachena solo in seguito all’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad. Insieme a Sara Manisera, giornalista freelance reporter in Iraq, Libano e Siria, ripercorriamo le tappe delle manifestazioni nelle piazze irachene, alla luce della recente gave crisi diplomatica scoppiata tra Stati Uniti e Iran.

Sara Manisera è stata in Iraq, conosce gli sviluppi, ha vissuto al lato dei giovani iracheni in protesta e ha realizzato un reportage per la televisione francese ARTE. Partiamo dunque dalla dimensione umana: che gioventù si è trovata di fronte e cosa chiedono questi giovani manifestanti?

Partiamo da questa premessa:il 60% della popolazione irachena ha meno di 25 anni.È un Paese giovane ma nel quale i ragazzi non hanno alcuna prospettiva per il futuro: la disoccupazione è al 38%. Sono cresciuti dopo il 2003 e hanno vissuto costantemente in un clima di guerra. È dunque una generazione che rifiuta il conflitto settario e la divisione su base confessionale e, soprattutto, chiede dei diritti: protesta contro la corruzione, per l’assenza di servizi pubblici, per un futuro migliore. È una generazione che ha il cellulare in una mano e la bandiera irachena nell’altra: sono tutti connessi ai social che usano anche per coordinarsi e, soprattutto, non hanno bandiera religiosa, si sentono semplicemente iracheni. Appartengono a diverse classi sociali: ci sono disoccupati, ceti medio-bassi, laureati. Insomma, è un gigantesco microcosmo di un movimento eterogeneo trasversale e che non ha una leadership. Questi ragazzi hanno deciso di occupare letteralmente la piazza: dormono lì, vivono lì. Stiamo parlando di un movimento maturo, in termini di proposte e rivendicazioni. I movimenti progressisti italiani ed europei dovrebbero guardare l’Iraq e prendere spunto.

È una generazione che ha il cellulare in una mano e la bandiera irachena nell’altra, dice la reporter Sara Manisera

L’impressione è che le violente proteste degli ultimi tre mesi da parte dei giovani iracheni siano passate largamente in sordina, mentre i riflettori si siano accesi dopo l’omicidio di Soleimani in territorio iracheno.
C’è un problema di narrazione da parte dei media italiani: stiamo parlando di giovani che protestano da più di tre mesi, che rivendicano dei diritti, pronti a dare la propria vita per questa causa (sono oltre 500 i morti) e tutto questo non viene raccontato. Diversamente viene amplificato il fatto di cronaca. Un fatto certamente importantissimo a livello mondiale ma, a monte, c’è un problema di narrazione. Non vedere che Baghdad è legata ad Hong Kong, a Beirut e a Santiago de Chile vuol dire essere miopi. A livello italiano c’è propria questa mancanza: viene meno una narrazione più umana che metta al centro le persone e le storie. È più facile ridurre tutto al “conflitto in Medio Oriente”: si spingono le persone a prendere una parte politica mentre si dovrebbe focalizzare l’attenzione sui civili.

L’Iraq è, di fatto, tra due fuochi. Ora più che mai. È il tavolo in cui gioca il braccio di ferro tra Usa e Iran. “Questa guerra non ci riguarda”, gridano i manifestanti. Che sviluppi vede a questa vicenda in cui il territorio iracheno è il principale luogo di scontro?
Difficile fare delle previsioni precise. Quello che ho raccolto parlando con i ragazzi che sono lì è che ci sono molte preoccupazioni ma, nonostante questo, le piazze continuano ad esserci e a portare avanti le proteste.Il punto è che in Iraq, in questo momento, ci sono moltissime milizie filo-iraniane che utilizzano la violenza verso i manifestanti e questo è un problema perché anche la parte pacifica della piazza, di fronte all’aggressività, viene spinta a lasciare. Oltretutto è difficile perorare manifestazioni così forti se non hai un appoggio internazionale.

Cosa si aspettano i giovani iracheni dagli organismi internazionale e in special modo dall’Europa?
I cittadini con cui ho parlato mi dicevano: “Qui ci sparano addosso e nessuno si interessa”. È quindi una richiesta di maggiore attenzione rivolta dal popolo iracheno alla stampa e ai governi europei.Si avverte il bisogno di un’Europa – dei singoli ministri degli Esteri, ad esempio – che tenda la mano verso i cittadini invece che verso i loro tiranni.I ragazzi si aspettano un supporto da parte dell’opinione pubblica in questa loro lotta.

“Non siamo il campo di battaglia di nessuno”, rivendicano i giovani

In questo marasma qual è il ruolo che possono giocare gli jihadisti dello Stato Islamico o di gruppi affini? C’è un rischio di vedere il ritorno – certamente non auspicabile – di questi gruppi?
Nel momento in cui si presenta una situazione vulnerabile, nel momento in cui semini il caos c’è terreno fertile per il fiorire di gruppi criminali: milizie armate, gruppi di ladri o jhiadisti. In Iraq la situazione è ancora più complessa: nel 2003, quanto cadde Saddam Hussein, ci fu una consegna del potere agli sciiti gettando così il seme della nascita dell’Isis. Ad oggi non si avverte più così forte la divisione tra sunniti e sciiti in piazza; detto questo è naturale che se soffi sul fuoco del settarismo questo divampa: se le milizie sciite e filo-iraniane si impongono con operazioni violente in Iraq c’è il rischio che la miccia si riaccenda.

“Fuori l’Iran” è lo slogan più utilizzato dalle piazze. In diversi hanno però dato notizia di un ulteriore grido che si alza da parte dei manifestanti: “Fuori l’America”. Lei che ha lavorato qui a lungo, ha riscontri di questo tipo? Chi sono questi gruppi anti-Usa?
Nei miei occhi ci sono ancora gli slogan usati dal movimento dei manifestanti: “We Want an homeland”, “Another Iraq is possible” e ancora “Vogliamo la caduta del regime”. E poi ci sono numerosi altri slogan che rivendicano la cacciata di entrambe le potenze: “Né USA, né Iran”. Sono stufi di entrambi perché dal 2003 hanno pagato sulla loro pelle il prezzo di queste ingerenze. Tra le rivendicazioni della piazza c’è anche questa. Scorrendo i vari meme che sono usciti sui social arabi ne ho visto uno in cui l’Iraq è rappresentato in mezzo tra le due bombe di Iran e Usa. “Non siamo il campo di battaglia di nessuno”, rivendicano i giovani.

Credits image/Getty Images