«Questo progetto permette di rivalutare le donne, la fotografia e la vita stessa», dichiara la leggendaria Marirosa Toscani Ballo. Nella mostra Parlando con voi, ospitata all’interno del Mia, Milan Image Art Fair, presso il Superstudio Più di via Tortona fino al 15 giugno, trenta incredibili fotografe italiane si raccontano non solo attraverso le proprie opere, ma anche tramite la propria voce. Grazie a una serie di video interviste, le donne che rappresentano le varie epoche della fotografia italiana svelano il proprio vissuto e il percorso che ha contribuito alla visione del mondo catturata dal loro lavoro. L’idea della mostra, curata dal presidente dell’Afip, nonché celebre fotografo Giovanni Gastel, prende vita dal libro omonimo scritto da Giovanna Chiti e Lucia Covi, che raccoglie la vita e la carriera delle artiste.
«Non abbiamo scelto solo le fotografe più brave e famose – spiega Giovanna Chiti –, ci interessavano personalità ancora nascoste, professioniste con esperienza nello stesso settore, dalla moda, al cibo, al reportage». È un confronto che si snoda nel tempo e che racconta i cambiamenti tecnici e di costume della fotografia dagli anni Sessanta ad oggi e che ha permesso di recuperare artiste in parte dimenticate. Giovanna ha voluto condividere una prospettiva diversa. «Lo sguardo femminile si differenza da quello maschile per il fine: le donne fotografano per ragioni diverse che ho cercato di indagare con questo lavoro».
Dopo il libro, si è cercato di scendere ancora più in profondità nelle storie personali, affidandosi a un racconto quasi cinematografico, come spiega Marco Poma, produttore e regista dei video di Parlando con voi: «Facendo questo viaggio tra le fotografe ho scoperto che sono diverse dai loro colleghi maschi, a volte più osannati: lo sguardo maschile è concentrato sul prodotto, sulla tecnica, sul successo, mentre quello femminile è dominato dalla ricerca della vita e dell’esistenza».
Le donne raccontate dai video di Poma affrontano la vita guardando il mondo attraverso se stesse, dimenticando la tecnica, ognuna a suo modo. «Ogni mia opera è fondata sul progetto», racconta Maria Vittoria Backhaus, storica fotografa di Vogue. «Non credo più di tanto nel fotografo che esce in strada e fa uno scatto fortunato: ciò che conta è il lavoro che precede lo scatto». La Backhaus ha affrontato un’epoca in cui essere donna poteva precludere molte strade. «Ho dovuto rinunciare a una vita da reporter – confessa – ma sfido chiunque a guardare due fotografie scattate da un uomo e da una donna e a capire chi ne sia l’autore».
Per la Backhaus, come per molte altre, raccontarsi non è stato facile, mentre per altre è stata un’occasione per ricordare e riprendere questo lavoro, come racconta Isabella Balena: «Giovanna ci ha chiesto di tirare fuori le storie della nostra famiglia, per scoprire come siamo nate e quali esperienze ci hanno rese quelle che siamo». È raro che una mostra racconti qualcosa della vita dei fotografi: di solito si tratta solo di esposizioni d’immagini e di elenchi di pubblicazioni, che non contribuiscono a conoscere meglio un autore e il suo lavoro.
«D’altra parte, la necessità delle donne – spiega Giovanni Gastel – è quella di raccontare se stesse, sia nella fotografia d’arte che in quella commerciale». L’obiettivo della mostra che Gastelha organizzato è quello di far sentire anche le voci di queste donne e di mostrare i luoghi in cui hanno vissuto, nonostante «le fotografie parlino da sole: uno scatto d’autore ha un’anima, porta la traccia di chi l’ha prodotto e non ha bisogno di didascalia».
Questa mostrariporta in luce pezzi di storia della fotografia, ma non ha un sapore nostalgico.
«L’elettronica applicata a quest’arte è la sua nascita – conclude Gastel -. Tutto quello che c’era prima è già archeologia: questo linguaggio non è mai stato così potente come oggi che è a disposizione di tutti». L’innovazione non minaccia il professionista: «Per preservare Tomasi di Lampedusa non dovremmo più insegnare a scrivere? Più persone usano questo linguaggio, meglio è per tutti».