© Marco Gualazzini

 

Scatti che fanno riflettere, forti, diretti. Marco Gualazzini vive la fotografia come un modo per entrare in nuovi mondi e testimoniarli: «Quando scatto cerco di liberare la mente». Ma le esperienze vissute in Africa lasciano segni importanti.

Come nasce la Sua passione per la fotografia?

Sono sempre stato immerso in questo mondo, mio padre era un giornalista. La fotografia appaga la mia curiosità e permette di addentrarmi in altri mondi All’università ho avuto la fortuna di studiare con docenti come Gianluigi Colin, art-director del Corriere della Sera, Paolo Barbaro e Carlo Arturo Quintavalle che mi hanno trasmesso una grande passione per la fotografia. Il connubio tra giornalismo e fotografia mi ha portato ad innamorarmi del fotogiornalismo. Per me è il modo migliore di appagare la mia curiosità perché mi permette di addentrarmi in altri mondi.

I Suoi reportage spaziano tra diversi argomenti: microfinanza in India, discriminazioni dei cristiani in Pakistan e il conflitto nel Nord del Congo. Come nascono i progetti? 

Ho la passione per i viaggi e sono curioso del mondo. Per questo all’inizio partivo pur non avendo una commissione specifica. Molte volte i reportage mi vengono commissionati, ma nella scelta dei soggetti e dei temi c’è sempre anche una componente di interesse personale.

Come cambia il Suo modo di fotografare quando lavora per un committente italiano rispetto che per uno straniero? 

L’unica differenza può essere il tipo di reportage assegnato: alcune testate commissionano lavori più coinvolgenti da un punto di vista emotivo ma il mio modo di scattare è sempre lo stesso. Cerco di fotografare al meglio e di raccontare la storia attraverso immagini di forte impatto.

Come si organizza prima della partenza?

L’aspetto organizzativo è sicuramente il più complesso, delicato e anche snervante. Incontro spesso problemi di sicurezza e logistici, soprattutto quando realizzo i reportage in Africa. In alcuni Paesi tra cui la Somalia, per muoversi è necessaria la scorta, quindi bisogna prepararsi con molta cura in modo da trovare un network efficiente già all’arrivo. È proprio in base all’organizzazione che ci si gioca tutto il lavoro sul campo. Bisogna arrivare sul posto ed aver già creato un humus favorevole per muoversi e lavorare in sicurezza.

Quando lavora in contesti caldi come la Somalia, come incide la paura?

Di sicuro la paura è sempre presente, ma nel momento dello scatto cerco di liberare la mente. In realtà, in questi momenti non si ha neanche tempo per pensare. Tutto il lavoro prima della partenza serve a ridurre al minimo la componente della paura.

I miei reportage nascono dall’istinto, dalla curiosità e dalla necessità di vedere in prima persona

Lei ha vinto uno dei premi più importanti per il fotogiornalismo, il Getty Grant for Editorial Photograph. Come si trova la storia “giusta”?

Questa è una grande incognita: mi piacerebbe avere la risposta. I reportage che realizzo sono dettati dall’istinto e dalla curiosità: sento la necessità di esserci, di vedere in prima persona. Cerco di realizzare scatti forti, che catturino l’attenzione.

M23 – Kivu: A Region Under Siege è il reportage sul Congo realizzato in bianco e nero che Le è valso il prestigioso riconoscimento. Da cosa dipende la Sua scelta di editare in bianco e nero?

L’unico lavoro che ho realizzato in bianco e nero è stato proprio quel reportage. Di solito preferisco fotografare a colori. L’utilizzo del bianco e nero è stato un caso dovuto a fattori atmosferici. Ho lavorato nella regione del Kivu, a Goma, una città vulcanica che ha la terra nera e con la stagione delle piogge anche i cieli diventano plumbei. Tutto era nero, il suolo, il cielo, la loro pelle, i loro occhi, così, per dare risalto ai soggetti, ho deciso di non scattare a colori.

Perché ha deciso di tornare a Kivu, dopo il reportage già realizzato nel 2009 nella stessa regione? Come era cambiata la situazione? 

Nella regione vivono alcuni missionari ai quali sono profondamente legato. Inoltre il Congo ha sempre esercitato un grande fascino su di me: una terra con una storia complicata e tragica, fatta di conflitti irrisolti. Dal mio primo reportage nel 2009 non era cambiato quasi niente, c’erano sempre le lotte interne, i generali e i ribelli.

Secondo Lei una fotografia può cambiare il corso della Storia?

Credo sia un luogo comune pensare che una fotografia possa incidere sul corso degli eventi. Alcuni scatti di denuncia hanno scosso tanto le coscienze ma non mi sembra che abbiano cambiato le cose. Una foto può diventare l’icona di un periodo storico, ma al giorno d’oggi, con la diffusione dei social network, siamo fin troppo invasi dalle immagini. Cerco di fare delle fotografie di impatto ma non penso possano diventare un’icona o cambiare la Storia.

Qual è stato il progetto che l’ha segnata maggiormente?

La Somalia è un Paese che mi sta particolarmente a cuore. È una terra di dicotomie dove la distruzione della guerra civile si intreccia alla miseria della carestia. Il mio intento era mostrare un Paese che continua a resistere nonostante tutto. Anche il Congo è stato un tassello importante del mio percorso sia da un punto di vista lavorativo che emotivo: fin dai primi scatti mi è subito rimasto dentro.