Centinaia di organizzazioni giornalistiche coinvolte, il ruolo centrale dell’International Consortium  of Investigative Journalism (ICIJ), oltre 11 milioni di documenti analizzati per un totale di 2.6 terabyte di dati. Una enormità. Per avere un’idea più chiara del terremoto in corso basta considerare che il cablegate di Wikileaks ha portato in dote 1.7 giga di dati!

Un terremoto che è solo agli inizi, come racconta Daniel Leslie di @reflection, laboratorio e incubatore di idee per lo sviluppo digitale. Secondo Leslie «leaks di questa portata stanno diventando sempre più frequenti, specialmente con l’emergere di organizzazioni complesse quali la NSA, il Dipartimento di Stato americano o i grandi studi legali internazionali».

Il data journalism riveste un ruolo fondamentale nell’analisi e nella fruizione di tali montagne di dati e informazioni, come dimostrato nel caso dei Panama Papers. Sta velocemente diventando l’unico antidoto alle attività illegali delle grandi imprese e dei governi. Ciò che è ancora più importante è la sua capacità di deterrenza: poiché i dati possono facilmente essere copiati e condivisi, la sua stessa esistenza potrebbe limitare i comportamenti illeciti che prima erano coperti dal segreto.

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