«C’è stata una corsa che non mi scorderò mai. Qualche anno fa sono saliti sul mio taxi De Gregori, Dalla e il suo compagno. Li ho riconosciuti subito: ero gasatissimo! Lì per lì non ho avuto il coraggio di dire niente: mi vergognavo a fare loro domande o a chiedergli un autografo. Per me sono geni di un altro pianeta! La corsa sarà durata una quindicina di minuti: non ricordo con esattezza dove mi avessero chiesto di portarli.
Il destino ti sorprende ad una curva qualsiasi, e proprio a una svolta De Gregori si accorge di un libro di Céline che avevo appoggiato sul sedile di fianco e che leggevo durante le pause. “Bella lettura!” mi fa. Io gli rispondo che quel libro mi stava sconvolgendo. Così il taxi si trasforma di colpo in un salotto filosofico e discuto insieme ai miei passeggeri di Evola, di destra e sinistra, persino di musica quando faccio partire qualche pezzo dal mio iPod. Soprattutto parlando di musica con loro provo un certo imbarazzo. La tentazione di metter su un loro brano è forte, ma mi trattengo, meglio esprimere la mia stima a parole. A un certo punto De Gregori mi guarda e mi dice “Comunque, su quel libro, ci ho anche scritto una canzone”, e scende dal taxi. Da quel giorno, quando non ho clienti in macchina ascolto la sua musica e cerco di indovinare il pezzo. Penso di esserci riuscito: dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare.»
(Luca D., De Angeli)