Nicole Tung è una delle fotoreporter più esperte di Medio Oriente, di cui da anni esplora le vittime e le conseguenze delle guerre. Dal 2011, in particolare, si è occupata di Siria e dal 2012 risiede ad Istanbul. La sua voce, reduce da un’esperienza che le ha permesso di vedere, conoscere, capire in prima persona questi due Paesi, è guida sapiente per una rilettura delle dinamiche dell’attentato che lo scorso 13 novembre ha colpito il cuore della città turca.

In quanto cittadina di Istanbul, come descriverebbe il clima che si respira tra le varie etnie che vivono in città?

Vivo in Turchia dal 2012. In quell’anno sono arrivati molti profughi dalla Siria e dall’Afghanistan e i turchi sono stati molto accoglienti nei loro confronti. Almeno fino a quando l’economia non è entrata in crisi. Ovviamente la pandemia ha peggiorato le cose. Molte persone non erano in grado di portare cibo a tavola nelle proprie case e la loro rabbia si è sfogata soprattutto verso gli stranieri e, quindi, i profughi. Adesso ci sono molti problemi con la Siria, perché i turchi pensano che i siriani stiano rubando loro il lavoro. Non è così, ma ormai è il luogo comune, uno stereotipo. Parlando genericamente, i turchi sono molto accoglienti e aperti, anche perché la Turchia è sempre stato un Paese crocevia nel mondo. Molti diplomatici e scrittori sono soliti venire ad Istanbul per lavoro e socialità: questa è sempre stata storicamente una città molto variegata.

Qual è il ruolo della fotografia di fronte a eventi come quello che una settimana fa ha scosso le vie di Istanbul?

Penso che il primo filmato diffuso dell’attentato di domenica sia stato girato con il cellulare di chi si trovava lì a fare shopping. Soltanto dopo l’attacco abbiamo potuto vedere le immagini dei fotografi professionisti. Nella nostra epoca, il fatto che ciascuno possegga un proprio smartphone ci mette nella condizione di vedere immediatamente l’impatto di ciò che accade. Ma questo non significa necessariamente averne una migliore comprensione. Spetta al foto-giornalista dare un significato al contesto, in questo caso dell’attentato. Il ruolo del foto-giornalismo è proprio questo: contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo.

“Il ruolo del fotogiornalismo è contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo”.

Il caso degli attentati terroristici, poi, paradigmatico: la polizia è molto veloce a chiudere l’area per motivi di sicurezza, quindi diventa difficile accedervi e vedere direttamente le conseguenze dell’accaduto. Viale Istiklal si trova ad appena cento metri da dove vivo io; quaranta minuti dopo l’esplosione mi sono recata sul posto ma anche con un tesserino da giornalista non potevi avvicinarti, né vedere niente in più rispetto ai passanti.

Qual è la differenza tra eventi simili e la guerra, da un punto di vista foto-giornalistico? E come si pone lei, nel ruolo di fotoreporter, di fronte ai conflitti?

Si tratta di situazioni molto diverse. Quando devi coprire un evento di guerra, sai che c’è un conflitto in corso. In qualche modo è come se “ti aspettassi l’inaspettabile”. Lavori su storie, il che non significa semplicemente andare lì e scattare fotografie. Bisogna costruire una narrativa attraverso le immagini. Quando lavoro il mio primo interesse è per la popolazione civile. Ogni volta che vado in Siria, per esempio, (e per me non importa se si tratti di curdi o arabi), le persone che soffrono di più sono i civili e i bambini, che ora non hanno niente se non la guerra.

“In Siria le persone che soffrono di più sono civili e bambini. Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori: non c’è lavoro, non c’è denaro per ricostruire, c’è un’economia molto piccola.”

Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori. In queste situazioni non c’è lavoro, non c’è denaro per ricostruire, c’è un’economia molto povera. Quindi sì, possiamo anche iniziare a parlare di cambiamento climatico, risorse idriche, diritti delle donne, ma lì la gente non può neanche vivere e nutrirsi.

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Le autorità del governo turco hanno indicato responsabile dell’attentato di domenica la milizia curda del PKK e quella dei curdi siriani dell’YPG, che ha con la prima stretti legami. Poi ha portato avanti una operazione militare. Lei ha lavorato a lungo in Siria, ha conosciuto dal vivo le condizioni di vita del popolo. Quali sono i rapporti tra i due Paesi?

È una situazione molto complicata dal punto di vista geopolitico. Il Nord della Siria è vicino ad arabi e curdi: l’ovest è guidato da una fazione araba, di cui molte persone non condividono i legami politici con la Turchia; l’Est, invece, è guidato dall’amministrazione curda, accusata dai turchi di rapporti con il PKK. Cosa che effettivamente ha. Il conflitto con la Turchia va avanti dagli anni Ottanta e spesso è stato utilizzato da quest’ultima come pretesto per impossessarsi del controllo di alcune aree della Siria Nord-orientale e dell’approvvigionamento idrico del fiume Eufrate. Penso che, in ogni guerra, ognuna delle due parti abbia la rogna. Anche in questa guerra, nessuna delle due ha ragione, a causa del modo in cui è condotta: l’uno contro l’altro, e tutti sempre contro i civili.

(Immagini copyright Nicole Tung, pubblicate per gentile concessione dell’autrice)