Già nel tredicesimo secolo, il poeta persiano Rumi metteva in guardia il suo lettore: «Non legare il cuore a nessuna dimora, perché soffrirai quando te la strapperanno via». Come quasi tutti gli iraniani, Mohammad Reza Farbod conosce bene i versi di Rumi e spesso si ritrova nelle sue parole.

In questi giorni, Mohammad ha sofferto più che mai per il clima di incertezza che si vive nel luogo che lui chiama da sempre “casa”: l’Iran, dove è nato e cresciuto prima di diventare uno studente di lingue a Bologna.

Anche se “Momo” (come lo chiamano in Italia) è ormai da sette anni lontano, non ha mai smesso di preoccuparsi per il suo Paese e, soprattutto in questi giorni, convive con la paura che qualcuno possa strappare via l’anima del posto a cui è indissolubilmente legato.

In questi casi la domanda più giusta è quella che sembrerebbe più banale: tu come stai?

Mi sento molto afflitto per ciò che sta accadendo e solo il pensiero di una guerra mi fa venire i brividi.

Come hai vissuto questi giorni? Che cosa hai fatto per capire materialmente cosa stesse accadendo nel tuo Paese?

In questi giorni sono rimasto paralizzato a guardare gli schermi del mio cellulare e del mio pc. Cercavo in continuazione di avere nuove notizie, di provare a capire. Sono reduce da una notte insonne per seguire in tempo reale gli sviluppi della situazione. Ho letto i siti delle agenzie di notizie ma anche quelli dei quotidiani, senza badare al loro orientamento: da VOX a Farsnews, tutto! Alla fine mi sono addormentato letteralmente sul mio computer, verso le sei del mattino.

Che idea ti sei fatto?

Convivo con la paura di una possibile guerra: vedo davanti a me le immagini di un conflitto. Mi spaventa l’idea che questa escalation possa portare alla perdita di vite umane, di qualunque nazionalità esse siano.

Quindi secondo te c’è da preoccuparsi davvero?

Direi che c’è da preoccuparsi un bel po’, sì. Credo che l’assassinio di Soleimani avrà delle conseguenze importanti. Penso che quanto accaduto sia parte di una precisa strategia statunitense: vogliono scatenare un’altra guerra in Medio Oriente, accusando poi l’Iran di averla in qualche modo provocata.

L’assassinio di Soleimani è opera degli americani. Tu sei molto critico anche con gli Stati Uniti e, soprattutto, non apprezzi molto chi li governa. Puoi spiegare perché?

Credo che gli Stati Uniti mettano in pratica da sempre delle “politiche espansioniste”, ma la loro strategia di influenzare quanti più Paesi possibili non funziona più bene come in passato. Devono quindi assecondare alleati che rimangono loro, come Israele e Arabia Saudita. E ’per fare questo che dipingono l’Iran come il male assoluto. Quello che mi provoca ribrezzo non è però l’America: sono i potenti che la governano. Trump ha creato tutto questo solo per guadagnare più consensi. Sta facendo ciò di cui aveva accusato ingiustamente Obama: sta facendo scoppiare una guerra contro l’Iran perché non è capace di dialogare. Sono infinitamente disgustato dai politici statunitensi: per rimanere al potere, utilizzano guerre che mettono a rischio la vita di diversi popoli, incluso il loro. Fanno ancora propaganda dicendo di “voler portare la democrazia nel mondo”. Certo, a pensarci bene tutti i potenti ripetono la stessa cosa. Lo diceva sempre anche Berlusconi, vero? Sembra che in Paesi come l’Iran ci sia sempre bisogno di un intervento straniero che in realtà si rivela ogni volta controproducente.

Non pensi che l’intervento di altri Paesi stranieri possa aiutare, almeno in parte, chi in Iran si batte per un futuro migliore?

Mi piacerebbe dire di sì ma sarebbe una bugia. In Iran chi davvero lotta per “un futuro migliore” non ha mai il supporto di chi viene da fuori: quasi sempre queste persone vengono accusate alla fine di essere “amici del nemico”. È un po’ quello che succedeva anche ne La Fattoria degli Animali di George Orwell. Lui spiega bene questo meccanismo, anche in altri libri. Da iraniano, come puoi avere fiducia nell’aiuto di in un Paese straniero (gli Stati Uniti) che ti tiene sotto embargo da quaranta anni? Pensate alla questione nucleare: sono loro ad aver rotto per primi l’accordo. Io non posso credere che l’intervento dell’America o di chi la spalleggia possa portare tanti ragazzi che conosco a migliorare la loro vita.

Dici che ti preoccupa soprattutto la sorte dei comuni cittadini. Hai paura che quello che sta succedendo potrebbe essere strumentalizzato anche dal governo iraniano per limitare la libertà di chi vive nel Paese?

L’Iran, come anche l’Iraq, è un Paese in cui si deve fare ancora molto in tema di diritti umani e civili. Temo che chi detiene il potere potrebbe utilizzare le ultime vicende come scusa per incrementare le repressioni violente sulle organizzazioni civili, sugli attivisti e sui manifestanti pacifici che vogliono solo la libertà. Non sarebbe la prima volta.