“Tutti vogliono venire in Italia. Io aiuto le persone, realizzo sogni”. “Mosè è stato il primo scafista della storia, io sono come lui”. “Nei piccoli villaggi dell’Egitto i giovani hanno bisogno di me”. Queste sono alcune delle testimonianze dei Signori delle frontiere raccolte da Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci in Confessioni di un trafficante di uomini. I due autori hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina per scoprire chi dirige il business della più spietata agenzia di viaggi del pianeta. Giampaolo Musumeci svela i retroscena del libro-inchiesta.


Come è nata l’inchiesta sui trafficanti di uomini?

«Ci siamo accorti che in tutte le inchieste sulle migrazioni mancava una parte rilevante: la testimonianza dei trafficanti. I reportage riguardavano la vittima e non il carnefice, tralasciando un tassello troppo importante della storia. Così insieme ad Andrea Di Nicola ho deciso di parlare degli uomini che controllano il traffico di migranti. Abbiamo iniziato le ricerche a fine 2011 e il libro è stato pubblicato due anni e mezzo più tardi. Si tratta di un racconto di tutto ciò che si muove dietro ai canali dell’immigrazione clandestina. Io in particolare mi sono occupato dei contatti sul campo, Andrea della parte giuridica».

Come vi siete organizzati?

«Abbiamo iniziato facendo delle ricerche su Internet e contattando alcuni magistrati che hanno indagato sul traffico di migranti. In particolare ci siamo rivolti a Federico Frezza, giudice del Tribunale di Trieste, che ha investigato sul più grosso trafficante di clandestini degli anni Novanta, il croato Josip Lončarić. Abbiamo passato due mesi a studiare atti e intercettazioni. La nostra inchiesta è iniziata tratteggiando il ritratto del responsabile del 90% degli ingressi irregolari dei cinesi in Italia. Dopo che la figura di Lončarić ha preso forma abbiamo individuato gli hotspot, i punti cruciali delle tratte verso il cuore dell’Europa: Tunisia, Egitto, Grecia e Turchia. Con l’aiuto della magistratura abbiamo parlato con alcuni trafficanti in carcere e il progetto si è delineato man mano. Poi è arrivato il momento di partire e raccogliere informazioni sul campo. Alla fine c’è stato un grande lavoro di sintesi e di editing: volevamo raccontare queste organizzazioni partendo dalle singole figure, ma il rischio di scrivere una storia slegata era alto».

Chi sono i Signori delle frontiere?

«I trafficanti di uomini diventano quasi degli imprenditori, se non lo sono già» «I trafficanti sono persone esperte che sanno bene come muoversi, nulla è lasciato al caso. Quello che conta è la conoscenza pratica che hanno delle frontiere. Per esempio, lo smuggler perfetto è il poliziotto di frontiera che possiede le chiavi dei cancelli. Nei Balcani ci sono tanti episodi di corruzione e coinvolgimento della polizia. Tra Italia e Austria o tra Italia e Germania sono i tassisti e i camionisti a trasportare i migranti. Questi, quando fanno carriera, diventano quasi degli imprenditori se non lo sono già. Il lavoro è complicato: devono gestire la clientela e corrompere gli ufficiali di pubblica sicurezza».

Come vi siete rapportati con i trafficanti?

«Prima di questa grande ondata di immigrazione era più facile rapportarsi con i trafficanti. Le organizzazioni adesso sono consapevoli della grande attenzione mediatica. Alcuni scafisti volevano raccontare la loro versione della storia e ristabilire un bilanciamento rispetto a quanto scrivono i giornali. L’approccio con i trafficanti è avvenuto tramite contatti sul posto. La diffidenza iniziale era molta perché volevano capire chi si trovavano di fronte, ma non ci sono stati comunque momenti di particolare tensione. In accordo con gli intervistati il nostro lavoro è stato fatto senza telecamere e registratori. A noi interessava trascorrere più tempo possibile con loro per instaurare un forte legame. La telecamera avrebbe soltanto ostacolato il nostro intento».

I trafficanti da alcuni vengono dipinti come criminali, da altri come benefattori. Quale potrebbe essere una giusta valutazione?

«Abbiamo raccontato le sfumature: nessuno è solo buono o solo cattivo. Quanto più l’Europa non interviene in modo incisivo, tanto più gli scafisti sono visti come dei salvatori. I trafficanti sono la risposta quasi obbligata al problema dell’immigrazione. L’Unione europea non crea corridoi umanitari e i migranti sono costretti ad affidarsi agli smugglers per salvarsi. L’inefficienza delle istituzioni è colmata dalla fitta rete di organizzazioni criminali che offre l’unica via di fuga possibile. Il paradosso è proprio questo. Negli ultimi anni si sono inseriti nel mercato anche i trafficanti amatoriali: il business è troppo appetibile e si fanno tanti soldi facilmente. I migranti sono considerati una merce ed emerge l’aspetto più oscuro e criminale del fenomeno».

Come avviene il contatto tra migranti e trafficanti?

«Tutti hanno un amico o un fratello che è già partito e sanno come devono muoversi. Nei Paesi di partenza è pieno di trafficanti e il reclutamento avviene sia verso il basso che viceversa. Una volta erano gli smugglers a proporre il viaggio, adesso sono i clienti che li vanno a cercare. I trafficanti si avvalgono della tecnologia e dei nuovi mezzi di comunicazione che permettono di condurre le attività in modo più efficace ed efficiente. I social network, in particolare Facebook, vengono utilizzati per contattare i migranti. Moltissimi profili aperti propongono diverse tipologie di viaggio verso l’Europa indicando le rispettive tariffe, come una vera e propria agenzia di viaggio. Esistono anche dei sistemi di feedback e voti, una sorta di TripAdvisor con cui chi è giunto a destinazione lascia un commento sul servizio».

Quanto costa e come si acquista il biglietto di sola andata?

«Le famiglie investono sul giovane più promettente finanziandogli il viaggio verso l’Europa» «Le tariffe cambiano spesso a seconda dei mutamenti delle rotte di immigrazione, delle azioni delle Forze dell’ordine e del numero di frontiere da superare. Molti trafficanti hanno iniziato a fare il servizio soddisfatti-rimborsati. I migranti pagano quando arrivano a destinazione e questo crea grande fiducia tra i clienti e gli smugglers. I metodi di finanziamento sono tanti. Chi non può permettersi il viaggio si indebita vendendo terreni o proprietà. Nell’Africa sub-sahariana, per esempio, i nuclei familiari investono sul giovane che può avere più possibilità in Europa finanziandogli il viaggio. Dalla Siria, invece, è scappata anche la media borghesia, persone quindi che hanno discrete possibilità economiche».

Si può parlare di una vera e propria mafia?

«Sono i migranti a chiamarla così, ma non si possono paragonare queste organizzazioni alla camorra o all’ndràngheta. Le nostre mafie hanno delle strutture piramidali, quelle dei trafficanti invece sono reti fluide e vengono etichettate come tali soltanto per la loro natura criminale e sommersa».

Che cosa accade ai trafficanti quando vengono catturati?

«La maggior parte di loro cerca di salvarsi minimizzando il proprio ruolo. Più è grande l’organizzazione, più è alta la probabilità che lo scafista si chiuda in un mutismo assoluto. Spesso la struttura è talmente vasta e compartimentata che i suoi membri non conoscono i nomi degli altri trafficanti».

La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce. Quanta attenzione rivolgono le istituzioni al fenomeno?

«Le istituzioni conoscono bene la situazione, ma sanno che l’arresto degli scafisti non intacca minimamente le organizzazioni. Bisognerebbe intervenire nei Paesi di origine per smantellare il traffico di migranti. Cambiare la politica dell’Europa è l’unico modo per impedire che la situazione peggiori. Con l’uscita del libro c’è stato un interesse da parte di molti ambienti investigativi e sono partite diverse indagini. Abbiamo contribuito a ridefinire l’importanza del fenomeno favorendo un cambio di percezione e di utilizzo del linguaggio».

Il Consiglio europeo è unanime sulla necessità di una soluzione comune alla crisi dei rifugiati. L’Italia in particolare ha presentato il Migration compact, un progetto che offre aiuti ai Paesi da cui partono le migrazioni. Siamo sulla strada giusta?

«Più si innalzano barriere, più si allunga la rotta e si continua ad alimentare l’industria criminale» «Gli accordi stipulati sono dei tappabuchi e non rappresentano la soluzione al problema. Nel lungo termine dobbiamo lavorare proprio sullo squilibrio economico. Questo è il vero motivo delle partenze: o si creano dei motivi per farli rimanere nei Paesi di origine o i migranti continueranno ad arrivare. L’Europa divisa fa la fortuna dei trafficanti. Questa costruzione schizofrenica di muri non funziona. Più si innalzano barriere, più si allunga la rotta e si continua ad alimentare l’industria criminale. In tutta l’Unione europea c’è un gioco politico delle Destre: la leva migratoria è usata in termini di politica interna, ma questi interventi sono disastrosi. Bisognerebbe garantire a chi ne ha diritto un corridoio umanitario. Si demolirebbe in questo modo il 90% degli affari. È allucinante che i richiedenti asilo debbano sborsare 10mila dollari per esercitare un diritto riconosciuto dalle Costituzioni».

La costruzione del muro al Brennero potrebbe diventare il simbolo del fallimento dell’Europa sulla questione dei profughi.

«Non è un caso che i muri vengano eretti subito prima o dopo le elezioni. Anche se si chiude una rotta se ne apre immediatamente un’altra. L’Europa ha mostrato tutte le sue debolezze e dal punto di vista dell’immigrazione ha già fallito: sono morte moltissime persone e troppi soldi sono finiti nelle tasche dei trafficanti. L’Unione europea è colpevole e responsabile. La sua politica è troppo lenta e ogni decisione sembra peggiorare le cose. Mentre i potenti fanno i summit i trafficanti agiscono e la gente continua a morire».