«Il regno di Dio è in mezzo a voi» dice Gesù. E don Giuliano Savina lo ripete perché lo sperimenta nella sua parrocchia nel quartiere Greco a Milano, dove persone con storie ed esperienze diversissime condividono un pasto e la vita. Infatti, grazie all’idea di Massimo Bottura e Davide Rampello, in sinergia con Caritas ed Expo, è sorto il Refettorio Ambrosiano. Da maggio in questo luogo le eccedenze e le donazioni alimentari vengono cucinate per sfamare persone in difficoltà. Visto il risultato, a don Giuliano è stato conferito l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano ma «questa benemerenza non va a me – dice – è un segno di quanto è accaduto nella comunità di Greco».

Che cosa è accaduto?

All’inizio il progetto suscitava la diffidenza di chi pensava che avrebbe portato degrado e delinquenza. Questo è stato un momento bello e importante, perché ha permesso alla comunità di mettersi in ascolto e dialogare. Il Refettorio Ambrosiano consiste nel sedersi intorno ad un tavolo per ascoltare, guardarsi e approfondire le cose importanti della vita; è un ponte che previene l’intolleranza, la violenza e i pregiudizi attraverso l’accoglienza, la solidarietà, il confronto e la comunione.

Papa Francesco richiama spesso l’attenzione alle periferie, all’accoglienza, all’aiuto ai poveri e alla lotta contro la cultura dello scarto. Qui queste parole si sono trasformate in fatti?

Il pontificato di papa Francesco è molto importante non solo in questa stagione della Chiesa, ma dell’intera umanità, e le sue parole sono incisive e tempestive. Una comunità possiede degli immobili per poter vivere la propria missione: la nostra ha deciso di servire i bisognosi attraverso gesti concreti. Il vecchio teatro in disuso è stato trasformato nel salone del Refettorio; abbiamo sistemato l’asilo e poi ristrutturato una palazzina pericolante per ospitare persone in difficoltà. Questo edificio diventerà un luogo di solidarietà e di accoglienza attraverso la convivenza di realtà diverse: ci sarà una comunità di disabili, una famiglia rom, un appartamento per persone in difficoltà, un catering etnico gestito da donne richiedenti asilo che portano sui loro corpi i segni della violenza. La Caritas ha avuto l’idea di avviarle al lavoro perché possano riprendere la forza e la dignità. Queste realtà rivelano l’obiettivo di una comunità nel quartiere: annunciare il Vangelo.

Il cardinale Scola si è augurato che «il Refettorio Ambrosiano oltre a dare da mangiare sia capace di rispondere a questo desiderio di infinito, che per me è desiderio di Dio». Ci sono state risposte a questo desiderio?

La comunità ha preso sul serio l’esperienza del Refettorio Ambrosiano. Alcune persone hanno fondato l’Associazione per il Refettorio Ambrosiano, con il compito di farlo diventare un luogo dove poter sognare, attraverso eventi letterari, teatro e musica. Ci sono anche momenti in cui si può mangiare ed ascoltare, e gli ospiti diventano i protagonisti.

Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas, ha detto che «il Refettorio è un luogo in cui c’è la possibilità di essere accompagnati a ripartire». Ha un esempio concreto?

Gli ospiti sono inviati al Refettorio dalla Caritas e con essa fanno un percorso per prendersi davvero sul serio e rimettersi in piedi. Un uomo povero è venuto da me, e piangendo mi ha detto: «Oggi sono ritornato a lavorare. Non ne potevo più di buttare via le ore, mi sembrava di aver perso il senso della vita».

Che cosa la presenza del Refettorio ha portato nel quartiere?

Sono contento perché col Refettorio stiamo vivendo il Vangelo attraverso l’amicizia, la pace, l’ascolto e l’attenzione. E questo accade non solo per gli utenti, ma anche per gli abitanti. Qui operano 90 volontari, credenti e non, di ogni ordine e grado: single, anziani, coppie di sposi, giovani, manager, operai. Il Refettorio è capace di parlare una lingua universale.

Che cosa si augura per il futuro?

Questo è già futuro. C’è una bellissima canzone di Pierangelo Sequeri che dice: «Oggi è già domani». L’oggi della Fede è già Paradiso.