Romano Bignozzi, construction advisor di Expo, ha coordinato l’intero lavoro di realizzazione del cantiere dei record. Ecco come racconta la sua esperienza e commenta il meritatissimo Ambrogino d’oro.

Signor Bignozzi, lei parla del “romanticismo del lavoro”. È un’idea molto bella. Potrebbe spiegarmela meglio?

È il lavoro che ti prende. È come una fidanzata. Bisogna innamorarsene. Capire le sue esigenze. Occorre ottenere tutto ciò che serve a livello di tranquillità e nel rapporto con gli operai. Creando un ambiente sereno. Quando c’è stata la lettera degli operai al dottor Sala, quella in cui mi ringraziavano, è stato per questo. S’era creata un’amicizia con tremila persone. Eravamo diventati quasi fratelli. Vedendo i miei capelli bianchi ascoltavano i miei consigli. E non solo per il lavoro. Ma per esempio per i loro problemi con i figli. Se i figli non trovavano un’occupazione, oppure non avevano voglia di studiare. Se vieni preso così dal lavoro, non puoi più liberartene.

Immagino che il suo lavoro in Expo sia stato un po’ come essere il capitano di una squadra. Parliamo dell’etica e della dedizione quotidiane necessarie a questo grande impegno. Com’era una sua giornata tipo?

Organizzavo il lavoro settimanalmente. Preparavo un programma durante il fine settimana, con un ragionamento su carta, fissando gli obiettivi da raggiungere. Così potevo assicurare alla direzione di Expo che i lavori procedevano con una logica. Se qualcosa non andava bene chiedevo aiuto “a chi comandava più di Bignozzi”: sono stato molto aiutato dal dottor Sala. Ogni giorno andavo ai cantieri non più tardi delle 7.30. Mangiavo là, ci restavo fino alle otto di sera. A volte anche la domenica. Avevo l’aiuto dei colleghi, naturalmente e anche dell’ufficio stampa.

A proposito, quanto ha pesato il generale clima di scetticismo che ha circondato i lavori?

Non poco. Tutti i giorni arrivavano giornalisti, la Rai. Siamo stati sotto tiro. In tanti dicevano che non potevamo farcela. Ognuno di noi, del resto, vive con un’ansia nascosta. Una volta la settimana facevo un report per tenere tutto sotto controllo. Negli ultimi mesi avevamo ottomila-novemila operai. Ventotto milioni e mezzo di carpenteria; quattro volte la Torre Eiffel. E tutto in un anno e mezzo. Il nostro ufficio stampa ci sosteneva. Quando c’è stata la cerimonia di apertura un giornalista mi ha chiesto: “Ora è contento?” e io ho risposto: “Scusate se ce l’abbiamo fatta.” Il dott. Sala è stato un grande condottiero. È riuscito a fare una squadra. Venendo da società grandi io a volte lo tranquillizzavo: “Se il condottiero è presente va tutto bene”. Anche il detto recita: “Bisogna fare le cose con il tempo che si ha”. Per questo bisognava sempre scrivere ciò che restava da fare, darsi obiettivi settimana per settimana.

Il terremoto in Nepal e la solidarietà degli operai degli altri padiglioni hanno commosso il mondo. Com’è stato vedere da vicino tutto questo? Ne ha un ricordo particolare?

È stata una cosa tragica. Avevamo quindici nepalesi. Alcuni avevano perso genitori, fratelli e non potevano raggiungere subito la zona. In una settimana abbiamo organizzato i loro viaggi di rientro a casa. Avevano preparato le parti in legno del padiglione, alcune le avevano intagliate sul posto. Noi le abbiamo montate per loro. Expo ha dimostrato questa grande solidarietà. Io mi ricordo almeno 2-3 giorni fissi per il Nepal. Sa, per aprire un padiglione ci vuole il permesso di tutti. Dai Vigili del fuoco alla sicurezza. Expo non è stata uno scherzo. Abbiamo costruito una città intera dove c’erano un prato con i parcheggi della fiera e tre fossi che, se pioveva un po’, allagavano tutto.

E l’Ambrogino d’oro?

Ci sono momenti che non so neanche se me lo merito. Poi però, rileggendo il mio curriculum mi rendo conto che lavoro da 50 anni. E per Milano ho lavorato 20 anni: 14 ai lotti della metro e del passante e 6 in Expo. Lo svincolo Forlanini, l’alta velocità Milano- Bologna. Sono milanese ma ho viaggiato. Ho passato 8-9 anni in Sud-America. Ho ‘allevato tanta gente’, ragazzi che oggi hanno cinquant’anni. E ho avuto sempre una grande passione per il mio lavoro. Ecco: questo è Romano Bignozzi, nato nel 1937.