Il dossier immigrazione è uno dei più discussi nell’agenda politica italiana, e a preoccupare nelle ultime settimane è stato soprattutto il “caso Tunisia”, con il moltiplicarsi delle partenze verso Lampedusa. “Oggi abbiamo un enorme problema legato alla stabilità e al possibile default del Paese”, segnalava la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riferendosi alla grave crisi economica e politica che sta attraversando la Tunisia. Lo ha detto all’esito della due giorni del Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles la settimana scorsa, un vertice in cui, su insistenza dell’Italia, si è tornati a parlare di immigrazione.

A mancare nel dibattito, però, potrebbe essere anche in questo caso la complessità: “In Italia si è fatta subito una facile correlazione tra l’aumento delle partenze dalla Tunisia e la crisi economica. In realtà – precisa Arianna Poletti, giornalista freelance che vive e lavora in Tunisia, occupandosi di Maghreb per la stampa italiana e francofona – , pur essendoci sempre stata una connessione tra i due aspetti, questa volta il fenomeno migratorio non è dovuto immediatamente alla grave inflazione”.

“Molto spesso, a finire nella rete dei trafficanti – commenta Paola Pace dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), a partire sono persone che potrebbero partire regolarmente, per esempio attraverso la procedura del ricongiungimento familiare. Solo che i tempi sono molto lunghi e i processi complicati e in tanti casi mancano informazioni”.

Ma quello che è successo nelle ultime settimane è che a partire sono tanti subsahariani: un fenomeno dovuto al peggioramento delle loro condizioni di vita. Il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, il presidente della Repubblica Kais Saied ha pronunciato parole feroci, accusando la popolazione subshariana presente sul territorio di “violenza, crimini e atti inaccettabili” e ha parlato di “un piano criminale per cambiare la composizione demografica, per la sostituzione etnica della Tunisia”.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. “A partire da quel momento – racconta Poletti – si è scatenata un’ondata di aggressioni ai danni delle persone di colore che vivono in Tunisia e, nel corso del tempo, la situazione si è fatta sempre più tesa: i subsahariani sono stati accusati di rubare il lavoro alla popolazione locale; si sono verificati veri e propri rastrellamenti, attacchi fisici e intimidazioni soprattutto nei quartieri popolari, dove le condizioni di vita sono più difficili. Tante persone hanno perso il lavoro e la casa. L’insieme di questi fattori ha accelerato la fuga: essere neri in Tunisia oggi è molto pericoloso”.

Le partenze dalla Tunisia, dunque, sono in molti casi obbligate, e alla questione degli abusi e degli attacchi rivolti alla comunità subsahariana, si sommano le notizie relative ad arresti che riguardano attivisti, giornalisti ed esponenti politici: “La Tunisia è sempre stato un Paese attraversato da un grande fermento, quando qualcosa non funziona si scende in piazza per protestare, ma da un po’ di tempo il clima è diverso”. Le manifestazioni non si annullano da un giorno all’altro, perché la repressione del dissenso è qualcosa che si costruisce lentamente: “Quello che succede qui è che gradualmente si è iniziato a percepire l’aumento dei controlli. Le persone continuano a scendere in piazza ma, rispetto a prima, i limiti sono più stringenti, e molto spesso le accuse che vengono rivolte a chi organizza le proteste non sono chiare, si tratta di contestazioni sommarie”. La lista di coloro che vogliono lasciare la Tunisia si allunga, le persone non si sentono più al sicuro e alla paura si sommano l’incertezza e la precarietà di un Paese che assiste al peggioramento della situazione economica e politica senza riuscire a scorgere una via d’uscita, dato che il governo non ha intrapreso alcuna azione significativa per risolvere la crisi e si prepara a varare nuove misure di austerità per garantirsi un nuovo prestito dal Fondo Monetario Internazionale. “Un tunisino, se ha la fortuna di avere un lavoro stabile, guadagna in media circa 600 dinari che sono 200 euro e oggi un chilo di patate costa 2 euro”, osserva Arianna Poletti, facendo riferimento all’aumento della speculazione, con la conseguente impennata dei prezzi di prima necessità che nel frattempo scompaiono dagli scaffali del supermercato.

I riflettori sono accesi e, conclude Paola Pace, “la comunità internazionale sta iniziando a capire che la questione migratoria non è un problema, ma un fenomeno da affrontare con un approccio strutturale condiviso. Le difficoltà possono essere affrontate, si possono creare canali di transito regolari e semplificare le procedure, dipende tutto dalla volontà” .