Da mesi si dibatte sulla modifica della Costituzione. Non si tratta di una riforma organica, ma di un quesito che coinvolge solo tre articoli: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?». La scelta è tra il Sì e il No. «Si vota per un referendum popolare confermativo, che non necessita di un quorum: la validità è indifferente alla partecipazione popolare e il risultato è sempre efficace», spiega Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all’università Luigi Bocconi di Milano. «Se i Sì, cioè i pareri positivi alla revisione, fossero maggiori dei No, la proposta di revisione costituzionale verrebbe approvata e la legge di revisione costituzione entrerebbe in vigore nella legislatura successiva. Ma se i voti favorevoli fossero uguali o inferiori a quelli contrari, la proposta sarebbe respinta».

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Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all’università Luigi Bocconi

Promotore della riforma costituzionale il Movimento Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa. Un iter di approvazione caratterizzato da forti spaccature, con il voto favorevole ( mantenuto per tutte le votazioni) del partito alleato di Governo nel Conte I, la Lega, e la contrarietà del centro sinistra, all’opposizione nelle prime tre votazioni. Poi il cambiamento degli equilibri, con la crisi di Governo, il passaggio del Movimento all’alleanza con il Partito Democratico e gli effetti del mutamento dello schieramento governativo riflessi sulla votazione in Parlamento. «La quarta e ultima deliberazione alla Camera è avvenuta con una maggioranza superiore ai 2/3, proporzione per la quale la Costituzione stessa, all’art. 138, non consente di convocare il referendum. Non lo stesso si è verificato al Senato, aprendosi dunque quel periodo di tre mesi che consente di chiedere un referendum popolare, strumento in mano alle minoranze parlamentari non d’accordo con la revisione della Costituzione». La richiesta, firmata da 71 senatori e depositata il 10 gennaio 2020, avrebbe dovuto dare luogo al referendum del 29 marzo. Ma la pandemia ha imposto il rinvio.

Cosa prevede la riforma 

“Taglio dei parlamentari” significa ridurre il numero di deputati e senatori: da 630 a 400 e da 315 a 200. «Non sempre la Costituzione ha previsto un numero fisso dei membri delle due Camere: la versione originaria del testo costituzionale li commisurava alla popolazione, stabilendo un rapporto di 1 a 80mila per i deputati e 1 a 200mila per i senatori», precisa il professore. È la legge costituzionale 2 del 1963 a cristallizzarne il numero. Ma c’è di più. «La revisione della Costituzione sottoposta a referendum prevede anche la riduzione di circa un terzo di deputati e senatori eletti all’estero e modifica il numero minimo di senatori per regione o provincia autonoma: da sette a tre, tranne il caso del Molise e della Valle D’Aosta, con rispettivamente due e un eletto. Ulteriore modifica è quella dei senatori di nomina presidenziale, una modifica di certo meno significativa e anche meno discussa». 

In gioco non ci sono solo numeri e tecnicismi. La riforma determina numerosi effetti secondari, coinvolgendo vari aspetti: dalla finanza pubblica alla rappresentanza, dall’efficienza del Parlamento alla legge elettorale. «Esiste di certo una ragione di natura economica, determinata dal risparmio che la riduzione del numero dei parlamenti avrebbe sul bilancio pubblico. La quantificazione approssimativa è di circa sessanta milioni di euro all’anno. Comparati alla spesa pubblica italiana, che supera gli 800mld annui, forse non si tratta di un risparmio significativo. Anche se in valore assoluto di certo lo è», commenta il professore Zecca. Punto ulteriore è il rapporto esistente tra governo e parlamento e l’esercizio della funzione legislativa. «È un dato fattuale che una gran parte dell’attività normativa sia diretta dal governo, che attraverso la decretazione di urgenza o fonti di rango secondario monopolizza l’azione del parlamento condizionandone i lavori. Chi sostiene il sì, considera che, data questa tendenza ad accentrare l’agenda legislativa nelle mani del governo, molti parlamentari non servirebbero, svolgendo un ruolo secondario dal punto di vista normativo». Una visione limitata per chi sostiene il No, e che non considera il ruolo di controllo e ispettivo che il Parlamento svolge. «Pensare al parlamento solo come organo deputato alla produzione legislativa è di certo riduttivo. Una riduzione  dei parlamenti significherebbe anche una maggiore riduzione del potere di controllo e un allargamento del potere del governo, in senso indiretto».

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Di chi è l’iniziativa delle leggi approvate dal 2008 a oggi, Openpolis

Ed è qui che si colloca il concetto di rappresentanza. «Diminuendo il numero dei parlamenti significherebbe per ciascun deputato e senatore, se la riforma passasse, rappresentare un numero più alto di cittadini rispetto a oggi: da 95mila a 151mila nel primo caso e da 190mila a 300mila nel secondo. Per effetto della riduzione del numero di senatori e dell’abbassamento del numero minimo di senatori per regione, più della metà delle regioni italiani avrebbero sei o meno senatori». Altro punto riguarda il funzionamento dell’organo. Come accade alla Camera, anche al Senato una gran parte del lavoro viene svolta non in Assemblea integrale, ma nelle singoli commissioni e nelle giunte. «È un lavoro istruttorio molto importante. Considerando che ciascun organo ha un certo numero di rappresentanti, che tutti i gruppi devono essere rappresentati in tutte le commissioni e che all’interno delle commissioni deve essere mantenuto un equilibrio che riproduca la consistenza numerica dei gruppi in aula, ridurre a duecento il numero dei senatori potrebbe creare qualche difficoltà di adattamento e funzionamento del parlamento». E già da ora si parla infatti di una modifica dei regolamenti di Camera e Senato.

«L’associazione con la legge elettorale attuale, per un terzo maggioritaria – continua il professore – rischia di avere un forte effetto selettivo “ipermaggioritario”, che potrebbe consentire a una maggioranza abbastanza coesa sul territorio nazionale di superare, pur ottenendo una percentuale inferiore al 50% dei voti, quel quorum di 2/3 dei seggi richiesto per modificare la costituzione in autonomia e senza possibilità di ricorrere al referendum. Un altro effetto collaterale potrebbe essere l’indebolimento dell’incentivo al compromesso che sta alla base dei quorum rafforzati nell’elezione dei membri della Corte Costituzionale e di quelli laici del CSM, spettanti al Parlamento. Quorum elevati che simboleggiano la necessità di  giungere a un punto di incontro perché si eleggono figure di garanzia». Ma inciderebbe anche sull’elezione del presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ciascuna regione (a esclusione della Valle d’Aosta, che ne ha uno). Una percentuale che passerebbe dal 6% al 9%. E ipotizzando una maggioranza delle regioni guidata da una sola forza politica che guida il Paese, l’aumentato numero dei delegati inciderebbe in modo significativo nell’elezione del capo dello Stato.

Se per comprendere la prospettiva nazionale sia necessario riferirsi a come funzioni negli altri Stati Europei, lo spiega il professore. Che suggerisce di procedere con cautela. «Nel paragone possiamo rifarci a forme di governo diverse, come accade in Francia, o a forme di governo affini, come la Spagna e la Gran Bretagna, differenti però nella forma istituzionale. La comparazione è sensata se ci si riferisce alle camere basse degli altri paesi: se la riforma passasse, l’Italia avrebbe 0,7 rappresentanti per 100mila abitanti, diventando il Paese europeo con il rapporto più basso. Se invece si vuole considerare anche la camera alta, cioè il senato, vedremmo per esempio che in Francia il numero di senatori è superiore a quello previsto dalla nostra Costituzione e che in Gran Bretagna la Camera dei Lord hanno molti più componenti del Senato italiano. Ragionare sui numeri è senza dubbio corretto, ma solo se è utile per potere affrontare il tema del rapporto numerico tra rappresentanti e rappresentati con maggiore chiarezza».