«Faccio una premessa: se venisse approvata la riforma, chiunque entrasse in un’aula di tribunale, non vedrebbe cambiamenti. Quello che muterebbe, seppur certamente non subito, sarebbe la cultura del processo» così risponde Valentina Stella, esperta di politica giudiziaria per Il Dubbio News alla domanda se il tanto discusso disegno di legge Nordio apporterà degli stravolgimenti per la gente comune. Del resto, al di là dei dibattiti, riaccesi dalla decisione dell’Associazione Nazionale Magistrati di scioperare il 27 febbraio e di attuare azioni di protesta durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, avvenuta il 25 gennaio scorso, proprio questo è l’interrogativo che interessa alla stragrande maggioranza degli italiani. La constatazione che la riforma, in particolare con l’introduzione della separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero, cambierà la cultura del processo, sembra l’unico punto di accordo tra le varie voci che si sono sollevate in materia. Ciò su cui divergono è, invece, lo scenario che si prospetterà.
Da una parte, i partiti della maggioranza e gli avvocati, in particolare l’Unione Camere Penali, che ha anche pubblicato una nota di critica alla decisione dell’Anm di scioperare, ritengono che la riforma potrebbe rendere il processo più equo e il giudice più imparziale. Del resto, da una trentina di anni l’associazione dei penalisti ribadisce la necessità di introdurre una netta e incontrovertibile scissione tra la magistratura giudicante e requirente, sostenendo che soltanto in questo modo si potrebbe avere una piena realizzazione del processo accusatorio, introdotto nel nostro sistema con l’entrata in vigore nel 1989 del codice penale “Pisapia-Vassalli”. Se prima di questa data il modello scelto era l’inquisitorio, dominato dall’unica figura di un “giudice inquisitore” o “giudice accusatore”, ora il sistema si basa invece sul contraddittorio tra due parti dinnanzi a un organo terzo e imparziale. Già nel 2017 l’Unione Camere penali aveva cercato di portare avanti questo progetto con la raccolta di 72mila firme per il deposito di una proposta di riforma costituzionale sul punto: «Con un po’ di orgoglio associativo posso dire che il nostro progetto è stato ripreso integralmente prima da altre forze politiche e poi dalla stessa maggioranza, per cui ci riteniamo un po’ gli autori o quantomeno i promotori di questa iniziativa, che potrebbe aggiustare l’assetto della magistratura in modo da realizzare una, seppur tardiva, piena attuazione del modello accusatorio» spiega il presidente Francesco Petrelli. In concreto, questa riforma sarebbe positiva per i cittadini perché gli garantirebbe un giudice più imparziale e dunque un processo più equo, perché, come afferma Petrelli, «il giudice in quanto arbitro non può indossare la maglia di una delle due squadre e quindi non può vivere all’interno della medesima organizzazione del pubblico ministero». In altri termini, a detta dei penalisti, il giudice diverrebbe più equidistante dalle parti, anche perché l’appartenenza a un ordine diverso renderebbe i suoi avanzamenti di carriera svincolati dalle valutazioni dei pubblici ministeri (e viceversa), e dunque avrebbe meno condizionamenti nel suo agire. «Secondo i suoi sostenitori, con l’entrata in vigore del testo, il cittadino avrebbe più possibilità di non finire in misura cautelare, di non arrivare a processo, di essere assolto», spiega Stella.
Dall’altro lato, le opposizioni e l’Associazione Nazionale Magistrati, che nonostante le varie correnti che contiene è rimasta compatta sul tema, hanno sollevato aspre critiche al progetto del Guardasigilli, additandolo come un attacco al delicato equilibrio tra poteri adottato dalla nostra Costituzione, senza alcun beneficio per la gente comune. «In realtà non si tratta di una riforma della giustizia, al contrario di come viene presentata e sbandierata, ma piuttosto di un attacco all’assetto tra poteri voluto dalla nostra Costituzione, che è nata con fatica, sangue, rinunce e compromessi, e proprio alla Carta fondamentale noi ci appelliamo – commenta Angela Arbore, componente della Giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati -. Non arreca alcun beneficio per il cittadino, che è il vero assente di questa riforma, anche perché il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente avviene statisticamente in percentuale bassissima». Secondo i magistrati, come ribadito dal presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, il vero intento del disegno di legge è quello di “piantare la bandierina” e mettere in crisi il rapporto tra poteri dello Stato. «Ciò che ci dispiace è che questo avvenga da parte di un ex magistrato, per lo più pubblico ministero» aggiunge Arbore.
In questo marasma, ciò che si rischia è uno scontro tra poteri dello Stato che possa in qualche modo inficiare sull’operato di ciascuno di loro oppure che possa delegittimarlo.
Proprio questa è una delle accuse avanzate dai penalisti rispetto alla decisione dei magistrati di scioperare: «Dinnanzi a una riforma costituzionale il sindacato delle toghe ha innanzitutto mostrato un atteggiamento di chiusura totale a qualsiasi trattativa e, in secondo luogo, ha scelto la prospettiva di uno scontro frontale e radicale, non solo con il governo, ma anche con il Parlamento, violando quel fondamentale principio di separazione che sta alla base di qualsiasi Stato democratico e liberale» è la critica di Petrelli. Sempre a detta dei penalisti, un atteggiamento del genere non sarebbe poi privo di conseguenze: «Una condotta del genere lede l’immagine stessa della magistratura e la legittimazione della sua attività: forme di protesta così radicali ed eclatanti fanno venir meno la doverosa sobrietà e l’immagine di imparzialità che dovrebbero caratterizzare questo ruolo del giudice e fanno gioco a chi ha sempre accusato i giudici di politicizzazione – aggiunge il presidente -. Queste criticità era del resto stata evidenziata già da una parte della magistratura durante le assemblee, ma alla fine è andata in minoranza e si è preferito optare per una polarizzazione dello scontro».
Come osservato da Stella, questo contrasto è «forse ancora più forte di quello che avvenne ai tempi dei Governi Berlusconi». Da una parte, ci sono le sentenze sgradite al governo e alla maggioranza, che diventano quasi immediatamente oggetto di interrogazioni parlamentari o di richieste ispettive, nonché di accuse di voler far opposizione: «ne sono un esempio le decisioni assunte sul trattato Italia-Albania, dove diversi magistrati, non appartenenti solo alle correnti delle cosiddette toghe rosse, non hanno convalidato i trattenimenti dei migranti nei centri albanesi» ricorda la giornalista. Dall’altra parte, sorgono accuse di politicizzazione e “dossieraggi” fatti sulle vite private di alcuni magistrati, come nel caso della giudice Apostolico, “presa di mira” per aver disapplicato il decreto Cutro da parte del ministro Salvini, che ne pubblicò un video che la ritraeva a una manifestazione per far sbarcare i migranti dalla nave Diciotti. In tutto questo non bisogna però dimenticarsi che l’espressione di una propria posizione in un contesto estraneo all’ambiente lavorativo non necessariamente inficia il proprio operato giudiziario, come ricorda anche Stella attraverso una citazione dell’ex presidente Anm Edmondo Bruti Liberati: «I magistrati, come tutti i cittadini hanno le loro idee politiche, verosimilmente alle ultime elezioni, come la popolazione generale, si saranno nel voto divisi più o meno a metà tra le forze della attuale maggioranza e quelle dell’opposizione. Poi nell’esercizio delle loro funzioni applicano la legge».