Sono 3,1 miliardiÈ questo il numero di bambine, ragazze e donne che vivono in Paesi dove i loro diritti non vengono garantiti. Lo riporta la 13° edizione del Report InDifesa 2024, realizzato da Terre des Hommes, oganizzazione non governativa fondata da Edmond Kaiser e impegnata nella tutela dell’infanzia dal 1960. Quando si pensa alla disuguaglianza di genere, vengono in mente contesti come l’Afghanistan e l’Iran, ma la verità è che – anche se in misura diversa – tutti i Paesi hanno ancora molta strada da percorrere.Che si tratti di violenza di genere, cultura patriarcale, possesso e controllo fisico del corpo femminile, disuguaglianza sociale o segregazione di genere,  i dati – anche se in molti casi parziali – parlano chiaro. Nell’ultimo report, i numeri registrati – anche se in alcuni casi in calo - restano impressionanti.

I temi – supportati da dati consistenti – che il report di Terre des Hommes ha affrontato sono svariati: dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni forzati, dalle gravidanze precoci agli “strumenti di emancipazioni” volti a combattere la violenza di genere. Anna Bianchi, responsabile della comunicazione dell’organizzazione, ci spiega come nasce il report e quali sfide si pone, dopo essere giunto alla sua 13esima edizione.

«A livello globale – si legge nel documento – “oltre 230 milioni di ragazze e di donne sono sopravvissute alle mutilazioni genitali femminili ma ne subiscono le conseguenze. Lo scrive Unicef che denuncia come, nonostante gli sforzi compiuti per sradicare questa pratica, in termini assoluti il numero di vittime delle MGF sia aumentato di circa 30 milioni rispetto al 2016, anno dell’ultimo report globale sul tema da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite». La pratica – evidenzia Bianchi – può essere definita come tradizionale – non tanto religiosa quanto piuttosto culturale – di determinati gruppi che abitano maggiormente Paesi del continente africano. «In Africa infatti, vivono circa 144 milioni di ragazze e di donne sopravvissute alla pratica dell’MGF, mentre 80 milioni vivono in Asia e circa sei milioni in Medio Oriente».

La mutilazione genitale è una gravissima forma di violenza di genere – prosegue Bianchi – inanzitutto perchè viene praticata solo sulle donne e poi perchè ha come obiettivo quello di mantenere il controllo sul corpo femminile sin dalla tenera età. «Nella metà dei casi – registrati – infatti, viene praticata nelle prime settimane di vita o comunque entro i cinque anni. Questo avviene soprattutto in Paesi come Yemen, Mauritania, Nigeria e Senegal. A Gibuti, in Guinea, in Sudan e in Somalia le bambine solitamente subiscono il “taglio” tra i cinque e i nove anni».

Fare un bilancio completo sui risultati ottenuti nel corso dei decenni – grazie alla presenza delle comiunità locali, alla volontà dei governi, alla sensibilizzazione delle organizzazioni governative e non e agli investimenti volti a combattere tale pratica - è però ancora complicato. In molti Paesi dove è tradizionalmente diffusa la mutilazione, nuove generazioni di madri hanno scelto di rinnegare questa pratica, anche grazie al supporto scolastico. Oggi infatti, la percentuale di adolescenti nella fascia di età compresa tra i 15 e i 19 anni che hanno subito il “taglio” è minore a quella di trent’anni fa.

«Un Paese in cui i progressi sono particolarmente evidenti in tal senso è il Burkina Faso dove, dagli anni Novanta a oggi, la percentuale di ragazze tra i 15 e i 19 anni con una mutilazione è passata dall’82% al 39%». A metà luglio inoltre, il Gambia – ricorda Bianchi – ha respinto una proposta di legge che avrebbe annullato il divieto, introdotto nel 2015, di praticare le MGF. Dall’altro lato della medaglia, però, ci sono contesti in cui non è stato registrato alcun miglioramento, come in Somalia. Stime generali riportate da InDifesa, evidenziano come ancora «oggi il 99% delle ragazze e delle donne somale tra i 15 e i 49 anni sia mutilata. Non solo: in più di quattro casi su dieci si tratta di donne e ragazze vittime di infibulazione, la forma più violenta e devastante di mutilazione genitale».

In vista degli elementi raccolti quindi, l’eliminazione totale della pratica – prevista dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile – non è realizzabile in un lasso di tempo così ridotto. È innegabile che siano stati fatti passi avanti ma, per raggiungere questo obiettivo “il tasso di declino dovrebbe essere 27 volte più veloce”, scrive Unicef. Inoltre – prosegue Bianchi – negli ultimi anni abbiamo assistito, per ragioni puramente pratiche, ad un rallentamento dei finanziamenti per il contrasto a questa forma di violenza, soprattutto a seguito del Covid.

Strettamente legate alla necessità di esercitare controllo sul corpo delle donne, altri due temi di grande rilevanza riportati nel documento sono: matrimoni forzati e gravidanze precoci. «Circa la metà delle spose bambine vive nei Paesi dell’Asia meridionale (45%) e il 20% in quelli dell’Africa sub sahariana. In termini assoluti, l’India è il Paese in cui vive il numero più elevato di spose bambine al mondo (oltre 200 milioni), seguito da Bangladesh, Cina, Indonesia e Nigeria».

Anche in questo caso, di tanto in tanto, si registrano importanti passi avanti – come è il caso della Colombia che lo scorso mese ha imposto il divieto ai matrimoni forzati – ma i provvedimenti presi dai governi a livello globale sono ancora troppo limitati. «Parliamo di vittime di 10-11 anni – prosegue Bianchi – che vengono costrette a sposare uomini con il triplo dei loro anni, in un età in cui le giovani avrebbero invece bisogno di essere tutelate e protette dalle loro famiglie. Questo comporta delle conseguenze devastanti sia a livello psichico che fisico perchè sposarsi significa dover dare alla luce figli quanto prima». Il corpo di una bambina di 11 anni non è preparato ad una gravidanza. «Le adolescenti incinte infatti, hanno maggiori probabilità di andar incontro a complicazioni come la preeclampsia e le emorragie, due condizioni che sono tra le principali cause di mortalità materna», scrive il Fondo delle Nazioni Unite sulla popolazione (Unfpa).

In questo scenario, «alti tassi i povertà e abbandono scolastico, conflitti e disastri climatici con i loro impatti a lungo termine, possono aumentare i fattori di rischio che incidono negativamente sulla probabilità che una bambina venga costretta alla mutilazione, al matrimonio e alla gravidanza precoce» , si legge nel report Global Girlhood Report 2023: Girls at the Centre of the Storm. Nell’ultimo anno, segnato dal moltiplicarsi dei conflitti, la violenza sessuale su donne e bambine è stata spesso utilizzata come arma di guerra e questo genera delle conseguenze sociali devastanti. «Già nel 2022 il numero di bambine, ragazze e donne che vivono in Paesi interessati da conflitti armati ha raggiunto i 614 milioni, il 50% in più rispetto al 2017». Questa stima, contenuta nell’ultima edizione del rapporto su Donne, Pace e Sicurezza del Segretario generale delle Nazioni Unite, purtroppo deve essere rivista al rialzo, soprattutto se considerati i conflitti in corso in Medio Oriente, Sudan e Ucraina.

Alla nostra domanda in merito al ruolo e agli obiettivi  dell’organizzazioneTerre des Hommes, Bianchi chiarisce: «Per noi è importante intanto proporre dei modelli di intervento che coinvolgano direttamente le vittime per mettere al centro il loro punto di vista, la loro voce. Per generare cambiamento, infatti, riteniamo sia fondamentale partire da coloro che dovranno essere parte del cambiamento. Per questo è fondamentale partire da chi vive nel presente. Siamo alla costante ricerca di nuovi linguaggi affinchè sia possibile costruire una società più inclusiva». Un aspetto che però deve essere tenuto in conto in tal senso, è legato alla mancanza degli strumenti necessari volti a tutelare efficacemente i diritti fondamentali delle giovani donne. Spesso, per esempio,non sono disponibili dati analizzati correttamente o suddivisi per genere e questo dipende in parte dalla mancanza di un’adeguata attenzione politica quindi legata anche al finanziamento di progetti a supporto di attività di prevenzione e tutela giovanile. «In questo senso – conclude il report – il monitoraggio della spesa pubblica e la valutazione di impatto degli investimenti in economia, salute e istruzione nei Paesi, diventano sempre più necessari e devono essere affiancati da politiche volte a costruire percorsi inclusivi e a contrastare le disuguaglianze».

Terre des Hommes opera in tutto il mondo per proteggere i bambini da ogni forma di violenza e abuso, garantendo il diritto all’istruzione e offrendo sostegno in contesti di conflitto ed emergenza. Tra i Paesi interessati dal progetto: Italia, Libia, Siria, Palestina, Libano, Giordania, Iraq, Zimbabwe, Mozambico, India, Bangledesh, Nicaragua, Haiti, Colombia e Perù.