Il giorno precedente a una data significativa come l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, il governo italiano ha preso una decisione innegabilmente dettata da ragioni di opportunità politica: il Consiglio dei Ministri ha dato il “via libera” a un disegno di legge che, tra le altre misure, dovrebbe portare all’introduzione di un autonomo reato di femminicidio punibile con l’ergastolo.

Qualora la norma venisse approvata da Camera e Senato, nel nostro codice penale sarebbe introdotto un nuovo articolo, il 577-bis, che, stando alla formulazione attualmente proposta, prevederebbe quanto segue:

«Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità, è punito con l’ergastolo».

Non che il fenomeno non sia ad oggi punibile: condotte di questo genere sono già incriminate a titolo di “omicidio” dall’articolo 575 del nostro codice penale. Non solo: già adesso è possibile applicare la pena dell’ergastolo in presenza di una delle circostanze considerate “aggravanti” previste dai successivi 576 e 577, tra cui rientrano, tra le altre, la commissione del reato nei confronti dell’ascendente, del discendente, del coniuge anche legalmente separato, dell’altra parte dell’unione civile o della persona stabilmente convivente. Manca, però, un’aggravante per i casi di omicidio nei confronti di una persona a cui si sia o si sia stati legati da una relazione anche se in difetto di convivenza. E neppure la disposizione proposta rimedia a questa lacuna.

Nonostante il femminicidio sia quindi di fatto già punibile esattamente alla stessa maniera, il disegno di legge vorrebbe però introdurre una norma ad hoc che punisca puntualmente i casi di assassinio di una donna “in quanto donna”.

Ovviamente, se finora la prospettiva dell’ergastolo non è in alcun modo servita come deterrente, è facile dubitare che basti inserire una disposizione specifica per disincentivare il fenomeno. Anche perché, come spesso si osserva nel momento in cui si cerca di contrastare un reato aumentandone la pena, se fosse sufficiente aumentare la punizione per contrastare una condotta, basterebbe prevedere l’ergastolo per ogni delitto e cesserebbe di esistere ogni condotta delittuosa. Un inasprimento del regime carcerario non può essere un deterrente efficace, a maggior ragione per reati come quelli di violenza di genere: «Un uomo che vuole fare del male a una donna sicuramente non si preoccupa prima di verificare quali siano le pene a cui va incontro – osserva l’avvocata Francesca Garisto, co-fondatrice dello Studio Lexa e vicepresidente dell’Associazione Casa delle Donne Maltrattate di Milano (CADMI) –. E poi per un femminicidio le pene sono già molto alte e non credo possa fare la differenza parlare di ventiquattro anni piuttosto che di un ergastolo». Sulla stessa linea di pensiero si colloca anche Lorenzo Gasparrini, professore di Filosofia ed Etica e attivista femminista: «Il violento, il manipolatore, il femminicida non si ferma di fronte alla possibilità di una pena. Anzi, nella dinamica che porta a questo tipo di violenza non c’è proprio nella mente di chi la compie la possibilità della deterrenza dovuta al rischio penale». Proprio sulla base di questi ragionamenti alcuni commentatori hanno iniziato ad additare la mossa del governo come “meramente propagandistica”.

Allo stesso tempo, però, è giusto chiedersi se questa scelta, benché strettamente politica, non possa comunque portare a dei risultati positivi, contribuendo a modificare la coscienza sociale e la percezione collettiva del problema. Ora che siamo “a bocce ferme”, in attesa della prosecuzione dell’iter legislativo, è proprio questo l’interrogativo su cui può valere la pena riflettere.

«Utilizzare il termine “femminicidio” è un passo importante dal punto di vista culturale perché in Italia ci sono molte persone che negano che esista il fenomeno di donne uccise in quanto donne – commenta Mariangela Zanni, consigliera nazionale di Di.Re. (Donne in Rete contro la Violenza), una rete nazionale fondata nel 2008 che raccoglie diversi centri antiviolenza italiani impegnati nel supporto e nella tutela delle donne vittime di violenza con lo scopo di combattere la violenza di genere e di offrire alle vittime un sostegno concreto –. Infatti, anche quando andiamo a svolgere i seminari di formazione dobbiamo sempre ricorrere ai dati del Ministero dell’Interno, che mostrano chiaramente che la maggioranza delle donne viene uccisa da parte di partner o ex familiari, mentre gli uomini vengono uccisi per lo più da sconosciuti». Aggiunge Zanni: «L’introduzione della norma, però, non basta: innanzitutto bisognerà vedere quale sarà la sua interpretazione da parte dei tribunali, dato che, spesso, nel momento in cui le donne si affidano alla giustizia, la violenza maschile non viene riconosciuta; inoltre, è necessario che questa questa interpretazione si accompagni alla formazione di chi dovrà applicare la norma stessa».

Proprio questa è la critica più aspra avanzata contro la riforma: la norma si concentra sul fatto compiuto, quando ci si dovrebbe invece focalizzare su “ciò che viene prima”, per cercare di estirpare alla radice la causa che porta a tutta questa violenza.

«Introdurre un reato è un segnale forte, ma non va nella direzione giusta perché bisogna agire non sull’azione già avvenuta, ma sull’aspetto preventivo, educativo. Spesso le persone ricorrono alla violenza perché non sanno come risolvere in altro modo le crisi. Bisognerebbe invece fornire loro strumenti diversi per riequilibrare in altro modo le situazioni critiche – sostiene il professore Gasparrini –. Certamente si tratta di una strada più lunga e complessa, che dà risultati a lungo termine, non spendibili nella prossima campagna elettorale, ed è per questo che la politica non sostiene la via intrapresa dal governo». Anzi, secondo chi lavora a stretto contatto con i centri antiviolenza, come la consigliera Zanni, il governo nega l’importanza dell’aspetto formativo che può aiutare a prevenire il reato: «In realtà, introdurre dei percorsi di studio l’educazione al rispetto, alle differenze, all’affettività sarebbe l’antidoto per migliorare il rapporto tra uomini e donne: infatti, quando noi, nei diversi contesti scolastici o lavorativi in cui svolgiamo i nostri corsi di formazione, induciamo le persone a riflettere sugli stereotipi, i miti, i luoghi comuni, notiamo che si aprono degli spazi di dialogo che producono alcuni piccoli cambiamenti – commenta –. Soltanto in questo modo potrebbe diminuire l’incidenza non soltanto del reato di femminicidio, ma anche della violenza generica sulle donne».

Al riguardo, è poi fondamentale una riflessione ulteriore: per prendere coscienza del problema e cercare di risolverlo, non è necessario uno stravolgimento della vita delle persone. Lo sottolinea, ancora una volta, Lorenzo Gasparrini: «Tanti uomini ma anche tante donne immaginano di dover stravolgere il modo in cui concepiscono le relazioni: ma non è questo che viene chiesto loro. Si tratta di utilizzare altri modelli, altre immagini, altre formule linguistiche. Lo stesso vale anche per i discorsi che facciamo sui nostri corpi, relativi ai criteri di bellezza e di bruttezza, ma anche di salute legata alle nostre dimensioni, alle nostre parti “misurabili”; sono ragionamenti che plasmano l’idea che l’unico modo possibile per avere delle relazioni soddisfacenti sia avere un certo tipo di corpo». Per il docente è importante capire che i concetti di “romanticismo tossico” e “possesso” a cui siamo abituati nel momento in cui parliamo di relazioni, sono in realtà dei “campanelli di allarme” quando appaiono come gli unici modi possibili per concepirle. Il fatto che siano concepiti come lo “standard” inevitabilmente porta con sé molti retaggi culturali, gli stessi che ostacolano le donne che provano a chiedere aiuto. È risaputo che le vittime che confidano di subire qualche vessazione, magari anche da parte dei propri familiari, spesso si trovano messe in dubbio, perché la nostra cultura nasconde ancora il subdolo pensiero che la violenza possa essere giustificata o esser stata anche solo “provocata”. «Molte volte la donna si vede accusata di star esagerando, o di essersela in qualche modo cercata, e questo la disincentiva dal parlarne di nuovo, con il risultato che, anche qualora decidesse poi di procedere legalmente, non avrà alcun testimone in grado di sostenere il suo racconto – nota Mariangela Zanni –. La società deve essere educata a non minimizzare e colpevolizzare,e  i media devono prestare attenzione a come impostano la loro narrazione su questi casi. Inoltre, il personale che gestisce le richieste di aiuto delle donne deve essere adeguatamente formato per aiutare le vittime a decifrare le situazioni tossiche in cui si trovano e a dar loro la forza di uscirne». A maggior ragione, una formazione ulteriore del personale preposto risulterebbe ancor più necessaria con l’entrata in vigore del 577-bis, considerato che la norma incarica il giudice di valutare se effettivamente la vittima sia stata uccisa «in quanto donna e per l’odio determinato dal fatto di essere donna». Posto che, come osserva l’avvocata Garisto, «il rischio è che questa discrezionalità sposti il focus sulle donne e quindi che si scandagli il loro comportamento: come si sono vestite, come hanno parlato, che abitudini sessuali avevano, e così via».

Ad incidere negativamente ci sono anche i tempi della burocrazia italiana: «Spesso le donne vivono per mesi nella paura o sono costrette a nascondersi nelle case-rifugio o in case di emergenza, sradicando da un giorno all’altro sé e i loro figli dalla loro abitazione, dove hanno stanza affetti e amicizie», osserva ancora la consigliera Di.R.E. Ci sono realtà come la procura di Milano che stanno cercando di rimediare in tal senso, triplicando il numero di pubblici ministeri che si occupano di reati di violenza di genere, ma un’eventuale velocizzazione delle indagini non basta, specie quando si viene poi indirizzati per il dibattimento verso alcune sezioni del tribunale che, inspiegabilmente, operano con maggior lentezza, come evidenzia l’avvocata Garisto: «Non è chiaro da cosa dipendano le diverse tempistiche, ma quel che è certo è che i tempi restano disarmanti, salvo che l’imputato sia detenuto: in tal caso, in onore del suo “sacrosanto” diritto ad essere giudicato il prima possibile, allora la definizione del procedimento si velocizza».

Gli eventuali atteggiamenti svalutanti portati avanti da personaggi non debitamente formati e da processi interminabili causano un fenomeno tipicamente definito “vittimizzazione secondaria”, che di fatto è l’ostacolo che scoraggia maggiormente le donne dall’intraprendere un percorso giudiziario. «Purtroppo bisogna aver coraggio per denunciare e non sempre tutte in quel momento hanno la forza perché la vittimizzazione secondaria è un rischio contro il quale bisogna combattere “attrezzate”, con figure capaci. Può diventare fondamentale rivolgersi a centro antiviolenza, a professionisti specializzati, a reti di sostegno», sottolinea la legale.

Dare alle donne la possibilità di ricevere maggiore attenzione e di essere aiutate in tempi più brevi, le incentiverebbe a rivolgersi alla magistratura, più di quanto non facciano adesso. «Secondo i dati attuali solo il 5% delle donne che subisce violenza ricorre a un centro di sostegno: di solito si tratta di situazioni che vanno avanti da cinque o sei anni e che sono state perpetrate da un partner ancora attuale o del loro passato – spiega Zanni –.  Tra queste donne, poi, soltanto una su tre decide di sporgere querela e quindi intraprendere un percorso giudiziario». Tipicamente si tratta di donne tra i 30 e i 50 anni e con figli minorenni, una complessità che aggrava la situazione, dato che nel nostro Paese vige il diritto del minore di continuare ad avere un rapporto con il padre, nonostante possa essere l’autore di violenze sulla madre. Di solito si tratta poi di donne con un reddito medio-basso o disoccupate e, dunque, prive dell’autonomia economica che consentirebbe loro di uscire con più facilità dalla situazione in cui si trovano.

Ad oggi, sembra impossibile rinunciare ai centri antiviolenza. Su questo aspetto, però, non è stato previsto alcun potenziamento: il loro numero è stabile da qualche anno e i finanziamenti nazionali sono unicamente destinati al mantenimento delle strutture già esistenti. I finanziamenti risultano peraltro insufficienti: «Da due anni riceviamo la stessa cifra, 55 milioni, nonostante le richieste siano aumentate. E poi c’è una grande differenza a livello di gestione territoriale, perché lo Stato stanzia i fondi proporzionalmente tra le varie regioni, che decidono poi come destinarli ai centri – spiega la consigliera Di.R.E. –. Ma, se ci sono realtà virtuose come il Veneto che provvedono alla distribuzione dei fondi in un paio di anni, altre sono ben diverse. E poi non c’è omogeneità perché è possibile che si decida di erogare i fondi soltanto verso centri antiviolenza pubblici, oppure verso altri tipi di attività». Al contempo, dai dati sembra emergere una certa carenza di case-rifugio per le quali, però, non è stato istituito alcun fondo speciale. Commenta Zanni: «In realtà, nella finanziaria del 2023 c’era il cosiddetto “tesoretto delle opposizioni” che doveva essere destinato anche all’apertura di nuove case rifugio, ma finora non c’è stato alcun stanziamento. Quei milioni non li abbiamo mai visti».