Oltre un miliardo di animali morti, 113 specie a serio rischio di estinzione, milioni di ettari di vegetazione andati in fumo, più di 6mila edifici distrutti, 100mila sfollati e 33 vittime. È questo, per il momento, il catastrofico bilancio degli incendi che hanno devastato l’Australia negli ultimi mesi. Sebbene se ne stia parlando molto meno in questo periodo, soprattutto sui mezzi d’informazione, la questione dall’altra parte del continente continua a tenere banco e ad allarmare la stragrande maggioranza della popolazione. È vero che le piogge torrenziali degli ultimi giorni hanno portato un po’ di refrigerio in alcune delle zone colpite, ma la situazione è ancora critica e, come ricordano diversi esperti ed enti locali, potrebbe peggiorare di nuovo, a causa dei probabili ed imminenti aumenti di temperatura. Francesca Valdinoci, giornalista italiana per Sbs, vive ormai da 7 anni nel continente “Down Under” e da mesi segue la situazione, in tutte le sue evoluzioni.

Proviamo a fare il punto della situazione a oltre un mese dal picco massimo: cosa succede?

La situazione è naturalmente in continua evoluzione: ad ora sembrerebbero esserci ancora pochi incendi attivi, tenuti tutti sotto controllo, negli Stati del Nuovo Galles del Sud e di Victoria.Le fiamme si sono placate grazie alle copiose piogge delle ultime due settimane, che ora però stanno provocando altri danni a causa di alluvioni e venti forti. Per quanto riguarda vittime e danni causati, si parla di 11 milioni di ettari andati distrutti e di 33 morti, tra cui 4 volontari dei vigili del fuoco.

Gli incendi sono iniziati ai primi di settembre e la situazione è apparsa da subito molto critica, tuttavia dall’altra parte del continente è diventata la notizia del momento solo durante le vacanze di Natale. Per quale ragione la questione è esplosa proprio in quel periodo?

Il picco massimo si è raggiunto tra Natale e Capodanno perché gli incendi hanno riguardato soprattutto la zona Sud-Est del continente, tra il Nuovo Galles del Sud e Victoria che, pur essendo una “rural area”, in quel momento era un punto di collegamento di una serie di località balneari, parchi per campeggi e destinazioni estive.La situazione, che sarebbe stata comunque molto grave e complicata da gestire, si è fatta ancora più complessa in quanto i danni e i disagi creati dagli incendi, oltre ad essere circoscritti in una porzione di territorio davvero ampia, hanno interessato anche tantissime persone, la maggior parte delle quali erano lì solo di passaggio. Inoltre, in quel periodo, il fumo prodotto dai roghi è stato trasportato dal vento verso le grandi città (Sydney e Melbourne in particolare), dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione australiana, pertanto il problema è diventato collettivo e ha avuto di conseguenza più risalto mediatico, anche qui in Australia.

A proposito di media australiani, come è stato trattato il fenomeno sui mezzi d’informazione locali?

La situazione, essendo una tragedia nazionale, è stata trattata da tutti i punti di vista: sono stati raccontati i danni, i disagi causati dalle fiamme, le storie e i drammi delle persone che sono state coinvolte, la polemica politica. Insomma, se n’è parlato un po’ in tutte le salse. L’unica angolatura che forse non è stata presa in considerazione è quella culturale che riguarda la popolazione aborigena:ho avuto la fortuna di intervistare l’operations manager di un’organizzazione no profit che promuove la medicina tradizionale aborigena e mi ha spiegato come queste comunità, in virtù del loro stretto legame con la natura, hanno subìto a seguito degli incendi un grandissimo danno sul piano identitario, oltre ovviamente a quello economico.

Puoi spiegarci più nel dettaglio come il fenomeno degli incendi abbia messo in ginocchio le comunità aborigene?

Stiamo parlando di comunità già di per sé molto a rischio, che vivono in zone remote lontano dalle città. Gli effetti degli incendi, di conseguenza, sono stati ancora più distruttivi, anche perché è sicuramente più complicato far pervenire aiuti a una popolazione così emarginata dal resto della società. Ai danni materiali ed economici però si sono aggiunti quelli culturali ed identitari, che hanno dato il colpo di grazia a un popolo martoriato da secoli di emarginazione e da un colonialismo sfrenato.Nella cultura aborigena la natura ha un ruolo importantissimo: non a caso, per loro, la salute è legata si alla persona, quindi alla parte fisica, mentale, psicologica ed emotiva, ma anche moltissimo all’ambiente che li circonda.Le fiamme hanno distrutto per sempre elementi naturali, piante, alberi e animali che hanno rappresentato per millenni la storia e la cultura aborigena. Alcuni dei luoghi devastati sono infatti legati al ‘dreaming’, ovvero a storie che si tramandano da millenni: quando viene distrutta la terra, quello che ne fa parte, si rompe un legame. Per comprendere meglio questo loro rapporto culturale e identitario con l’ecosistema uso un’analogia suggeritami dall’operations manager che ho intervistato recentemente: ‘È un po’ come se a Roma bruciassero improvvisamente tutte le chiese. Per noi sarebbe un dolore spirituale e culturale incredibile’. È questo il motivo per cui hanno vissuto questa situazione già di per sé tragica come un vero e proprio lutto.

Come è stata gestita l’emergenza dal governo australiano?

Il governo, nella figura del primo ministro Scott Morrison, è stato bersaglio di critiche da parte dei cittadini. Durante le vacanze di Natale, nell’ultima seduta del Parlamento, l’argomento incendi non è stato nemmeno trattato, sebbene la situazione fosse già piuttosto critica. Inoltre il Primo Ministro se n’è andato in vacanza alle Hawaii quando gran parte del Paese era in ginocchio. Questa superficialità, unita al ritardo con cui sono partiti gli interventi, ha fatto divampare la polemica politica: costretto dall’opinione pubblica a rientrare anzitempo dalle vacanze, Morrison si è recato in alcune delle zone più colpite, ricevendo critiche e insulti dagli abitanti del posto che, vivendo lontani dalle grandi città, si sono resi conto di come il governo non li prenda sufficientemente in considerazione. Tuttavia le polemiche maggiori sono sull’atteggiamento scettico, se non addirittura negazionistico, del governo verso la questione dei cambiamenti climatici. Influenzato dalla stampa di Rupert Murdoch e dall’importanza che l’industria mineraria riveste per la crescita economica del Paese, Morrison si è rifiutato di prendere maggiori impegni per la riduzione delle emissioni e il suo ostruzionismo, tra l’altro, ha contribuito al recente fallimento della COP25 di Madrid. Se sul tema della gestione dell’emergenza il presidente ha riconosciuto i suoi errori, sul versante dei cambiamenti climatici invece tutto continua a tacere, nonostante persino il sistema meteorologico nazionale abbia evidenziato il collegamento tra gli incendi e il fenomeno del surriscaldamento globale.

Per quanto riguarda la gestione della situazione, il governo australiano ha inviato l’Australian Defence Force, e ha richiamato 3000 militari riservisti per far fronte all’emergenza. Inoltre, sono arrivati diversi corpi di vigili del fuoco da CanadaMalaysiaNuova ZelandaSingapore e Stati Uniti d’America. Essendo l’Australia un sistema federale, l’emergenza è stata soprattutto coordinata a livello locale, dove le autorità del posto hanno messo a disposizione mezzi, fondi per la ricostruzione e aiuti di ogni tipo, venendo così incontro alle esigenze dei cittadini.Per via dell’ottimo lavoro svolto dai governi locali, in Parlamento si sta vagliando l’ipotesi di uniformare il sistema di gestione delle emergenze; un’altra soluzione che si sta valutando per cercare di essere più pronti in futuro quando ci saranno situazioni di questo tipo, è quella di far diventare i vigili del fuoco un corpo professionale, visto che per adesso si tratta di semplici volontari che mettono a repentaglio la propria vita per salvare il loro Paese.