Gli anni Settanta cominciarono di fatto il giorno in cui Serge Gainsbourg portò in studio Jane Birkin a registrare sospiri e gemiti, indecente tappeto sonoro di Je t’aime… moi non plus. Era il ’69 – année erotique nel titolo di un altro brano dello chansonnier francese – e mancavano pochi giorni alla chiusura di un decennio formidabile, con un altro che andava ad aprirsi, del tutto diverso. Il mondo, o almeno una parte di esso, era stato strappato a fatica alle incombenze di tutti i giorni e una grande quantità di tempo cominciò ad essere impiegata in più piacevoli attività. Dopo secoli di anima, il corpo e i suoi desideri presero la parola e il loro modo di esprimersi, impermeabile a qualsiasi ipocrisia, entrarono dritti al centro della scena.

Un riverbero nel discorso pubblico e privato i cui segni concreti restano in mostra dal 14 febbraio al 25 maggio alla Fabbrica del Vapore sotto il titolo di Sexxx&Pop.Tutto quanto concorse a cambiare, modellare, ridefinire l’immaginario erotico in Italia trova posto qui: fumetti, film, riviste, illustrazioni, fotografie, sex toys trova posto qui: fumetti, film, riviste, illustrazioni, fotografie, sex toys, persino, defilata in un angolo, un’insegna d’altri tempi tolta ormai dal muro: SEX SHOP DI MILANO PIAZZA SEMPIONE 6. Che abbiano chiuso i battenti anche loro per la concorrenza di Amazon?

Dal 14 febbraio al 25 marzo, in Sexxx&Pop trova posto tutto quanto concorse a cambiare, modellare, ridefinire l’immaginario erotico in Italia

Sotto le teche di vetro, copie di Le Ore, Men, il Re Nudo, Il Male – unici punti in comune tra questi giornali quelli di partenza e d’arrivo: un linguaggio liberissimo, spinto, oltraggioso e il conseguente sequestro per oscenità. Per il pubblico omosessuale, la rivista ufficiale del F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) invita già dal titolo a fare coming out e una copia di «Altri libertini» ricorda la «notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro», una per tutte, lasciata su carta da Pier Vittorio Tondelli, cannibale prima dei Cannibali, portato via giovane dall’Aids. Le locandine del cinema ‘’alto’’ (Decameron e I racconti di Canterbury di Pasolini, Blow-up di Antonioni, Ultimo tango a Parigi di Bertolucci) convivono faccia a faccia con quelle del cinema ‘’basso’’. Alla fine del percorso, ecco comparire una perla: uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del Partito dell’Amore, creatura di Riccardo Schicchi, ritratto in foto accanto ad una giunonica Moana Pozzi, che ritroviamo poco sopra, sempre sorridente e sfacciata, ma stavolta a seno nudo, in Piazza Montecitorio per un sit-in di benvenuto nel giorno dell’insediamento di Cicciolina alla Camera dei Deputati – evento memorabile per qualunque libertario.

Passato e presente dialogano felicemente negli spazi della mostra, tradendo l’obiettivo originario di non lasciare spazio all’attualità: spezzoni dai Comizi d’amore si alternano a interviste dello stesso tenore registrate lo scorso anno da Greta Schlaunich per Il tempo delle donne; le tavole di Fumettibrutti, moniker di Yole Signorelli, non sfigurano di fronte a maestri del genere come Andrea Pazienza, Guido Crepax e Milo Manara; gli annunci di «affari amichevoli», «altri desideri», «corpi belli» e «sentieri occulti» colpiscono per il linguaggio obliquo e allusivo, tutto il contrario della raccolta di descrizioni ultra-esplicite usate su Tinder – eppure i loro pannelli si trovano l’uno accanto all’altro.

Però manca più di qualcosa. Uno spazio dedicato alla pubblicità, ad esempio. Prodotto culturale onnipresente, imbevuto di riferimenti al sesso e determinante nella riproduzione di dinamiche di potere e di genere, secondo le ricerche condotte da Erving Goffman, ma capace pure di manifestare grande estro e libertà espressivi – e non serve allontanarsi dall’Italia per trovarne gli esempi. Due su tutte diedero scandalo ai tempi, entrambe con visual ad opera di Oliviero Toscani: nello spot per i Jeans Jesus (1973), un headline ripreso pari pari dal Vangelo («Chi mi ama, mi segua») compariva sovrapposto a un lato b in shorts, sodo, altissimo. «Virginal love» (1992) per United Colors of Benetton mostrava invece l’abbandono appena accennato di un bacio tra un prete e una suora giovani, belli, molto commerciali.

Manca la musica. Benché veicolata da un linguaggio nei casi migliori molto vicino a quello poetico, attraverso cui è impossibile rendere in maniera diretta alcuni temi, la canzone italiana ha da sempre due caratteristiche: primo, è generalmente melodica; secondo, parla generalmente d’amore. Nonostante ciò, grandi interpreti si sono confrontati nei loro brani col sesso e le sue sfaccettature: Battisti, Paoli, Celentano, Dalla, la Nannini e, in maniera meno coperta, gli Squallor e i Diaframma. Non solo: in moltissimi pezzi considerati trash l’argomento è trattato in maniera strabica, provocatoria, non-convenzionale. Allora perché non allestire anche per la musica uno spazio simile a quello dedicato al cinema?

Manca soprattutto l’estero: non che fosse compreso nel pacchetto, ma, del resto, neppure l’attualità lo era. Fa comodo, ormai in qualsiasi campo, considerare l’Italia come un Paese con caratteri talmente precisi e riconoscibili da non assomigliare a nessun altro. Vero solo in parte, perché l’effetto di questa tentazione è quello di non considerare il contesto più ampio e finire per rifugiarsi in orizzonti angusti. Invece, ad essere coinvolto nella rivoluzione sessuale fu l’intero l’Occidente. Sottolineare come i cambiamenti descritti abbiano tratto forza proprio in virtù della capacità della nostra società di aprirsi, di contaminarsi, di non considerarsi un’isola – ma parte a pieno titolo di un mondo in pieno fermento, con tutte le sue suggestioni, gli echi e le dissonanze, provenienti spesso da luoghi fuori dai nostri confini – ecco, questo avrebbe significato rendere un ottimo servizio al visitatore e dare un respiro tutto diverso all’esposizione.