«La Sicilia è l’unica regione d’Italia e tra le poche d’Europa in zona rossa per carenza di risorse idriche», si legge in un comunicato stampa a firma della Regione Siciliana del 9 febbraio scorso in cui veniva dichiarato, per l’intero territorio isolano, «lo stato di calamità naturale da siccità severa», con riferimento soprattutto all’agricoltura e all’allevamento.  

Nei giorni scorsi, si è aggiunto un nuovo comunicato della Regione che ha diramato «lo stato di crisi e di emergenza nel settore idrico potabile fino al 31 dicembre» per sei province su nove: Agrigento, Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo e Trapani. La Regione ha inoltre nominato il dirigente Leonardo Santoro come commissario delegato per fronteggiare l’emergenza idrica. In conseguenza di ciò, i provvedimenti potrebbero essere drastici ancor prima dell’arrivo della stagione estiva: in alcuni Comuni, specie nelle province centro-occidentali, sono già in atto da gennaio razionamenti nella distribuzione dell’acqua potabile.

La carenza di acqua che si sta registrando in Sicilia ha cause molteplici. Innanzitutto, nell’anno appena trascorso, è piovuto molto meno rispetto alla media su lungo periodo: lo conferma il “Report Siccità” della Regione, secondo cui, nel 2023, sono caduti circa 200 mm di pioggia in meno rispetto alla media degli anni 1980-2023, pari a 750 mm. Il dato regionale dello scorso anno – circa 550 mm di pioggia caduta sulla Sicilia – fa del 2023 il quarto anno consecutivo in cui la precipitazione media annuale è al di sotto della soglia. .

Scorrendo il report, balzano agli occhi alcuni dati allarmanti: luglio 2023 è stato un mese praticamente asciutto, mentre ad ottobre si sono registrati appena 5 mm di pioggia. Precipitazioni eccezionali si sono invece registrate in mesi come febbraio e maggio 2023: se da un lato questi fenomeni hanno contribuito ad alzare la quantità di pioggia annuale caduta rispetto al 2022, dall’altro hanno causato danni, specie nell’area sud-orientale dell’isola, a numerosi settori produttivi, tra cui l’agricoltura.

«Ormai è sempre più comune l’alternanza tra siccità e inondazioni», raccontano Flavia e Renata Coppoletta, giovani proprietarie di un’azienda agricola dell’entroterra siciliano che produce e commercia agrumi. «Quest’anno il disagio principale che abbiamo avuto è stata la pezzatura mignon degli agrumi, perché con la povertà di acqua i frutti non sono ingrossati», spiegano. Nonostante la produzione e il relativo commercio – seppur di un prodotto diverso – non si siano fermati, la scarsità idrica attuale getta non poche ombre sul futuro: «Se la situazione dovesse continuare, dovremmo optare per altri tipi di coltivazione. O addirittura, dovremmo riconvertire l’azienda, perché senza acqua l’agricoltura non può esistere». Scenari drastici a parte, Renata – che oltre ad essere un’imprenditrice è anche un’agronoma – prospetta potenziali soluzioni alternative a lungo termine: «Una di queste sarebbe integrare nei giardini già esistenti portinnesti di agrumi più resistenti allo stress idrico. Oppure, utilizzare la pacciamatura, ricoprendo i terreni con strati di materiale che non fanno evaporare l’acqua.  Sono soluzioni che esistono, ma alla portata di aziende che hanno un guadagno che compensa gli ingenti costi di produzione e di gestione che sono stati sostenuti».

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«La situazione è preoccupante da un po’ di anni a causa dei cambiamenti climatici – spiega invece Salvatore Grosso, imprenditore agricolo e vicepresidente della C.I.A. Sicilia orientale – ma quest’anno è drammatica perché da un anno non piove e tutti i comparti sono compromessi, dagli agrumi ai cereali». L’associazione si sta mobilitando in questi giorni per ottenere un confronto con l’Assessore regionale all’agricoltura: «Non basta un commissario all’emergenza – continua Grosso –. Serve un piano strategico regionale urgente per affrontare la situazione, insieme ad una programmazione a medio-lungo termine, che coinvolga le organizzazioni di categoria».

Piove, ma solo sul bagnato, è il caso di dire. In questi giorni, infatti, gli agrumicoltori della Piana di Catania stanno ricevendo esose cartelle esattoriali nei quali i consorzi di bonifica chiedono il saldo delle spese di gestione e manutenzione degli impianti idrici. I problemi denunciati non riguardano soltanto il reperimento dell’acqua. Una volta esaurita quella dei pozzi, gli agricoltori si affidano ai vari consorzi di bonifica dislocati sul territorio, che forniscono l’acqua raccolta perlopiù negli invasi artificiali. Nelle dighe subentrano altri problemi a carattere strutturale: l’ostruzione dei canali, le reti colabrodo, gli elevati costi di elettricità e/o carburanti per il prelievo dell’acqua.

Per le dighe siciliane, il problema principale rimane la disponibilità di acqua. A monitorarne il livello, sono i report mensili a cura dell’Autorità di bacino del distretto idrografico Sicilia. Stando alle rilevazioni per il mese di marzo 2024, preoccupa la situazione di alcuni invasi. Nel Lago Fanaco, nella Sicilia centro-occidentale, la quantità di acqua della diga continua a scendere in maniera preoccupante, attestandosi a poco più di 1 milione e mezzo di metri cubi (su una capacità massima di invaso di circa 20 Mmc). Sempre nel palermitano – ma in territorio di Caccamo –  la disponibilità di acqua della diga Rosamarina si è ridotta di 20 milioni di metri cubi tra marzo 2023 e marzo 2024: la quantità di acqua attuale si attesta oggi sui 21 Mmc, mentre la capacità massima della diga sarebbe di 100 Mmc.

Vista la situazione generale, il Governo Regionale starebbe valutando di ricorrere ad alcune soluzioni alternative: dai dissalatori – già impiegati nell’isola in passato – ad impianti di depurazione delle acque reflue. Nell’attesa, gli occhi di molti siciliani continuano ad essere rivolti al cielo. Sperando che piova.