Una ricorrenza internazionale ma con radici italiane: è il World Radio Day, la Giornata Mondiale della Radio, che ricorre ogni anno come oggi, il 13 febbraio, a ricordare quel 13 febbraio 1946 quando fu trasmessa la prima trasmissione radiofonica dell’Onu. La radici sono tutte italiane perché fu il fisico Guglielmo Marconi a brevettare la radio: era il 5 marzo 1896 ma la scoperta venne ritenuta valida solo quando il segnale riuscì ad arrivare oltreoceano, nel 1907.

Dobbiamo andare avanti di trent’ anni dopo la prima trasmissione radiofonica per assistere alla nascita delle cosiddette radio libere, quelle emittenti radiofoniche che nel 1976 cominciarono ad invadere l’etere segnando la fine del monopolio Rai. E tutto ciò fu reso possibile dalla sentenza n.202 del 28 luglio 1976 della Corte costituzionale che sancì la legittimità delle trasmissioni radiofoniche privare via etere, purché, all’inizio, a diffusione locale. La prima in assoluto fu R.O.N., Radio Onde Nuove, alla quale, dopo Radio Gamma, si aggiunsero R.C.I. (Radio Centro Ispica) e Punto Radio.

Tra queste, particolare declinazione hanno le radio “comunitarie”; secondo la legge Mammì, n.223 del 1990, sono organismi privi di scopo di lucro, gestite da «fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative che abbiano per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso».

Tra queste, particolare declinazione hanno le radio “comunitarie”; secondo la legge Mammì, n.223 del 1990, sono organismi privi di scopo di lucro, gestite da «fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative […] che abbiano per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso».

Attualmente in Italia la maggioranza delle radio comunitarie è di matrice cattolica; c’è poi una parte legata ad altre confessioni e un numero molto ridotto di radio comunitarie di informazione.

Ma non solo. «La radio è lo strumento agile per antonomasia» dice Matilde Casasopra, giornalista di RSI, con lunghissima esperienza radiofonica nell’ideazione dei palinsesti della radio svizzera italiana e della trasmissione di approfondimento Modem. Casasopra ha portato la radio sul web svizzero quando, nel 2020,  ha ideato un progetto per celebrare i primi 45 anni delle radio libere, a partire da radio Ndeke Luka, un’emittente africana, creata dalla fondazione Hirondelle, che ha denunciato il fenomeno dei bambini-soldato. Un altro esempio di radio comunitaria portato a conoscenza del pubblico da RSI è Radio Bleza: nata a Roma negli anni Sessanta dall’idea di alcune donne capoverdiane, ha come obiettivo aiutare le connazionali che, appena arrivate in Italia come collaboratrici domestiche, non conoscono nulla della loro professione in Italia, dal punto di vista legale ed economico. La radio, a trasmissione web, è nata come strumento per divulgare informazioni sui diritti civili ma ora è diventata uno strumento di riferimento anche per le seconde generazioni capoverdiane. Se ci spostiamo in Sud America troviamo invece Radio Namuy Wam, la radio comunitaria degli indigeni Misak, una etnia colombiana, che è stata molto utile alla popolazione locale soprattutto durante la pandemia.

«Oggi la radio festeggia se stessa ma all’interno di un mondo che è cambiato e nel quale resiste ma, se resiste, è solamente perché qualcuno sta pensando di renderla attuale», dice Matilde Casaspra. E non si può che darle ragione.