Domenica 12 febbraio a Milano non piove. Una cattiva notizia, forse, per chi vive perennemente all'”opposizione”. Questo perché, secondo un modo di pensare che risale alle prime votazioni del dopoguerra, a sinistra ci si illudeva che, col cattivo tempo, molti elettori indecisi, ossia le persone poco interessate alla politica o facili alla retorica populista, non avrebbero messo il naso fuori di casa. Oggi le cose sono un po’ diverse e si dovrebbe tifare il contrario, dato che il vero mostro da combattere non sono più i democristiani, ma il crescente astensionismo. I tempi degli slanci ideologici, del fuoco della politica che brucia dentro, sembrano essere irrimediabilmente finiti, e anche chi crede ancora nella partecipazione, chi ci tiene ed è ottimista e non ha mai smesso di ripetere che se non ci si occupa della politica, quella comunque si occuperà di te, sembra essere un po’ demoralizzato. Il problema dell’astensionismo è l’angina pectoris di una democrazia spossata e disillusa. E a chi è contro la personificazione e le metafore, si potrà semplicemente obiettare che il nostro sistema politico rispecchia le istanze dei cittadini che lo abitano. Basterebbe perciò farsi un giro in qualunque città per registrare la generale disillusione della gente: come si dice vox populi, vox Dei.

Degli oltre otto milioni di elettori chiamati alle urne, per rinnovare le amministrazioni in Lombardia, cinque anni fa, si recarono a votare solo il 73% degli aventi diritto. Quest’anno invece si sta verificando un calo delle affluenze. A dire il vero non male, rispetto alle ultime elezioni politiche di settembre 2022 che registrarono una partecipazione ai minimi storici (63,9%). Tutto torna infatti, dato che, come ricordava già Machiavelli, l’interesse umano per le cose della comunità è inversamente proporzionale alla grandezza della comunità stessa. Regola facilmente dimostrabile assistendo ad una qualunque riunione di condominio, in cui ognuno non manca di fare sentire la propria voce perché può verificare direttamente sulla propria pelle le conseguenze delle scelte prese da chi sta al potere. Nel 2018 Fontana sfiorò il 50% dei voti superando di venti punti il candidato del centrosinistra Giorgio Gori (29,1%) mentre Dario Violi del M5s si fermò al 17,4%. Il partito più votato fu la Lega con il 29,6% e 28 consiglieri, seguito dal Pd con il 19,2% e 15 consiglieri, mentre Fratelli d’Italia ottenne il 3,6% e 3 consiglieri.

Nella tornata di quest’anno le urne saranno aperte sia domenica 12 febbraio – dalle 7 alle 23 – che lunedì 13 – dalle 7 alle 15. Sarà eletto presidente della Regione «il candidato che ha conseguito il maggior numero di voti validi in ambito regionale», senza ballottaggio. Già di prima mattina, ieri, hanno votato quattro candidati in corsa per la presidenza della Regione Lombardia. Il governatore uscente Attilio Fontana è andato al suo seggio di Velate, frazione di Varese, dove si è informato sui dati dell’affluenza con gli scrutatori. “Una bellissima giornata per votare”, ha scritto Piefrancesco Majorino su Facebook, dopo aver votato in un’aula dell’istituto Tommaso Grossi in via Colletta a Milano. Letizia Moratti ha votato accompagnata dal figlio Gabriele nella scuola di via della Spiga a Milano: “E’ stata bellissima e intensa questa campagna elettorale. Mi ha permesso di andare in tutta la Lombardia e far sentire che sono vicina a tutti”, ha detto la candidata del Terzo polo. Voterà invece nel pomeriggio a Corsico (Milano) Mara Ghidorzi, candidata di Unione Popolare.

Nonostante la pandemia abbia portato a un incremento momentaneo delle iscrizioni ai partiti, è indubbio che la partecipazione alla vita politica sia diminuita, così come l’identificazione e la fiducia nei confronti dei partiti: tra i giovani, per esempio, quasi una persona su quattro non prende parte alla vita politica. A pesare maggiormente sul dato sono la sfiducia e il mancato legame con i corpi intermedi, come dimostra una ricerca di SWG. Secondo il Rapporto sul benessere equo e sostenibile condotto da Istat, la fiducia dei cittadini italiani nei confronti dei partiti politici è particolarmente bassa, attestandosi ad appena 3,3 punti su un massimo di diec. Secondo un’indagine dell’Istituto Cattaneo, nel 2018 circa il 50% degli astenuti citava come motivazione la sfiducia o il disinteresse verso l’attuale classe politica.

Lo sa bene Alfredo, milanese doc, maestro elementare in pensione che si ricorda quando il seggio ubicato nella scuola elementare Cappellini, in via De Rossi, nella zona 8 di Milano era di gran lunga più gremito già dalla mattina presto. Qualche anno fa, quando la Democrazia Cristiana cedette lo scranno del Pirellone, la Lega andava piuttosto bene pure in città; ora, invece, anche i leghisti più affezionati sono meno convinti. Comunque per molti è sempre un piacere venire a votare alla “Rossi”, specie per chi l’ha frequentata una ventina di anni fa, come Andrea, che quest’anno ha scelto di non assumere l’incarico di scrutatore, ma che comunque è deciso a votare, come sempre.

Per trasformare un’aula in sezione elettorale bastano poche suppellettili. Quei paraventi di tela blu scura, con numerino di carta annesso, che fanno da cabina; quella cassa di cartone grigio scuro e rovinato che è l’urna; i registri, poi, i pacchi di schede, le matite, le penne a sfera e le schede in carta verde riciclata; insomma, il materiale che viene preso in consegna dal presidente al momento della “costituzione” del seggio. Tutto questo e una speciale disposizione degli arredi che si trovano già sul posto rendono una piccola scuola di periferia il luogo dove “avviene” la democrazia. (ma, in un certo senso ,avrebbe dovuto già esserlo anche prima, no?, ndr). In una spaesante divisione – due Ellis Island fatte di banchi e sedioline – avviene il controllo dei documenti a rappresentare l’istituzionalità del momento. Si procede così anacronisticamente in due file, maschi contro femmine, l’atavico scontro che i bambini conoscono molto bene: una conformazione che poi tanto anacronistica non è, specie in quel microcosmo scolastico che già nella sua quotidianità pare un luogo lontano eoni dalla cruda modernità che si respira nel resto della città. Sulla lavagna, c’è una scritta in gesso bianco: votanti 834, 7%, aggiornato alle 11.30.

“Elezioni per noi bambini significava giornata di vacanza – dice Andrea -, perché le operazioni, a volte, si protraevano anche dopo il weekend per lo spoglio e la rimessa in ordine, e il lunedì dopo non si andava a scuola. Da adulti dovrebbe essere ancora una festa: d’altronde, si tratta di uno di quei pochi momenti in cui davvero siamo chiamati in causa per decidere qualcosa del nostro Paese”. Eppure è sempre un po’ strano tornare a scuola per votare, una scuola evacuata della sua anima, ovvero i bambini. In questi momenti passeggiando per i corridoi si ha quella sensazione di straniamento tipica di quando si fa un uso improprio degli spazi. I cartelloni appesi ai muri con i disegni degli studenti per gli altri studenti e i genitori, perdono il proprio significato e paiono vestigia di un’epoca antica.

Gli ambienti solitamente ricchi di vita rimangono nudi, svuotati, coi muri tinti a colori pastello; e gli oggetti più nudi e anonimi ancora, e questi cittadini, lì al tavolo – presidente, segretario e scrutatori – prendono anch’essi l’aria impersonale della loro funzione. Nessuno sembrano più crederci tanto: forse non lo fa che per mettersi in tasca qualche soldino, Marica, 20 anni, scrutatrice nella sezione 1127, con la madre presidente di seggio, appende con cura il manifesto che recita “per la composizione e l’elezione degli organi delle amministrazioni comunali” come fosse un bianco lenzuolo miniato con chiazze d’inchiostro e che puntualmente nessuno legge mai. Lei, malgrado la buona volontà – non si sputa mai sui soldi – è il simbolo, forse, di una generazione perduta; di una scuola che non prepara, ma allontana, che aborre così tanto la politica da sparire proprio quando quest’ultima appare, come in un gioco di specchi. Si spoglia proprio nell’ora più importante per il futuro della collettività: il momento del voto.