“La difficoltà penso sia accettare di invecchiare. Il rischio è che si vedano in giro anziani che passano la giornata giocando a carte. Bisogna arrivare preparati alla pensione”. Edoardo Censi ha 81 anni e non si è fatto cogliere alla sprovvista dall’avanzare dell’età. Venuta l’ora di lasciare il posto di lavoro, ha deciso di impiegare il suo tempo a servizio degli altri. “Ritengo utile fare il volontario perché nella mia vita ho sempre aiutato il prossimo. Il motivo è anche mantenersi giovane e mettere a disposizione le competenze che hai”.
La sua storia si intreccia con quella della cooperativa Lo Specchio, una realtà presente da quasi trent’anni nel quartiere milanese Forlanini, che aiuta i giovani con disabilità psichica a inserirsi nel mondo del lavoro. “I motivi nel mio caso sono due – racconta Edoardo –. Ho un figlio con sindrome di down, Davide, assunto come operaio nella cooperativa; mi hanno chiesto se volessi dare una mano anche io e ho accettato. Poi, la ditta nella quale lavoravo si è resa disponibile a dare del lavoro alla cooperativa”.
Fondata nel 1995, la società cooperativa sociale Lo Specchio nlus impegna i suoi dipendenti nella realizzazione di diversi progetti, con commissioni ordinate da aziende milanesi e dell’hinterland. Tra queste c’è la ditta di cui Edoardo era dipendente, che si occupa di progettare e realizzare impianti semaforici. “La lanterna del semaforo ha degli stampi che vengono venduti con delle viti particolari per fissarli al palo – spiega –. Il primo lavoro era mettere le viti a questi supporti. Avendo lavorato come collaudatore, ho messo a disposizione la mia competenza anche in cooperativa”. Edoardo ha trovato il modo di rendersi utile coniugando la sua esperienza con la volontà di aiutare una realtà a lui molto vicina. “Sono sempre stato appassionato del campo elettrico e il mio lavoro l’ho sempre fatto con passione e lo sto portando avanti anche adesso. Deve essere un’attività professionale, non artigianale, perché il lavoro che viene fatto va in mezzo alla strada e viene utilizzato dagli altri”.
Suo figlio, Davide, ha 49 anni e da circa venti lavora come dipendente allo Specchio. “La cooperativa è stata molto d’aiuto. Le persone con disabilità hanno il problema di trovare il lavoro e stare in mezzo agli altri, perché entrambi gli aspetti sono vita – riflette Edoardo –. L’importante non è tanto trasferire le competenze tecniche, ma il modo di vivere”. Davide ha iniziato a lavorare in cooperativa per quattro ore al giorno. Adesso ne lavora tre. “Generalmente i figli apprendono dai padri, quindi era molto interessato al lavoro. I down hanno un invecchiamento veloce; poi ha avuto la disgrazia di avere un padre che pretendeva (ride, ndr). Ha difficoltà a mettersi in gioco dove ha paura di non farcela, così ha trovato un lavoretto dove mette guarnizioni nelle viti. Non gli costa fatica e non lo impegna”.
Il signor Edoardo ha un figlio down: “Un tempo si diceva: prego il Signore di farmi chiudere gli occhi trenta secondi dopo mio figlio”. Oggi ci sono percorsi che aiutano le persone con la sindrome di down ad essere autonome, grazie a Dio”
Il tema di fondo che muove associazioni e volontari è garantire sempre maggiore autonomia a questi giovani. Le esigenze della famiglia di un ragazzo con sindrome di down sono cambiate rispetto a qualche decennio fa, anche grazie all’aspettativa di vita che si è notevolmente allungata. “Il problema del dopo di noi è nuovo. Un tempo si diceva: che il Signore mi permetta di chiudere gli occhi trenta secondi dopo mio figlio”. Oggi ci sono percorsi che aiutano le persone con sindrome di down ad essere autonome, imparando a stare fuori dalla famiglia, e per i genitori è motivo di sollievo e gratitudine. “Il rischio – sottolinea Edoardo – è però di considerare il figlio come un pacco. Invece deve trovarsi bene, perché i ragazzi rifioriscono anche semplicemente andando nelle comunità-alloggio”. Ci sono realtà come Lo Specchio dove le madri e i padri sono in prima linea nell’accompagnamento dei loro figli in questo percorso: “È chiaro che sono migliorati anche loro come tutti noi. Come me, altri genitori sono multi-tasking. Il tema è complesso: non tutti i ragazzi possono andare a lavorare perché non riescono, quindi i genitori si danno da fare per creare delle attività”. Un altro elemento chiave è l’approccio che le persone hanno nei confronti di coloro che sono in difficoltà: “Ci sono diverse disabilità ed è difficile riuscire a non considerarle, ma dietro alla disabilità c’è una persona che ha gli stessi bisogni di tutti noi. Ora la cooperativa è fondamentale: per chi può, deve essere un trampolino verso il mondo”. Per Edoardo, ma così come per tutti i genitori nella sua stessa situazione, il futuro dei figli è un pensiero ricorrente e su questo tema ritorna ancora: “Come associazione abbiamo fatto una raccolta firme per una proposta di legge perché si riconosca un’indennità di accompagnamento. Se Davide riuscisse ad avere la pensione di reversibilità dei genitori, un domani potrebbe andare in comunità alloggio”.
Questi giorni che precedono il Natale sono vissuti con calore in cooperativa. Vivere la quotidianità a stretto contatto ha permesso di creare una rete sociale, oltre che lavorativa, continuando ad aiutare e a far lavorare anche gli anziani che per scelta o necessità sono a casa da soli. “La cooperativa quando è nata era molto più piccola – interviene Carlo Raffa, coordinatore della onlus –, e i lavori erano molto basati sull’imbustamento. Le persone venivano a dare una mano e per loro era un’attività che le faceva sentire vive”. Oggi, aggiunge Edoardo, “come in tutte le realtà lavorative si fa il pranzo sociale”, ma la festa di Natale si trascorre in casa. “Lo stile di vita della nostra famiglia è sobrio. Mio figlio è ricco perché lavora e ha l’invalidità, ma non abbiamo problemi. Ho anche una figlia 42enne che inizia a farsi carico dei genitori, quindi ci invita lei a fare il pranzo di Natale”.
“Quando si va in pensione il primo periodo è un dramma. Prima sei impegnato nove ore al giorno, improvvisamente non hai più niente da fare”.
L’arrivo della cooperativa nella vita della loro famiglia non ha portato benefici solo a Davide. Anche Edoardo ha saputo cogliere questa nuova opportunità: “Quando si va in pensione il primo periodo è un dramma. Prima sei impegnato nove ore al giorno, ma improvvisamente non hai più niente da fare. Magari frequenti la tua ex ditta e, in base ai rapporti che hai avuto, ti possono dare retta, ma fino a un certo punto. Qualche volta ti fa piacere, ma alla lunga è difficile”. Per questo Edoardo ha deciso di dare il suo contributo: “Per me fare il volontario è trasmettere cultura: mi auto-gaso. La vita, la società, è un puzzle, tutti dobbiamo fare la nostra parte per quello che possiamo, per quello che siamo. Insieme abbiamo trovato la nostra filosofia: vivi la tua vita al meglio che puoi, perché non puoi fare altro”.