Nel cuore della periferia milanese esiste un luogo a portata di comunità. E’ il Villaggio Barona ed è un’oasi incastonata nel quadrante Sud-Ovest di Milano. Al di fuori dei cancelli di questo spazio verde, in cui viene garantita una casa a tutti, le contraddizioni della grande periferia dilagano in un quartiere in trasformazione, stretto tra le colate di cemento dei palazzoni popolari e le vetrate asettiche delle nuove costruzioni del design e della finanza. Eppure, oltre i cancelli del villaggio, si apre un piccolo polmone verde in cui la comunità vive all’insegna della condivisione: di luoghi, esperienze, idee.
Il Villaggio Barona è il primo esempio di housing sociale in Italia. Da più di vent’anni rappresenta un esperimento, riuscito, di appropriazione dei luoghi da parte dei cittadini, di vita realmente comunitaria, in cui gli oltre 80 appartamenti della Fondazione Cassoni vengono dati a famiglie in difficoltà economica e che, al momento, non possono permettersi il carico di un affitto né hanno i requisiti per accedere all’edilizia popolare.
Qui la casa è un diritto di tutti. La scia di difficoltà che ha lasciato la pandemia ha causato un aumento di richieste, tanto che sono oltre 200 le famiglie in attesa, come ricorda il segretario generale della Fondazione Cassoni, Gianluca Nardone. Per questo motivo vengono privilegiate le richieste provenienti da chi è all’inizio di percorsi di studio e lavorativi, oltre a giovani coppie e anziani che vivono in situazioni di fragilità.
La casa tuttavia non viene vista come una proprietà ma come un servizio da garantire a chi si trova momentaneamente in difficoltà, con l’obiettivo di consentire un ricambio degli inquilini in base alle capacità economiche, mutevoli nel tempo.
Gianluca Nardone: «L’housing sociale consiste nell’offerta di alloggi in affitto a un canone calmierato, destinati a un target di popolazione che non riesce a permettersi affitti in città come Milano che ha costi molto alti, né è abbastanza povero da poter avere alloggi di edilizia popolare».
Il villaggio rappresenta un esempio di utilizzo comunitario di uno spazio privato . Sul terreno, appartenente fin dagli anni Cinquanta all’imprenditore Attilio Cassoni, la vecchia riserva di carburanti è stata riqualificata dalla Fondazione che ha preso in eredità lo spirito di beneficenza di Attilio e ha creato un luogo alla portata dei cittadini, in cui sperimentare un nuovo stile di vita, più sostenibile, più lento, e rispettoso della comunità.

«Qui c’era un deposito di idrocarburi che non veniva più utilizzato – ricorda Alberto Tavazzi, punto di rifermento della comunità del Villaggio – e la Fondazione ha deciso di essere non più solo ente benefico ma di convertire le sue risorse in un luogo ospitale per persone con difficoltà economiche e che permettesse loro di avere abitazioni decorose».
Il villaggio rispecchia la cultura del riutilizzo e della riconversione al bene comune. Dell’antica rimessa resta solo un grande cancello lilla, proprio vicino ai nuovi giochi inclusivi, destinati ai bambini disabili e costruiti grazie al contributo degli abitanti. Il parco giochi all’avanguardia rappresenta un punto di incontro tra gli abitanti del villaggio e quelli del quartiere, ed è accessibile a tutti di giorno. La sera, a cancelli chiusi, diventa il cortile privato della comunità. Il suono delle sette note musicali accompagna chi cammina sul selciato colorato dal parco al cuore pulsante della collettività: la piazza . Qui affacciano la libreria, promotrice di iniziative culturali, e il bar, dove trovare, secondo il portiere Genry Restrepo, “il caffè più buono del quartiere”. Intorno alla piazza si trovano una quindicina di negozi, compresi una ciclo-officina e un birrificio.
Nel villaggio trovano ospitalità anche associazioni che si occupano di persone in difficoltà, dai malati di Aids agli affetti da disturbi psichici, e stazioni costruite per aiutare mamme e bambini. La logica di uno stile di vita diverso, più sostenibile e lento, caratterizza le associazioni e i servizi che qui hanno una sede, da Slow Food a Trekking Italia, fino alla serra comunitaria e alla ludoteca. Quando il ritmo frenetico della città si era cristallizzato nello stop brusco e inatteso del lockdown, la vitalità di questa rete sociale si è rivelata fondamentale. La comunità ha risposto con la solidarietà che ha portato alla creazione di Zoobimbi per ospitare i bambini che avevano i genitori in ospedale. La stesse rete si è presa cura degli anziani o degli abitanti più fragili del Villaggio, facendo trovare loro, davanti la porta di casa, buste della spesa e pacchetti di medicinali. «Gli abitanti si sono auto-organizzati – ricorda con orgoglio Alberto – e si sono presi cura di loro stessi vicendevolmente. È stata una bella scoperta: questo è vivere insieme».
Questi luoghi sono diventati punti di riferimento per gli abitanti anche al di fuori del villaggio. La libreria accoglie incontri con scrittori, bambini pronti a trascorrere la notte in libreria, nello spirito di una sorta di campeggio all’insegna delle letture serali . C’è anche un mercatino dei pulcini promosso dagli stessi piccoli lettori fino alle collaborazioni con compagnie teatrali del quartiere come Linguaggi creativi. Lo spirito dello stare insieme aleggia anche tra gli scaffali di Valerio Macchi che ha cambiato vita, abbandonando l’attività di banchiere e abbracciando il mestiere di libraio , proprio perché gli garantiva la possibilità di «creare rete nel territorio». Grazie al coraggio di questo salto Macchi ha creato un polo culturale di riferimento per l’intero quartiere, in una periferia in cui le libreria scarseggiano e alle poche che resistono spetta il compito di trasformarsi in presidi, luoghi di socialità e incontro, in cui avere un rapporto di fiducia con il cliente.
Il libraio: «Le attività per i bambini sono il nostro punto di forza: dal mercatino dei pulcini, in cui i piccoli si scambiano oggetti e libri, alle notti in libreria, in cui vengono a dormire con sacco a pelo e fanno attività qui».
Ad animare il quartiere sono gli abitanti e, come sottolinea la voce appassionata del signor Alberto, «qui ci sono tanti luoghi per un luogo unico. Qui si vive in tanti posti come se fosse un luogo solo». Per comprendere lo spirito del villaggio occorre imbattersi nel sorriso contagioso di Genry Restrepo. L’Italia è la sua casa da più di venti anni e, proprio nel villaggio, nel 2005, il portiere di origine colombiana ha trovato un luogo in cui garantire un’istruzione alla figlia e ha trovato una casa. L’uomo è un inquilino speciale: gestisce la portineria dell’intero edificio e dei numerosi appartamenti. Il suo quartier generale all’ingresso è un continuo scambio di sorrisi, chiacchiere, richieste, ringraziamenti. La risata si fa ancora più contagiosa quando Genry ricorda i momenti di condivisione con gli altri inquilini, i pranzi la domenica su lunghe tavolate in legno, l’anguria in piazza, le chiacchiere sui ballatoi, le riunioni e le feste nella sala comune all’ultimo piano, la sala Cassola. La struttura stessa dell’edificio predispone all’incontro: la tradizione milanese delle case di ringhiera è alla base dei ballatoi bianchi da poco ristrutturati, che diventano una rete che connette le porte delle singole abitazioni, in cui sostare, affacciarsi, condividere . E questo flusso di incontri si ripete per ogni piano fino ad arrivare alla terrazza panoramica, tra l’interno del parquet della sala comune all’esterno del giardino.
Il portiere Genry: «Il Villaggio Barona è un modo per recuperare uno stile di vita più lento e comunitario nella metropoli ed è un’esperienza molto bella».
Questo è un modello di vita realmente sostenibile, inizialmente «conosciuto dagli addetti ai lavori. Solo poi è stato uno dei primi esperimenti sociali per allargare a una comunità più ampia la possibilità di vivere a 360 gradi» ricorda Alberto. Villaggio Barona rappresenta una valida alternativa alla solitudine e all’egoismo della metropoli, ed è destinato ad ingrandirsi ancora, fino a comprendere una struttura sportiva a cielo aperto integrata nel parco, una nuova area per gli eventi e una nuova area cani proprio a fianco del giardino condiviso . E l’obiettivo è quello di far aleggiare questo spirito al di fuori dei cancelli, aperti, del Villaggio, di coinvolgere anche l’intero quartiere, per accorciare le disuguaglianze e diffondere la consapevolezza che solo abbracciando uno stile di vita più aperto verso il prossimo si possa dare il proprio contributo alla collettività.
Il Villaggio è la nota musicale della periferia, il luogo in cui veder realizzata una società più equa, in cui realmente si comprende l’importanza del prendersi cura dell’altro. Da proteggere è lo stesso villaggio, un modello che, secondo Alberto, va «esportato, coltivato, curato. Perché questi progetti vanno seguiti . Come per i rapporti umani, anche per i progetti la cura è la cosa più importante».







