“Ovunque ci sia un bisogno sociale, soprattutto nei confronti dei più fragili, l’Associazione Nazionale degli Alpini interviene con i suoi volontari”. E lo fa dalla fine della Prima guerra mondiale, quando nel 1919 è stata fondata dai reduci del conflitto; pare però che l’obiettivo dell’organizzazione sia stato messo da parte dai membri stessi, quantomeno durante l’adunata ospitata dalla città di Rimini tra il 5 e l’8 maggio. Gli alpini dell’Ana sono stati accusati di atti di violenza e molestie ai danni di più di cinquecento donne al raduno sulla costa romagnola; ad oggi però soltanto una ragazza di 26 anni ha sporto ufficialmente denuncia mentre altre si sono rivolte ad associazioni attive sul territorio come Non Una di Meno.
Per Massimo Cortesi, membro dell’Associazione Nazionale Alpini dal 1991, bisogna fare chiarezza sulle modalità organizzative dell’adunata per avere un punto di vista oggettivo sui fatti: “Un conto è il raduno degli alpini vero e proprio, quindi quello organizzato dall’Associazione Nazionale, tutt’altra cosa è la notte: nella città ospitante l’evento si organizza una festa che non ha una relazione diretta con l’Ana. A questa festa partecipano migliaia di persone non iscritte all’associazione nazionale”. Ormai membro di Ana da più di trent’anni, Massimo ha preso parte a diverse adunate in cui il clima di festa ha spinto i partecipanti non solo a concedersi a qualche bicchiere di vino ma anche a lasciarsi andare ad atteggiamenti molesti: “Può succedere che qualcuno si ubriachi e diventi pesante però il numero di aderenti a questa iniziativa è talmente elevato che l’Ana non può pensare di controllarli tutti, soprattutto se non sono neanche suoi iscritti”.
L’Associazione è quindi consapevole di atteggiamenti riprovevoli e ripetuti da parte di alcuni iscritti ma non vuole che questi episodi sconvenienti possano scalfire la sua reputazione. D’altronde, poco può farci se non avviare una politica di prevenzione e disciplina dei propri associati: “Noi abbiamo un nostro decalogo che invita ad un atteggiamento consono anche in occasione delle adunate – afferma Cortesi – ma non possiamo fare di più; tutte le altre forme di controllo spetterebbero alle forze dell’ordine”. Si potrebbe prevenire il problema esaminando con maggior attenzione il profilo dei candidati ad associarsi ad Ana ma in realtà l’unico requisito richiesto è l’aver prestato servizio militare nel gruppo degli alpini per almeno sessanta giorni; in tal caso, l’Associazione non può non accettare la richiesta d’adesione. Allora bisognerebbe ripensare l’intero sistema a monte, partendo da un cambiamento totale di mentalità: “C’è un grave problema culturale: non degli alpini ma dell’intera società; a Rimini quest’anno si sono verificati altri tre casi di stupro e gli aggressori non appartenevano al nostro gruppo – commenta Cortesi –. Se la comunità ha un’impronta ancora maschilista è difficile pensare che l’Ana sia diversa”. Spesso, però, ci dimentichiamo che il cambiamento, se davvero sperato, da qualche parte deve pur partire, che sia anche da un piccolo gruppo di individui come può essere quello dell’Associazione Nazionale Alpini.
A Rimini si prepara per domani un incontro tra sindaco, cittadinanza e le rappresentanti di “Non una di meno”, l’associazione che ha raccolto le segnalazioni di molestie durante la festa degli Alpini
Ad aver accolto le richieste d’aiuto delle vittime di violenza c’è l’associazione Non Una Di Meno di Rimini. Negli ultimi giorni, l’organizzazione ha raccolto più di 700 segnalazioni: la maggior parte arrivano da donne ma sono molte anche le persone trans o di pelle più scura che hanno subito molestie verbali. “Un bel pot-pourri di machismo, violenza e razzismo”, lo definisce Alice, socia di NUDM. “Abbiamo ricevuto più di 170 testimonianze scritte da parte di persone che ci hanno raccontato il fatto nei dettagli; poi si sono aggiunte 500 dichiarazioni, senza entrare nello specifico”. Negli ultimi giorni, avvocati e avvocate si stanno occupando dei casi: hanno novanta giorni per ricostruire gli eventi e andare in questura. “Aver tirato fuori queste storie, per noi, è già un primo risultato, aldilà del numero delle denunce, perché comunque segnalare questo tipo di molestie, dal catcalling allo stupro, è molto difficile per le vittime”. C’è poi il fatto che nelle questure capiti trovare persone impreparate a raccogliere una testimonianza di questo tipo e il rischio è che gli interrogatori possano diventare una doppia violenza. Ma Alice è positiva e spera che, attraverso l’aiuto dell’associazione, quante più persone possibili si decidano a denunciare.
In risposta alle segnalazioni arrivate già al primo giorno di raduno, NUDM ha creato un gruppo Telegram di autotutela: chiunque si senta in pericolo può chiedere di fare una telefonata fino a quando non è al sicuro. È stato avviato anche un sostegno per la tutela legale che rimarrà attivo per tutto il periodo estivo perché questi casi non sono isolati né sono i primi ad essere stati registrati. Inoltre, gli obiettivi dell’associazione in generale sono trasversali: il lavoro, lo sfruttamento, il diritto alla casa, i centri anti-violenza, la razzializzazione ma anche l’ecologia e lo sfruttamento del territorio, i corpi non conformi, la disabilità. “A livello nazionale Non Una Di Meno si occupa di tante tematiche trasversali che riconducono tutte al problema della società patriarcale in cui siamo immersi.”
Purtroppo non c’è stata collaborazione da parte delle istituzioni. Tutte le segnalazioni sono state raccolte direttamente all’associazione senza l’aiuto delle forze dell’ordine o del comune. “Venerdì 13 maggio siamo andate dal sindaco a consegnargli fisicamente tutte le testimonianze che abbiamo raccolto; gli abbiamo chiesto di fatto delle risposte e di discutere con noi di ciò che è successo in un’assemblea pubblica che si terrà giovedì 19 maggio”. A questo incontro sono invitate tutte le personalità pubbliche ma anche la cittadinanza riminese per discutere di un problema che “non è nato e morto durante la radunata degli alpini, ma che è trasversale alla cultura della società”.L’obiettivo è quindi quello di immaginare e realizzare un’idea di città che tuteli tutti i cittadini e le cittadine, affinché possano sentirsi al sicuro.