Strade deserte, merci bloccate, viveri mancanti, persone rinchiuse nelle proprie case e ormai sull’orlo della disperazione. Non è la descrizione di una qualche città ucraina infestata dalla guerra, ma Shanghai, infestata dal Covid. Proprio nel momento in cui in Europa le restrizioni sembrano scomparire, nella metropoli cinese si sperimenta un rigido lockdown. Per comprendere la reale legittimità di queste misure è necessario uno sguardo ampio, che consideri i dati e li metta a confronto. Per Antonella Viola, immunologa e divulgatrice scientifica dell’Università di Padova, si tratta di due politiche sanitarie a confronto, di fatto incompatibili.
La Cina ha scelto una politica zero-Covid e adesso Shanghai è chiusa da quasi sei settimane. “Misura insostenibile” ha commentato l’Oms: concorda?
Nelle fasi iniziali di una pandemia, quando non ci sono informazioni né farmaci la strada migliore è quella delle restrizioni. E funziona. Poi, però, quando arrivano i vaccini le cose devono cambiare, perché diventa possibile convivere con il virus, mantenere l’economia, le libertà e la socialità. La Cina è stata, come molti Paesi asiatici, molto brava nelle prime fasi della pandemia, perché ha chiuso e isolato il Paese e questo ha permesso di contenere i casi. Lo ha fatto addirittura meglio di noi, perché la mancanza di democrazia facilita l’ingresso nelle vite dei cittadini e la limitazione della loro libertà. Ma rende anche più complesso conquistarsi la loro fiducia: in Paesi con governi così autoritari e poco trasparenti poche persone si sono fidate dei vaccini e questo ha creato delle fasce scoperte, sia a livello geografico che d’età.Da noi, invece, la popolazione si è fidata e c’è stata un’ampia adesione alla campagna vaccinale. E poi i vaccini cinesi sono meno efficaci: sono necessarie tre dosi per raggiungere una protezione paragonabile a quella che noi otteniamo con due.
L’immunologa Antonella Viola: “Sul lungo periodo è stata la strategia occidentale della convivenza a risultare vincente”. Tutto questo ha creato una situazione per cui oggi loro sono più fragili; sul lungo periodo è stata la nostra strategia della convivenza a risultare vincente.
E adesso poco alla volta le restrizioni stanno infatti scomparendo. Ma, a fronte dei dati che riscontriamo ogni giorno, la pandemia si può davvero considerare conclusa?
In questo momento la situazione appare piuttosto stabile: le variazioni quotidiane significano poco e sull’arco della settimana si vede che c’è una lieve diminuzione, ma non così rapida e importante. In Europa sembra esserci una fase di contenimento, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti, che stanno adesso sperimentando una nuova ondata di contagi e decessi. Da noi il virus circola, è molto trasmissibile, e questo spiega il grande numero di casi. Però, grazie alla vaccinazione che, almeno in questa parte del mondo, è pressoché totale, l’impatto sul sistema sanitario è limitato. Anche se 150 morti al giorno è ancora un numero altissimo: vuol dire che non siamo ancora fuori dal problema Covid. E non lo saremo per molto tempo. Il suggerimento che mi sento di dare è di essere prudenti, fare ancora il sacrificio di tenere la mascherina nei luoghi chiusi, soprattutto quando si sta in mezzo a molte persone e a casa si hanno famigliari fragili.
Proprio sul tema mascherine c’è stata una certa confusione: obbligatorie per il privato, solo raccomandate per il pubblico. Ma se la salute è un diritto di tutti, non dovremmo tenere comportamenti coerenti?
Si è trattato di una decisione politica, non scientifica. Il governo ha eliminato l’obbligatorietà e raccomandato l’uso, dopo di che gli accordi tra i sindacati e le varie forze economiche hanno portato a questa contraddizione. Non è stata però la scienza a porsi in maniera ambigua: il Ministero della Salute ha fatto affidamento sul senso di responsabilità dei cittadini, raccomandandone l’utilizzo. Sarebbe stato più coerente mantenere l’obbligo nei luoghi chiusi ancora fino alla metà di giugno. Non è stato così ma quello che è successo dopo è frutto di accordi politici e non di diversi punti di vista scientifici, ovviamente.
Per quanto riguarda invece la gestione comunicativa della pandemia, gli esperti scientifici sembrano scomparsi dai canali di informazione e sono sostituiti da quelli bellici. Emergenza guerra vince su emergenza sanitaria?
“È importante saper distinguere tra consenso e corsa all’audience, che divora e distrugge la qualità dell’informazione. E invece puntare su ciò che essa davvero dovrebbe fare: raccontare quello che accade.” Questo è tipico del giornalismo, almeno di quello italiano: essere monotematico. Come, durante i due anni di pandemia si è parlato troppo e solo di Covid, allo stesso modo adesso l’attenzione è stata polarizzata da un’altra emergenza. In Italia si tende a seguire una sola grande notizia per volta, dimenticando l’approfondimento del resto. Detto questo, i dati, se si vuole, si trovano: sul sito dell’Istituto superiore di sanità, della fondazione GIMBE e tanti altri. È ovvio che l’aver smesso di colpo di parlare di Covid ha come conseguenza il fatto che la popolazione non si stia vaccinando con la quarta dose: è stata trasmessa l’idea che il Covid non è più un’emergenza. Questo è sbagliato: si sarebbe dovuto trovare un equilibrio. L’informazione deve essere puntuale, senza diventare un tormentone. Altrimenti suscita l’effetto contrario e rende le persone insofferenti. È importante saper distinguere tra consenso e corsa all’audience, che divora e distrugge la qualità dell’informazione. E invece puntare su ciò che essa davvero dovrebbe fare: raccontare quello che accade.