Un anno durato un secolo: tanto è passato dalla famosa foto di Narni in cui Nicola Zingaretti posava in compagnia di Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Roberto Speranza, freschi alleati di governo, in occasione della chiusura di una campagna elettorale per le regionali, quella in Umbria, piuttosto sfortunata per il centrosinistra.Eccezion fatta per l’Emilia Romagna – dove pure lo scorso gennaio il governatore uscente Stefano Bonaccini ha tenuto ben alla larga la dirigenza del proprio partito, personalizzando oneri e onori di un confronto da cui alla fine è uscito vincitore – i dem continuano a perdere terreno nei rapporti col territorio, fatto abbastanza strano sia perché ad aver lacerato quel legame, a detta di tutti, era stata la vecchia gestione, sia perché quella nuova non ha per adesso saputo invertire di molto la rotta, pur fondando la propria azione sulla promessa di una rinnovata fiducia tra la sinistra e i suoi luoghi, tra i vertici e la base. Già, la base.

Le elezioni regionali di quest’anno rappresentano il primo serio banco di prova sul piano interno del nuovo corso inaugurato da Zingaretti nel marzo 2019. A complicare lo scenario ci pensa però un referendum costituzionale Le elezioni regionali di quest’anno rappresentano il primo serio banco di prova sul piano interno del nuovo corso inaugurato da Zingaretti nel marzo 2019. A complicare lo scenario ci pensa però un referendum costituzionale, quello sul taglio del numero dei parlamentari, frutto del ritrovato protagonismo di Luigi Di Maio: prima entusiasta sostenitore del patto con la Lega, poi caduto in disgrazia alla fine del governo gialloverde, infine promosso – per venire rimosso – alla Farnesina, l’ex capo politico del Movimento 5 Stelle spera ora di passare all’incasso dei dividendi di un’operazione, la vittoria plebiscitaria del Sì, per cui più di tutti si è speso e in nome della quale ritrovare se non centralità, quantomeno rilevanza. E gli altri? Quanto agli altri, si vedrà.

Dal canto loro, gli altri prendono atto, valutano le prossime mosse, attendono, alla fine un po’ si accodano un po’ no e così accadono stranezze impensabili nell’agone politico di casa nostra, cose possibili da spiegare solo alla luce di qualche capricciosa legge superiore.Per cominciare, succede che gli alleati di governo si presentino separati ovunque eccetto in una delle due regioni in cui, secondo i sondaggi, hanno minori possibilità di vincere in assoluto, mettendo a rischio in questo modo la riconferma o la riuscita delle candidature, tutte di provenienza dem, nelle restanti. Ancora, per non turbare gli equilibri nei rapporti con chi, con tutta probabilità, li farà perdere un po’ ovunque,la direzione nazionale del Pd ha scelto di schierarsi a favore del Sì, dopo attenta analisi e prudente via libera dell’ormai onnipresente Goffredo Bettini, garante del sodalizio tra le varie anime al Nazareno. Senza aver portato a casa, dalla nascita dell’esecutivo, un solo provvedimento di rilievo, accusano i più critici. Non basta: rischiando pure che il banco salti. All’orizzonte, dunque, ecco farsi largo gli spettri di un congresso dove contrarsi – per contare – o un’ipotesi ancora più drastica, un rimpasto col proposito di rimescolare ogni equilibrio nella fila giallorosse.Tuttavia, la posta in palio è assai più ricca: ai risultati delle urne è legata, infatti, la tenuta stessa – nient’affatto scontata – di una maggioranza chiamata a scegliere il prossimo inquilino del Quirinale. Alla luce di ciò è possibile spiegare l’ordine sparso di alcuni tra i padri fondatori del partito: forse disperando ormai di salire al Colle, nomi di peso come Romano Prodi e Walter Veltroni hanno reso pubblica la propria contrarietà alla riforma, mentre altri ambiziosi ancora in gioco come Paolo Gentiloni, Dario Franceschini ed Enrico Letta hanno preferito evitare di attirarsi le antipatie di compagni di strada preziosi – mai e poi mai dimenticare un dato: quello cinque stelle resta ancora il gruppo parlamentare più numeroso. È la proprietà transitiva, bellezza.

Preoccupazioni, interessi e tattiche sconosciuti ai semplici militanti. Nonostante tutto, il Pd continua a mantenere una fitta rete di circoli diffusi un po’ su tutto il territorio nazionale e, caso ancora più singolare e significativo se messo a paragone con le altre formazioni, un sensibile grado di dialettica interna – quando quest’ultima non cade nel più cieco autolesionismo. È lì che occorre andare per sondare gli umori, interpretare i pensieri, comprendere le perplessità e ottenere le risposte dalla pancia di un partito che ha smesso di ragionare di pancia.

Nel corso del tempo il reportage dalla base – meglio se contrariata oppure proprio inferocita contro il segretario di turno – è finito per diventare un genere a se stante, tanto più di frequente proposto quanto più aspri e laceranti si facevano i contrasti interni, molto utile, da un lato, a dare coloritura emotiva intensa alla notizia e, dall’altro, di sicuro effetto per nascondere in piena vista una sempre più marcata disaffezione, un lungo e lento disincanto. Parecchia acqua è passata sotto i ponti da quando, crollato il Muro, il travaglio interiore, durato mesi, dei militanti riguardo la svolta della Bolognina – la paziente opera di autoconvincimento di fronte all’ineluttabilità di non poter più chiamarsi comunisti, un processo in ritardo sui tempi, contraddittorio e per certi versi pure drammatico – venne ripreso per confluire in un film: La cosa, anno domini 1990, regia di Nanni Moretti. Più di recente, basti ricordare l’esperienza altalenante e ad alto tasso di divisività della segreteria Renzi, da prima ancora di concretizzarsi costellata d’interrogativi a grado crescente di difficoltà cui il progressista™ è stato chiamato di volta in volta a rispondere: ma il ragazzo sarà davvero di sinistra? Meglio il nuovo che avanza o l’usato sicuro? E adesso potremo continuare a chiamarci compagni? Ma soprattutto, il 4 dicembre meglio un sì o un no? Per arrivare ad oggi, nel pieno di una fase politica in cui l’opinione degli iscritti non si vede né si sente granché in giro.

A Cavriago, comune di diecimila abitanti alle porte di Reggio Emilia, detta la Piccola Pietroburgo, c’è con incastonato, al centro della piazza intitolata al leader della Rivoluzione d’Ottobre, un busto di Lenin in bronzo proveniente dall’Urss, gentile dono dell’ambasciata sovietica a Roma nonché meta d’ininterrotti pellegrinaggi

Eppure esiste e resiste, in certi posti più di altri. Come a Cavriago, comune di diecimila abitanti alle porte di Reggio Emilia, Piccola Pietroburgo con incastonato, al centro di una sua piazza intitolata al leader della Rivoluzione d’Ottobre, un busto di Lenin in bronzo proveniente dall’Urss, gentile dono dell’ambasciata sovietica a Roma nonché meta d’ininterrotti pellegrinaggi. Qui, a voler credere alle canzoni – spesso bugiarde, sempre in qualche modo indulgenti, ma in questo caso forse no – in alcuni quartieri «il Partito Comunista prendeva il 74% e la Democrazia Cristiana il 6%», ma, a prescindere dall’effettiva forza numerica, il partito era pure molto altro: un’enorme macchina di socializzazione capace di disciplinare persino i comportamenti individuali del suo popolo. Complicato non accorgersi di simili tracce finanche quando si ha a che fare con un giovane come Matteo Franzoni, 30 anni, impiegato commerciale, segretario cittadino del Pd e vicesindaco della cittadina. Invitato a dire la sua, all’inizio indugia: «Giovedì sera abbiamo organizzato in sezione un incontro per discutere in vista del voto, per il ruolo di responsabilità che ricopro preferirei non espormi prima». Ecco spiegato in breve quanto c’è da sapere: il centralismo democratico, la disciplina di partito, l’eredità di una tradizione – merce rara nell’epoca del post-tutto. Arriva poi, però, il momento di esprimersi e non ci si tira certo indietro: «Ad un provvedimento con il quale, grazie ad un colpo di penna, si cancellano tre articoli della Costituzione e si decurta del 30% il numero dei parlamentari non si può votare che No. Se una cura per il nostro Parlamento è necessaria, va cercata nei meccanismi per aumentare la qualità degli eletti e garantire l’accesso alla politica. Uno dei difetti principali della riforma è l’ampliamento dei collegi, che non avrà altro effetto se non quello di aumentare le spese di un’eventuale campagna elettorale per chi voglia candidarsi, riservandone l’esercizio soltanto a chi potrà permettersela». E rincara la dose: «Questo referendum affonda le radici nella demagogia populista e antipolitica dei Cinque stelle, un atteggiamento che ha contribuito ad allontanare i cittadini dalla vita pubblica, mettendone in mostra soltanto gli aspetti negativi e presentandoli come maggioritari». E quando il partito non si smarca, anzi prende parte a questa deriva, cosa si fa? «Un congresso, magari svincolato dall’esigenza di scegliere un nuovo segretario, ma col compito di far emergere una discussione, una linea comune e una serie di priorità da seguire». Chiarezza, preparazione, concretezza: il modello emiliano sta nei dettagli.

Altro luogo caro alla memoria della sinistra italiana è senz’altro Portella della Ginestra, frazione del comune di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.Fino a quando è esistito il Pci, sul pratone della grande valle circondata da massicci rocciosi, dove ora trovano posto bianchissimi monumenti di pietra con scritte in rosso, i militanti siciliani usavano darsi appuntamento ogni 1° maggio, svagandosi fino a sera in una giornata di festa, senza dimenticare di commemorare il sacrificio degli undici braccianti uccisi a fucilate proprio lì, durante un comizio, nel 1947 per mano di una banda di picciotti – la prima strage di mafia del dopoguerra. Tra di loro dev’esserci stato pure, in diverse vesti, Giacomo Cuccia, 70 anni, ex sindaco di Piana per ben due mandati e, fino al mese scorso, segretario del circolo cittadino del Pd con sede nella locale Casa del Popolo. Una voce dallo spiccato accento isolano dichiara e motiva la sua scelta: «Dopo una riflessione complessa, tenendo conto dello scenario politico attuale e di quello possibile in futuro, ho deciso di votare Sì. A preoccuparmi non è tanto la diminuzione del numero dei parlamentari – 400 deputati e 200 senatori sarebbero in grado di rappresentare in maniera più che degna la Nazione –, quanto le conseguenze del voto sulla stabilità del governo e del Paese». L’anziano dirigente si trova quindi d’accordo in linea di massima con la scelta adottata dal partito: «Viste le circostanze, non si poteva fare altrimenti», spiega. Ma non manca di avanzare, con toni sibillini prima e in maniera più esplicita dopo, qualche dubbio sul modo di stare al governo insieme a Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali e Italia Viva: «Andrebbe evitato un nostro vizio tipico, quello di assumerci da soli tutto il peso della responsabilità di fronte agli elettori, perché è un impegno da condividere insieme agli altri. Mi spiego meglio: ho l’impressione che quando chiediamo al governo di fare propria qualche nostra proposta – come l’abolizione dei decreti sicurezza, la firma del Meccanismo Europeo di Stabilità e così via – lo facciamo in modo troppo insicuro, spaventati dalla paura di essere i responsabili della sua caduta. Servirebbe più coraggio». Sul partito la risposta, coma la situazione, è sfumata: «Quando si parla dell’attuale segreteria andrebbe contestualizzato il punto da cui è partita. Dopo le dimissioni di Renzi – pure un buon Presidente del Consiglio – eravamo ai minimi termini: leaderismo esasperato, tesseramenti bloccati, rapporto sfilacciato con i territori. Con Zingaretti la situazione è cambiata, ma bisogna far camminare il partito tra la gente, cosa in cui ad oggi non riusciamo ancora al meglio». Tra molti arabeschi, il governatore del Lazio è promosso con riserva. Per il momento.

Dalla cadenza piemontese mai invadente non si direbbe mai, ma è siciliano di nascita anche Domenico Bulone, 70 anni, ex operaio Fiat allo stabilimento di Rivalta, reparto meccanica, iscritto al circolo Pd di Torino Mirafiori, figlio di meridionali emigrati al Nord durante il miracolo economico: «Sa, a quel tempo era diffuso un certo razzismo verso noialtri, mi ricorda molto quello odierno verso gli extracomunitari. Volevo capirci di più, così ho imparato il dialetto di queste parti, ma sono nato a Licata» racconta, evocando un età lontana, quando Torino era poco meno del cortile intorno alla fabbrica degli Agnelli. Da allora il capoluogo sabaudo è rinato, ma del passato porta ancora addosso i segni: la catena di montaggio, i turni massacranti, l’alienazione operaia, il grigiore squallido dei quartieri popolari, gli scioperi per il salario, i rapporti discontinui col padronato e, ultimo atto, lo spostamento della produzione in altri stabilimenti e quello della sede legale in altri Paesi, lasciando sgomberi spazi presto riadattati all’uso di una metropoli moderna, in futuro più orientata a campare d’immaginario che di materiale – meno officine, più centri congressi. Per tutto il Novecento, però, il punto di contatto avanzato tra lavoro e capitale camminava tra le piazze e le strade costeggiate dai portici di una città austera, illuminista e cosmopolita.Torino ha scandito col proprio ritmo un’intera stagione della nostra storia recente: gli anni Settanta, aperti con l’autunno caldo dei colletti blu e chiusi con la marcia dei quarantamila dei colletti bianchi. Al di là delle date, solo l’elezione a sindaco di Chiara Appendino ha interrotto la successione, durata oltre settant’anni, di giunte rosse all’ombra della Mole. Perciò, passando da qui, si può intuire con precisione quanto e come i legami tra democratici e cinque stelle siano più problematici di quanto appaiano a Palazzo Chigi o a Montecitorio. Non a caso Bulone esordisce con una bordata rivolta ai dipendenti della Casaleggio Associati: «Sono dei qualunquisti», sostiene. Ed è in grado di restituire la sua posizione: «Voterò No in modo convinto. La riforma riduce la rappresentanza e produce un risparmio minimo – il prezzo di un caffè a testa, a quanto si dice –, ma non m’interessa neppure quest’argomento perché sono convinto che la politica abbia un costo e come tale vada sostenuto. Inoltre, con un numero minore di delegati i capi di partito otterranno un controllo ancora maggiore su chi verrà eletto». E traccerà un solco tra rappresentati e rappresentanti destinato a diventare ancora più profondo, ma già esistente anche in casa dem: «La direzione nazionale sta tenendo conto degli accordi sottoscritti quando il partito è tornato al governo, ma i nostri elettori si comporteranno diversamente». Sulla segreteria Zingaretti allarga la braccia: «Sta facendo il possibile, ma in generale il Pd è una creatura incompiuta, molto lontana da quello che ho sempre immaginato: un compromesso alto tra le cultura cattolica e quella socialista, già ipotizzato da Enrico Berlinguer durante il periodo del compromesso storico». E oggi il figlio di questo matrimonio rischia di cedere alle sirene dell’antipolitica? «No, non credo. Nonostante i fatti recenti possano dare l’impressione che stia succedendo, la nostra funzione è diversa. E poi al nostro interno abbiamo ancora uomini con intelligenze di un certo livello» – ennesima stoccata all’indirizzo dei seguaci di Beppe Grillo? Chissà.

Insieme a quelli sopra riportati, avremmo ascoltato volentieri altri pareri nel breve viaggio, alla vigilia dell’evento politico del 2020, trai luoghi nascosti della sinistra – o di quel che ne rimane – in Italia. Saremmo scesi nel Tavoliere, a Cerignola, città natale dello storico leader della Cgil Giuseppe Di Vittorio, per capire dove sia diretta la Puglia in bilico tra una continuità rassicurante non priva di malumori e l’eterno ritorno dell’uguale nella sfida, apertissima, tra Michele Emiliano e Raffaele Fitto. Risalendo, ci saremmo fermati nella periferia del Lazio amministrato da Zingaretti, a Sezze Romano, vecchia roccaforte rossa in terra pontina, teatro – incredibile a dirsi per un borgo così decentrato – di un episodio di violenza politica avvenuto durante gli anni di piombo, ormai dimenticato. I clienti da noi chiamati, però, non erano al momento raggiungibili.Poco male, persino l’irreperibilità al telefono può raccontare qualcosa sullo stato di salute di un partito: se si ignora o si decide di non rispettare un principio di base della comunicazione e dello scambio immateriale con l’altro, evitando di rispondere a chi cerca di mettersi in contatto con noi, dove si pensa di andare a cercare voti?