È stata definita l’ultima dittatura d’Europa. Si tratta del regime di Aleksandr Lukashenko, al potere in Bielorussia fin dal crollo dell’Unione Sovietica. Un’autocrazia vicina alle democrazie dell’Unione Europea che solo recentemente sono tornate a discutere di sanzioni contro il governo di Minsk, come accaduto al fallimentare Consiglio Europeo del 21 settembre. Ma cosa ha suscitato questo nuovo interesse?

Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia dal 1994

Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia dal 1994

Il 9 agosto le elezioni presidenziali hanno visto la riconferma del presidente per un sesto mandato, un risultato che ha innescato numerose proteste che, dalla capitale Minsk, hanno avuto eco in tutto il Paese e anche all’estero. In questa occasione nemmeno la paura della pandemia ha contenuto la rabbia dei manifestanti uniti nel chiedere le dimissioni di Lukashenko. Tutta l’opposizione ha fronteggiato le forze di polizia, dimostrando una determinazione più forte della repressione. Ma queste proteste mostrano una differenza sostanziale con quelle degli anni passati: le donne.

«Essendo un gran maschilista Lukashenko ha sottovalutato il genere femminile, pensando che la donna è solo una casalinga. […] Tutti i suoi avversari o sono in galera o espatriati. Picchiando tutti quegli uomini, Lukashenko ha spinto mogli e madri a scendere nelle strade per difendere i propri mariti e figli» commenta I. A., dottoressa di origine bielorussa da anni residente in Italia. Sono le donne ad aver risvegliato nella popolazione il desiderio di cambiamento, di distacco da un regime che a tratti richiama l’epoca sovietica. Tre donne in particolare hanno cercato di organizzare un’opposizione coordinata alle elezioni presidenziali: Maria Kolesnikova, Veronika Tsepkalo e Svetlana Tichanovskaja.

Le leader della protesta: (da sinistra a destra) Veronika Tsepkalo, Svetlana Tichanovskaja e Maria Kolesnikova

Alle proteste di piazza, Lukashenko ha contrattaccato con la consueta retorica contro l’Occidente, minacciando il ricorso all’esercito (con eventuale supporto da Mosca) e ha adottato il pugno di ferro contro i manifestanti. La pressione del regime si è abbattuta anche sulle tre donne protagoniste della campagna elettorale: Veronika Tsepkalo è fuggita in Russia alla vigilia del voto per evitare l’arresto e raggiungere il marito (anch’egli esule politico), per lo stesso motivo l’11 agosto Svetlana Tichanovskaja (sconfitta alle presidenziali) si è rifugiata a Vilnius in Lituania. Mentre il 7 settembre è stata arrestata Maria Kolesnikova e rinviata a processo con l’accusa di “azioni volte a minare la sicurezza nazionale bielorussa”.

Eppure né le pressioni sulle leader della protesta né l’ondata di scioperi e di arresti anche sommari hanno fermato le manifestazioni all’interno delle quali ancora una volta le donne sono state le protagoniste. Tra queste anche «Nina Bahinskaja […] una signora anziana che scende in strada tutti i giorni con la sua bandiera che spesso le viene sottratta dai militari – racconta la dottoressa. – Molti hanno voluto regalarle una bandiera, ma lei ha sempre rifiutato perché cuce a mano tutte le sue bandiere ». Ma cosa distingue queste proteste rispetto al passato, oltre al ruolo delle donne? Secondo I. A., «Se il 9 agosto Lukashenko avesse lasciato protestare la piazza senza usare violenza brutale, forse queste manifestazioni si sarebbero spente come negli anni passati. La forza che ha utilizzato ha incendiato la testardaggine dei bielorussi». In occasione dell’incontro a Sochi tra Lukashenko e Putin lo scorso 14 settembre per discutere di un prestito da 1,5 miliardi di dollari e di forniture del vaccino russo contro il Covid-19 a Minsk, la Tichanovskaja ha commentato: «Spero che Putin capisca che è Lukashenko, non il nostro popolo, a dover dare questo prestito. Il mio commento è un appello ai cittadini russi: “Cari russi! Le vostre tasse pagheranno le nostre percosse. Siamo sicuri che non lo vorreste”. Ciò può prolungare l’agonia di Lukashenko, ma non può impedire la vittoria del popolo» (dichiarazione pubblicata sul canale Telegram del servizio stampa della Tichanovskaja, Pool First).

Noi amiamo i russi. La maggior parte delle persone in Bielorussia parla il russo» spiega I. A. «Durante l’Unione Sovietica siamo stati anche molto mescolati. Non si può dire che siamo contrari ai russi. È chiaro ch,e senza il  sostegno della Russia, Lukashenko sarebbe finito da tempo. […]Ma i due popoli non si odiano[…]

Dal punto di vista internazionale, le elezioni in Bielorussia sono state criticate o riconosciute come illegittime da Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Unione Europea. Solo 17 Paesi hanno riconosciuto la vittoria di Lukashenko, tra i quali Russia, Cina e Turchia. Nonostante il sostegno russo al regime bielorusso fortemente criticato dall’Occidente, nel Paese il rapporto con la Russia è più complesso. «Noi amiamo i russi. La maggior parte delle persone in Bielorussia parla il russo» spiega I. A. «Durante l’Unione Sovietica siamo stati anche molto mescolati. Non si può dire che siamo contrari ai russi. È chiaro che senza questo sostegno della Russia Lukashenko sarebbe finito da tempo. […]Ma i due popoli non si odiano[…]».

Perseguiti per aver narrato i fatti: i giornalisti

Il mestiere del giornalista è sempre stato difficile in Bielorussia: secondo il 2020 World Press Freedom Index di Reporters Sans Frontières, l’ex repubblica sovietica occupa la 153° posizione su 180 per libertà di stampa. Dall’inizio delle rilevazioni, l’atmosfera di censura e di pressione governativa ha coinvolto tanto i media di Stato quanto quelli indipendenti, senza risparmiare i reporter stranieri tenuti strettamente sotto controllo e limitati nei loro spostamenti. Solo durante i due mesi e mezzo di campagna elettorale, oltre 40 giornalisti sono stati tratti in arresto. Un’escalation tale da spingere più di duecento reporter a rivolgere un appello pubblico al ministro degli interni Yuri Karaev il 21 luglio affinché cessasse ogni persecuzione. Il comunicato, divulgato tramite il canale indipendente Tut.by, richiamava inoltre l’articolo 198 del codice penale che recita: “L’ostacolo alla legittima attività professionale di un giornalista è punibile con un’ammenda, la privazione del diritto di ricoprire determinate posizioni o di svolgere determinate attività, la limitazione della libertà fino a tre anni o la reclusione per lo stesso periodo”.

Tuttavia il giorno delle elezioni gli attacchi a giornalisti locali e stranieri (quelli a cui non era ancora stato ritirato l’accredito) si sono moltiplicati, con anche episodi di arresto per sospetto di brogli e traumi tali richiedere il ricovero in ospedale. Con l’esplodere delle proteste, la possibilità di documentare gli eventi ha raggiunto un livello critico, culminato il 17 agosto scorso con uno sciopero di trecento dipendenti della televisione e della radio di Stato e il licenziamento volontario di altri cento a sostegno dei manifestanti. La risposta del governo è stata la sostituzione di tutti i reporter coinvolti con “specialisti russi”. Nella sola giornata del 29 agosto ben 17 corrispondenti si sono visti ritirare l’accredito in Bielorussia: giornalisti della BBC, Associated Press, Reuters, France Presse, Deutsche Welle, Radio Liberty

Eppure il clima repressivo nel Paese non ha minato lo spirito di cronaca dei giornalisti bielorussi, una forza di volontà galvanizzata dal 25esimo anniversario dalla fondazione dell’Associazione dei Giornalisti Bielorussi (BAJ). Niente festeggiamenti, ma determinazione a non smettere di narrare i fatti perché la battaglia dei manifestanti è anche la battaglia per una stampa più libera.