Se i social media fossero la vita reale, gli hashtag sarebbero, senza dubbio, un momento di incontro e di condivisione di idee.L’emergenza sanitaria mondiale ne ha favorito la nascita e la diffusione, scatenando sul web dei veri e propri trend. Oggi, analizzandoli, è possibile ricostruire quel periodo che il New York Times ha definito un mese perso per gli Stati Uniti d’America.

Da #ChineseVirus a #TrumpVirus

Quando l’epidemia ha iniziato ad insinuarsi negli Stati Uniti, il presidente americano Donald Trump si è scagliato contro le autorità cinesi.Per la prima volta il 16 marzo 2020, Trump sostituì Coronavirus con #ChineseVirus, un hashtag tutt’oggi criticato per la sua accezione razzista. Il presidente sostiene che se le autorità cinesi avessero avvisato per tempo della gravità della diffusione del virus, questo «avrebbe potuto rimanere nell’area della Cina dove era scoppiato- e aggiunge -sicuramente il mondo sta pagando un caro prezzo per questo». Anche se Trump ha più volte sottolineato che il suo fine non fosse razziale, l’Organizzazione Mondiale della Salute ha definito questa frase fortemente stigmatizzante.

IL 16 marzo 2020, Trump sostituì Coronavirus con #Chinesevirus, un hashtag criticato per razzismo.

L’autorità punta il dito sulla Cina, i democratici lo puntano sulla comunicazione del presidente stesso definita dai più troppo ottimista e superficiale: nasce così l’hashtag #TrumpVirus. Se in circostanze migliori si direbbe “Don’t hate the player, hate the game”, in questo caso i democratici scuotono la testa.  Mentre i numeri di contagiati e morti crescevano esponenzialmente, Trump affermava che il rischio rimaneva molto basso per il popolo americano e che gli Stati Uniti avevano tutto sotto controllo. La sottovalutazione dell’emergenza e la mancanza di misure restrittive hanno permesso al virus di diffondersi sempre più, fino a portare gli States al primo posto nel mondo per numero di contagi.La scienza, però, parla chiaro e risponde al nome di Anthony Fauci, consulente scientifico della Casa Bianca che da 36 anni è a capo del più importante istituto di ricerca americano di malattie infettive, il National Institute of Allergy and Infectious Deseases (NIAID). L’immunologo avrebbe smentito pubblicamente in maniera diplomatica le affermazioni del presidente, diventando un punto di riferimento per tutti coloro che prediligono l’evidenza scientifica alla mera propaganda politica.La discussione tra i supporters di Trump e quelli del Dott. Fauci si è fatta sentire forte, chiaro e a suon di hashtag #FauciFraud.

«We cannot let the cure be worse than the problem itself», non possiamo permettere che la cura sia peggio del problema stesso, ha affermato Donald Trump riferendosi alle misure restrittive prese dai paesi europei, e non solo. Secondo il presidente, il blocco totale dell’economia sarebbe deleterio, più di quanto non lo sia il virus stesso. Ed ecco che, nonostante lo scetticismo di Trump, il 21 marzo 2020, l’America ha raggiunto il record per richieste di sussidi di disoccupazione, contandone 3.283.000, come conferma il Dipartimento del Lavoro americano.La delusione dei cittadini è esplosa sui social, dove l’hashatag #JoblessClaims è diventato virale.

Il trend su Twitter parla chiaro, dalla East alla West Coast, gli americani vogliono #Coronavirustruth.

I casi aumentano e non lasciano più spazio alla retorica politica. È tempo di lasciare da parte promesse ottimistiche di un ritorno alla normalità in breve tempo, per fare spazio a una visione più realistica. Lo chiedono i cittadini e lo chiede il mondo.Il trend su Twitter lo dimostra, dalla East alla West Coast, gli americani vogliono #Coronavirustruth.