La sveglia suona alle 5:00. Fuori è ancora buio, fa freddo e la nebbia ricopre tutto il paesaggio.L’autocertificazione è sul tavolo della cucina, compilata e pronta per essere messa in tasca. Alle 5:30 si sale in macchina. La strada non è lunga: il bar dista 10 km da casa di Paolo e Giada. Le strade sono semi deserte, ma meno di quanto ci si aspetterebbe in una zona rossa. Alle 5:45 si arriva a Pero, un comune di circa 11 mila abitanti nella provincia nord-ovest di Milano.

La “Latteria” , infatti, non è un bar del centro, non ha un arredamento chic o il personale con il papillon, ma è un punto di riferimento in paese da ormai 50 anni. Paolo, il titolare, lo ha acquistato nel 2018 subentrando alla storica gestione precedente. Giada, invece, la moglie, ha un altro lavoro che svolge in smartworking e che le permette di aiutare il coniuge al bar per sopperire alla cassa integrazione delle altre dipendenti.

La prima cosa da fare entrando nel locale è accendere il forno. Una volta infornate le brioches, è il momento di accendere le luci, il registratore di cassa, le macchine della ricevitoria, la lava-bicchieri ela tv per ascoltare le notizie del mattino. Quest’ultime andranno riferite meticolosamente ad ogni cliente per colmare la mancanza dei soliti quotidiani letti mentre si beve il caffè.

 

Alle 6:30 il bar è invaso dall’aroma del caffè appena macinato e della prima sfornata. Mentre Giada finisce di decorare le brioches con lo zucchero a velo e  sistemarle nella vetrina espositiva, Paolo è pronto ad alzare la claire.

Fino all’arrivo del primo lockdown, il momento prima dell’apertura rappresentava la calma prima della frenesia della mattinata, dei caffè “al volo” dei lavoratori sempre in ritardo e delle lunghe colazioni con gossip delle sciure. Oggi, invece, quell’adrenalina non c’è più. Dopo pochi minuti dall’apertura, entra il primo cliente che prende un caffè da asporto e qualche minuto di riparo dal freddo nella sua attesa. Bisognerà aspettare almeno un’ora per vedere entrare qualcun altro.

La colazione al bar è un piacere, un piccolo sfizio, per qualcuno un’abitudine irrinunciabile, ma per la maggior parte delle persone, invece, è diventata un gesto sacrificabile in ottica di una prevenzione comune. Le mattine sono diventate interminabili, fatte di lunghe attese intervallate da qualche parola scambiata con i pochi avventori del bar.

 

Il discorso è sempre uno: il Covid-19. I numeri dei contagi, le terapie intensive, lo smartworking, la cassa integrazione sono i temi che dominano le chiacchiere quotidiane. «Lo sai che quel tale è risultato positivo al tampone?». La pandemia ha snaturato il lavoro dei baristi. Stare dietro ad un bancone non significa solo fare caffè e calici di bianco ai propri compaesani, ma è molto di più. Le persone vanno, o meglio andavano, al bar per leggere i giornali, incontrare conoscenti e amici,  riempire le pause con chiacchiere piacevoli, dibattiti sul calcio, qualche gossip e, a volte, anche per cercare uno sfogo con il barista che assumeva le vesti di confidente o psicologo. Non è facile sradicare dalla mente delle persone questa visione del bar. Non è semplice far capire ai clienti abituali, soprattutto quelli diversamente giovani, che oggi non possono più usare il bar come punto di ritrovo o agorà del paese.

Quella che una volta era l’ora dell’aperitivo, la cosiddetta happy hour, ora è diventata il momento della giornata in cui i clienti cercano di ritrovarsi all’esterno del locale. La scusa o scappatoia più gettonata è una passeggiata all’aria aperta nel proprio comune o l’attesa per entrare al bar a comprare bevande d’asporto. Ogni sera infatti, nell’orario di uscita dal lavoro e rientro alle dimore,  poco prima della chiusura alle 18:00, la “Latteria” torna indietro nel tempo. Sembra di essere nel novembre del 2019, quando nelle nostre menti era inimmaginabile che un virus ci potesse costringere ad indossare mascherine e stare distanziati dagli altri, ma soprattutto che ci potesse impedire di andare al bar. Uomini, soprattutto, lavoratori, operai, ma anche pensionati, si fermano nei pressi del locale e, a piccoli gruppi di due o tre, trascorrono un’oretta tra chiacchiere e brindisi in bicchieri di plastica. Il titolare invita insistentemente ad allontanarsi dall’entrata e a non consumare lì nei paraggi, ma forse infondo quello è proprio il momento della giornata che preferisce. Gli insperati clienti gli fanno sempre brillare gli occhi come quando gli vennero consegnate le chiavi del bar.

I controlli dei vigili o dei carabinieri non mancano. Una pattuglia passa due volte al giorno tutti i giorni: poco prima e subito dopo le 18:00, per controllare la regolare chiusura dell’attività. Anch’essi, come il titolare,invitano le persone ad allontanarsi gli uni dagli altri e dal bar, si assicurano che tutti indossino le mascherine e  li esortano ad andare a casa per consumare i proprio acquisti, ma, per il momento, non hanno fatto contravvenzioni. Forse anche le autorità capiscono il significato delle parola “bar”.