Appena entro vengo accolta da un sorriso. Sono tre i ragazzi dietro al bancone di “Istanbul Taxim Uno”, all’angolo di una strada. Non indossano la mascherina, ed essendo primo pomeriggio non sono molto indaffarati. Chiedo una bottiglia d’acqua, e intanto ne approfitto per intavolare una conversazione.
Samuele è il ragazzo che mi ha sorriso per primo. Ha 22 anni e viene dall’Egitto. Il secondo ragazzo, dopo avermi detto il suo nome lungo e impronunciabile, sorride: “Chiamami semplicemente Marco: ho 23 anni”. Marco è originario del Senegal, e vive in Italia da quattro anni. Il terzo ragazzo abbassa spesso lo sguardo, è timido. Ha 26 anni, ed è curdo. Non parla l’italiano: “E’ arrivato in Italia solo da due mesi. Prima era in Svizzera”, racconta Samuele. Mi dice di chiamarlo Hogan, “come le scarpe”. “Ti piacciono, le hai comprate?” gli chiedo. “No no, non le compro”, mi risponde.
Si respira tranquillità in questo locale, a Nord di Chiesa Rossa. Sotto la grossa insegna passano clienti di tutte le età, spesso arrivano anche famiglie. I ragazzi si trovano bene a lavorare lì, ma in futuro “potremmo anche provare a cambiare lavoro”, dice Samuele. Quando chiedo se la pandemia ha peggiorato la situazione e se si trovano più in difficoltà, Marco scuote leggermente la testa. “È più difficile, ma a Milano c’è sempre tanta gente”.
Per Samuele, lavorare in una metropoli “è più difficile, ma a Milano c’è sempre tanta gente”. E questa è cosa buona e giusta
Il loro kebab però non si trova in centro, ma in un quartiere per lo più edilizio e residenziale. “Il centro non mi piace, ci sono troppe persone, qui è più tranquillo” afferma Samuele, mentre inforna una pizza. “E poi abito qui vicino, sono molto comodo”. Samuele lavora qui al kebab da tre mesi, ma è in Italia da dieci anni. La lingua italiana non gli sembra difficile. “Ho cominciato questo lavoro perché volevo provare a cucinare”. Prima ha fatto il barista e, prima ancora, ha lavorato in un negozio di abbigliamento.
Un po’ a disagio, ad un certo punto, Marco chiede: “Perché tutte queste domande?”.I ragazzi prestano attenzione e rispondono sempre, ma allo stesso tempo non smettono di sistemare, di cucinare e di darsi da fare. Sono imbarazzati, non sono abituati a rispondere a così tante domande, eppure sono gentili, si sorridono tra di loro. Alla fine, la bottiglia d’acqua me la regalano. Chiedo se posso fare una foto. “Riprendi lui mentre cucina”, suggerisce Samuele, indicando Hogan che condisce un kebab. Entra un cliente abituale: me ne vado, promettendo di fare loro pubblicità. Salutano e sorridono ancora.