«Ma lei si sente più africano o italiano?», chiede Fabri Fibra. «Afroitaliano, perché sono stufo di sentirmi dire cosa sono e cosa non sono! Sono troppo africano per essere solo italiano, e troppo italiano per essere solo africano». In questo interlude tratto da #Afroitaliano, il primo singolo targato Universal Music di Tommy Kuti – all’anagrafe Tolulope Kuti, classe 1989, nato in Nigeria ma in Italia dall’età di due anni – c’è tutto il messaggio di un giovane che ha ancora un’idea romantica del rap. Cresciuto a Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, ha studiato comunicazione a Cambridge: un percorso un po’ inusuale per un rapper. È proprio in Inghilterra, ci dice, che ha avuto il primo contatto con questo genere: «Avevo quindici anni, ero andato a trovare mio cugino, e lui mi ha fatto scoprire l’hip hop. Da lì ho cominciato ad ascoltare i pezzi rap che andavano oltremanica, e a pensare che volevo portare la stessa cosa in Italia, dove allora non esisteva. Ho cominciato a lanciarmi a tradurre i testi di 50 Cent. Rappavo ovunque, a scuola rispondevo alle interrogazioni in rima». È degli ultimissimi giorni la notizia della sua partecipazione a Pechino Express, l’adventure game di Rai2, che lo riporterà in Africa insieme a Mirko Frezza, con cui formerà il team de “i Poeti”.
Lo incontriamo nell’appartamento che condivide con altri cinque ragazzi nel quartiere Lorenteggio. In cinque su sei hanno la pelle scura, ma tutti parlano un italiano perfetto. Miriam Ayaba, come Tommy, cerca di sfondare nel mondo della musica: ha 6mila follower su Facebook, dove si definisce ‘Trash Queen’. Lorenzo Ferri, invece, è nel team di Trx, la neonata web radio dedicata al rap. Sono le quattro del pomeriggio, e tutti sono riuniti in cucina a mangiare riso con pollo al curry. «Qui in zona vivono tanti colleghi», ci dice Tommy Kuti, «Fred De Palma abita qui vicino, qualche strada più in là invece c’è Highsnob». La sua stanza non passa inosservata: pareti colorate di arancione acceso, due grandi casse professionali e gli “abiti di scena” appesi in bella vista. «Il rap è sincero», esordisce. «Gli artisti che fanno rap esprimono la propria vera visione del mondo. Non è un caso che sia nato nel Bronx e nelle periferie americane più disagiate».«Non c’è solo il rap demenziale, il panorama è più vario che mai»
E il mondo di Tommy Kuti è quello di tanti italiani di seconda generazione, ragazzi che seppur nati e cresciuti nel nostro Paese devono fare i conti con la diffidenza ed il razzismo strisciante. Questa è la molla che lo ha spinto a fare rap, il desiderio di dar voce a un problema ancora sottovalutato. Ma è quasi un unicum nel panorama italiano, dove gli esponenti del genere parlano più volentieri di donne, auto e droga che di povertà, razzismo e discriminazione. «Un po’ mi dispiace di essere l’unico ad affrontare certi temi», confessa, «soprattutto quando penso che questo Paese non è solo il mio, è il Paese di tutti. Mi dispiace che questo problema possa trovare spazio solo nei testi di un rapper di colore. Io non faccio altro che raccontare ciò che vedo tutti i giorni. Mi è capitato di parlarne con altri che fanno il mio mestiere, ma non lo nego, a molti non frega un cazzo».
Nel curriculum di Tommy anche un post su Facebook dedicatogli niente di meno che da Matteo Salvini. Il 24 luglio 2017, in risposta al “rap per lo ius soli” uscito su Repubblica.it (in cui Tommy Kuti rimava “Chiedi a Salvini cosa starebbe a fare se tutta la sua famiglia facesse la fame, e se sapesse che, lui, partendo per quel viaggio mette a posto il suo villaggio”) il leader della Lega scrive: “Al rapper Tommy Kuti dico che chi nel 2017 discrimina in base al colore della pelle è un cretino, ma questo non c’entra nulla con la cittadinanza. Che non si regala in modo automatico, ma si desidera e di conquista. #NoIusSoli”. Sotto, la ridda selvaggia dei commenti: “Devono capire che qui sono ospiti e non padroni”, “Non li vogliamo punto e basta, abbiamo le palle piene”, addirittura “Fatemi il nome di uno scienziato nero che abbia fatto qualcosa per l’umanità”. «Evidentemente Salvini ha ritenuto che tra i problemi dell’Italia ci fosse Tommy Kuti», ride lui, ricordando l’episodio.«La verità è che gli italiani sono sempre stati appassionati di trash»
Gli chiediamo la sua opinione sulla trap, il “rap di nuova generazione” che spopola tra i giovanissimi. Un rap svuotato di contenuto, che si nutre del grottesco e del caricaturale. Sfera Ebbasta, Bello Figo, Young Signorino. «La verità è che gli italiani hanno sempre avuto un debole per il trash», ride il rapper. «Veniamo da vent’anni di tv spazzatura, già quand’ero piccolo non si vedeva altro che donne nude, ostentazione del potere, misoginia. La superficialità sta in tutta la cultura di massa italiana, la trap non fa altro che dar voce a una situazione sociale che già esiste. La gente, nel 2018, è superficiale». È innegabile, però, che questa evoluzione – o involuzione, a seconda dei punti di vista – dell’hip hop l’abbia reso molto più popolare e mainstream. «Io sono contento di questo», dice Tommy. «Quando vedi i ragazzini di dodici anni che impazziscono per Ghali, Sfera Ebbasta, Bello Figo o anche per me, non ti può che fare piacere. È bello che il genere che faccio sia diventato popolare e importante. E poi non c’è solo il rap demenziale: il panorama è più vario che mai, tanti artisti in giro producono cose interessanti. Non sarei così negativo».