Le fake news sono come le accuse di favoritismo alla Juventus: ciclicamente si torna a parlarne. È notizia recente che in Francia i deputati stanno discutendo due testi di legge contro “la manipolazione dell’informazione”. A proporli è stato République en marche, il partito del presidente Emmanuel Macron. In Francia si sta discutendo una legge contro le fake news su proposta di République en marche, il partito del presidente Macron Ha subito manifestato la propria contrarietà il Rassemblement National, nuovo nome del Front National di Marine Le Pen, ma non è l’unica formazione politica a nutrire perplessità. Christian Jacob, capogruppo dei Repubblicani alla camera, teme si possa giungere alla creazione di “una polizia del pensiero”, mentre Jean-Luc Mélenchon, leader del partito della sinistra radicale La France Insoumise, vede in quei testi di legge un “grossolano tentativo di controllare l’informazione”.
A opporsi è anche il Sindacato nazionale dei giornalisti francesi. Tra quanti operano nel mondo dei media francesi è diffuso il timore di possibili abusi che darebbero vita a vere e proprie forme di censura, senza contare che, a detta di molti, è già possibile limitare i danni connessi alla libertà d’informazione grazie alla legge sulla stampa del 1881 che punisce la diffamazione. Critica è anche l’ong Reporters sans frontières che considera il testo di legge come “inefficace, potenzialmente pericoloso, in quanto potrebbe portare alla censura”.
La Francia non è un caso isolato, ma segue un trend diffuso in tutto il mondo che ha visto la Germania come capofila nel legiferare sulla questione. Anche in Italia era stata proposta una legge ad hoc, il ddl Gambaro, poi caduto nel vuoto, mentre è stata attuata una misura considerata da molti controversa: il cosiddetto “red button” per segnalare le bufale alla Polizia postale durante l’ultima campagna elettorale. Su questa iniziativa, avviata il 18 gennaio dal ministro Marco Minniti, si era espresso anche David Kaye, relatore speciale sulla promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione ed espressione per le Nazioni Unite. L’uomo, lo scorso 21 marzo, si era detto preoccupato circa il fatto che il “bottone rosso” della Polizia postale contro la diffusione delle “fake news” potesse essere “incompatibile con le norme della legge internazionale dei diritti umani”.
La pensa allo stesso modo anche Bruno Saetta, avvocato e blogger che da anni si occupa di diritto applicato alle nuove tecnologie: «La Polizia postale e le autorità in genere non devono occuparsi delle opinioni dei cittadini, perché c’è il rischio di abuso da parte di un governo, che potrebbe finire per stabilire una sorta di verità ufficiale dello Stato. Questo è estremamente pericoloso in una democrazia, perché c’è il rischio di intervenire sul dissenso, su chi è contrario all’operato del governo, per esempio per quanto riguarda la questione della Tav».
Saetta sottolinea come il problema delle bufale non sia una novità degli ultimi anni e non abbia riguardato solo internet: Bruno Saetta: «Si cerca in questo periodo di strumentalizzare le fake news per altri fini, tipo arrivare a una sorta di regolamentazione più stringente per controllare l’informazione»«Anche i giornali hanno sempre utilizzato forme di fake news, per esempio articoli con titoli altisonanti, ma anche delle vere e proprie notizie false, come le famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. È chiaro che internet, avendo una maggiore semplicità di utilizzo e una maggiore capacità di diffusione, può enfatizzare il problema, però la questione è che si cerca in questo periodo di strumentalizzare le fake news per altri fini, tipo arrivare a una sorta di regolamentazione più stringente per controllare l’informazione».
L’avvocato vede in certe norme la volontà di tacitare il dissenso: «I vecchi mass media erano dei media ad accesso controllato, ossia solo poche persone potevano accedere al mezzo. Con internet invece abbiamo una modifica enorme della situazione: chiunque può andare sul web e dire quello che vuole tramite il social network oppure creandosi un sito. Internet è in assoluto il primo mezzo di comunicazione che consente una attuazione effettiva e non solo potenziale della libertà di manifestazione del pensiero. Quindi sorge un problema per i governi che hanno sostanzialmente perso la capacità di controllare l’informazione».
Saetta non nega gli effetti collaterali connessi all’immensa libertà concessa dal web: «Internet nasce senza alcuna regolamentazione e questo può creare tutta una serie di problemi, perché è più facile chiaramente determinare dei danni ad altre persone, quindi una violazione dei diritti, come la diffamazione». Trovare soluzioni per limitare questi danni appare un’ardua impresa: «Il problema del controllo di internet è che è proprio tecnicamente difficile, perché non è un media ad accesso controllato, chiunque può accedervi, e soprattutto è frammentato tramite una serie di reti e di piattaforme».
Per ovviare al problema quello che gli Stati stanno facendo è intervenire con leggi statali vere e proprie, così come accaduto in Germania, oppure intervenire con degli accordi con le aziende private, delegando il controllo e la regolamentazione delle fake news alle piattaforme del web. Nel secondo caso prima si realizza una sorta di monopolio tra le aziende che operano in internet, poi si concedono a queste piattaforme poteri di censura in modo da avere un controllo dell’informazione online. La creazione di monopoli avviene, a detta dell’avvocato, attraverso tutta una serie di regolamentazioni che finiscono per essere degli oneri burocratici assai costosi per le piattaforme, tanto da diventare una barriera all’ingresso di nuovi concorrenti sul mercato: «Faccio un esempio molto semplice: youtube ha un sistema di filtraggio dei contenuti che costa un sacco di soldi, parlo del software Content ID. Ora, è chiaro che se qualcuno volesse creare un concorrente di youtube dovrebbe innanzitutto investire una bella somma di denaro per creare un Content ID o qualcosa di simile, poi dovrebbe avere una marea di avvocati che si occupano di copyright e una marea di controlli per altre questioni».
Saetta ricorda come esista già tutta una serie di leggi per limitare i danni connessi all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero: Saetta ricorda come esista già tutta una serie di leggi per limitare i danni connessi all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero «Possiamo avere una diffamazione, una concorrenza sleale, possiamo avere aggiotaggio e turbativa del mercato, pubblicazione di notizie false che vanno a turbare l’ordine pubblico, sarebbe il 656 del codice penale, oppure si può andare in sede civile per verificare la responsabilità per atti che provocano un danno, quindi 2043 del codice civile. Gli strumenti giuridici ci sono nel momento in cui qualcuno subisce effettivamente un danno». Insomma nei casi più seri è possibile adire le vie legali, ma, avverte l’avvocato, “il problema sorge nel momento in cui si vuole intervenire su questioni che non sono di una certa gravità, perché fondamentalmente se noi parliamo di fake news siamo in un campo grigio, non sono veri e propri reati, molto spesso si accomunano bufale a notizie satiriche e cose del genere, ma quello è libertà di espressione”. Esiste quindi, a giudizio di Saetta, un problema nell’identificare chiaramente quali siano le fake news perché “nella maggior parte dei casi non è che sono notizie completamente false, ma sono opinioni su delle questioni per le quali è difficile dire qual è la parte falsa e qual è la parte vera”. È chiaro che, se è un organo statale o un’azienda privata a stabilire cosa è fake news e cosa non lo è, c’è la possibilità di abusi: «Un governo potrebbe decidere, un po’ come avviene negli Stati autoritari, che tutto quello che è dissenso è fake news».
Oltre al ricorso alle leggi penali e civili nel caso di grave danno dovuto alla diffusione di notizie false, si possono mettere in atto altre soluzioni per contrastare il fenomeno delle fake news: «Innanzitutto occorre promuovere l’alfabetizzazione informatica, nel senso di insegnare alle persone a stare in maniera più produttiva su internet, a utilizzarlo meglio, così chi cerca informazioni sul web si rende subito conto se una notizia è falsa». Saetta ritiene sia altrettanto importante incentivare il pluralismo delle fonti, ossia consentire che ci siano più notizie, più voci all’interno del sistema digitale, appunto perché internet è un mezzo di comunicazione estremamente pervasivo che consente a tutti quanti di partecipare al dibattito pubblico: «Se io ho due idee e due persone che dibattono su queste due idee, poi sono in grado di evolvere e di fare evolvere tutta la società; se, invece, di due idee io ne sopprimo una perché ritengo che una sia una fake news, non c’è più nessun dibattito, si cancella qualsiasi tipo di critica e di dialogo costruttivo».
Dubbi sull’attuale dibattito intorno alle bufale del web li ha espressi anche Silvano Petrosino, docente di filosofia del linguaggio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: «Le fake news non sono l’elemento più critico del sistema dell’informazione, perché in realtà l’elemento più critico è come una verità viene detta. In altre parole il punto dove agisce la manipolazione non è dire il falso, ma dire in un certo modo il vero, ad esempio classificando un certo evento in un modo invece che in un altro: è il tema della produzione di senso, è lì che si agisce. Ogni giornale costruisce tutte le mattine un’immagine del mondo ed è a livello dell’immagine del mondo che intervengono le scelte e le falsificazioni. Insomma, non c’è bisogno di dire il falso per dire una menzogna».
Petrosino ritiene più utile concentrarsi su altri problemi del mondo della comunicazione: Silvano Petrosino: «Invece di fermarsi alla singola fake news, è più interessante cogliere l’elemento di manipolazione, di falsificazione che agisce a livello globale, a livello dell’insieme del sistema dell’informazione» «Trovo molto più interessante una riflessione che analizza l’informazione, che fa vedere che son sempre le stesse persone che parlano in tv, sempre le stesse fonti. Invece di fermarsi alla singola fake news, è più interessante cogliere l’elemento di manipolazione, di falsificazione che agisce a livello globale, a livello dell’insieme del sistema dell’informazione. Non è forse una manipolazione mescolare cultura e spettacolo? Non è forse una manipolazione che in Italia si continui a ridurre la politica ai partiti? La politica non è riducibile ai partiti. Bisognerebbe ripensare tutto il sistema dell’informazione».
Le leggi contro le fake news il professore le considera palliativi: «Il problema è un problema di struttura, del sistema come tale, vale a dire il fatto che l’informazione proviene da due o tre centri di produzione delle notizie a livello mondiale, questo è il punto. Quelle leggi sono palliativi perché colpiscono la fake news, ma non colpiscono tutta la dimensione di falsità che c’è a livello del sistema in quanto tale. È come se io facessi una legge contro i furti ai supermercati, il problema è che c’è un furto, uno sfruttamento al livello della produzione di merci. Bertold Brecht diceva: “bisogna vedere se è un reato maggiore rapinare una banca o fondarla”. Il tema è esattamente questo. Laddove c’è manipolazione è a livello dell’immagine del mondo che un giornale, una televisione configura».
Il filosofo è scettico sulla reale efficacia delle norme contro le fake news: «Io penso che non è che possiamo per legge eliminare la menzogna dal mondo, noi possiamo costringere i giornali seri e le tv serie ad avere una coscienza ed un sapere critico sul loro stesso lavoro».
Al di là di tutti questi discorsi, comunque, Petrosino insiste su quanto sia dura sostenere nel tempo una fake news: «Oggi oggettivamente è difficile dire una cosa esplicitamente falsa, perché il mondo globalizzato della rete la smaschera abbastanza in fretta. Tu puoi dire che la Juventus è ultima in classifica, poi però la verità salta fuori».